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Dato lo straordinario dibattito teorico che questo mio libello ha scatenato nell’illuminato mondo del fumetto italiano, mi sembra giusto agevolarne la diffusione anche tra i lettori non specializzati. Allora scaricatelo, cazzo!

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Tieni presente solo una cosa è completamente pieno di refusi, ma non è colpa mia, è colpa dell’editor e dell’editore che non ho avuto.

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Poi fammi sapere.

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1. La sequenza dei titoli di testa è sempre, in ogni film, una soglia. In questo è una soglia particolare. La lenta panoramica che scopre completamente il crocifisso innevato te lo dichiara a brutto muso: questa non è una semplice soglia, non stai per vedere un film di quelli a cui sei abituato, qui stai per varcare un portale e stai entrando in una chiesa. Dovrai gestirti con competenza ogni atto di fede, ogni atto di incredulità, ogni sua sospensione e ogni cedimento che gli consentirai. Se non sei capace di questo meglio se non entri, rischi di annoiarti come a una messa in latino se non conosci il latino. Se decidi di entrare dovrai darti da fare, metterci un sacco di tuo, perché il lavoro più difficile è quello dello spettatore. In altre e più chiare parole, se guardi questo film sono cazzi tuoi.
In fondo non si va al cinema disarmati, altrimenti ti fottono subito; se gli altri, quelli dentro il film, sono pistoleri migliori di te, non hai possibilità di divertirti (e allora vatti a vedere Zalone, và).

2. Non fare il cinefilo. Non stare a sforzarti di trovare citazioni. Quello è un esercizio da sceneggiatori di Dylan Dog che non hanno imparato la lezione di Sclavi (forse perché in realtà, non aveva lezioni da insegnare). Quali sono le cose che devi tenere presente lo ha già detto Tarantino in tutte le interviste: La cosa, Assassinio sull’Orient Express, Mucchio Selvaggio, Hombre e Khartoum. In più, che non ha citato, a mio avviso, tieniti presente Evil Dead e Sentieri Selvaggi (lo ricordi il titolo originale? The Searchers, mica a caso). E’ più che sufficiente sapere questo. Poi (forse) vediamo perché.
3. Comunque Tarantino lo sa che non terrai conto del suo avviso iniziale, che non capisci (d’altra parte il 90 per cento degli spettatori, come il 90 per cento dell’umanità non capisce un cazzo) o che te ne freghi (appartieni alla minoranza degli spettatori spericolati, non capire e annoiarti o farti male non ti spaventa) e entrerai in chiesa senza le protezioni dovute. Allora sai che fa? Ti manda a prendere dal suo spettatore modello (non sto a farti riassunto delle ecolalie, leggiti se non l’hai fatto Lector in fabula e le Sei passeggiate etc,): John Ruth. e ti manda a prendere in carrozza. cazzo! Anzi; con un tiro a sei. Tu ancora non lo sai, ma poi te lo piazzerà in mano quel cazzo di tiro a sei e se vuoi uscire da questo film soddisfatto, dovrai sudarne di camicie. Ma te l’aveva detto. Ora sono davvero cazzi tuoi.
4. Da questo punto in avanti, se non ti piacciono gli spoiler,se sei uno di quelli che crede che i fatti e la storia in un film abbiano il minimo peso raccontati fuori e in modo diverso da come fa il film, e non hai ancora visto il film, beh, non ti stimo particolarmente intelligente, ma ti rispetto e ti avviso. Smetti di leggere.
5. Ne La Cosa di Carpenter qualsiasi dei personaggi poteva non essere quello che sembrava e avrebbe potuto invece essere quello che tutti gli altri temevano fosse. Nel suo modo grossolano, ma che amiamo, Carpenter ci teneva una lezione sull’impossibilità della conoscenza nella narrazione e sulla necessità di assumere comunque una verità per farla funzionare. Tarantino scardina anche questa necessità. Nelle Iene era soltanto Mr Orange a non essere quello che era per tutto il film, e su tre livelli. Tim Roth interpretava Freddy Newadyke (o come cazzo si chiamava lo sbirro) che all’interno della banda di rapinatori interpreta il ruolo di Mr. Orange. Invece.  Nessuno dei personaggi di questo film è quello che dice di essere, tutto è falso anche quello che è vero (questa ambiguità per tutto il film si muove in equilibrio tra camuffamenti e smascheramenti, assolutamente teatrali, della recitazione: l’intercambiarsi di interprete e personaggio è continuo e destabilizzante, in particolare nei ruoli di Kurt Russell e Samuel L. Jackson) e quello che causerà il fallimento di alcuni di questi personaggi sarà proprio lo sforzo di trovare quella verità. Lo spettatore modello, quello che viene a prenderti in carrozza, e cui è demandato il riconoscimento dei primi due personaggi che incontra, che non è mai uno spettatore disarmato, anche se finirà fregato dai trucchi del narratore, è, fin dalla prima sequenza, come ti dicevo, John Ruth. Il suo è l’unico sguardo portatore di sano sospetto per quello che accade è che cerca sempre di proteggersi, dichiarando quello che sa ma mai assumendolo come vero definitivo, comunque ci casca, e nella storia della lettera di Lincoln – la lettera si legge, la lettura inganna, il film si guarda e ti inganna solo quando non ti mostra: l’avvelenamento del caffè e la bottola – e nel trucco del caffè. D’altra parte se come spettatori non ci cascassimo mai, mica ci divertiremmo ad andare al cinema. No?
6. C’è in giro di quelli che dicono che un film è prima di tutto scritto. Che cazzata. Gli sguardi per leggere e per guardare sono sguardi differenti. John Ruth li cambia ogni volta che deve fare l’una o l’altra cosa. Non ti sarà sfuggito il rituale degli occhiali? e comunque non gli serve a niente, perché l’unico sguardo che potrebbe salvarlo è quello che l’autore gli nega: l’inquadratura in cui viene avvelenato il caffè. Lo nega al suo spettatore modello e lo consente a noi, a posteriori, che siamo spettatori non proprio modello. sono cose che fanno male. Uccidono persino.
(continua)

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Avevo bisogno di dare una sistemazione organica a quanto sono venuto dicendo sul fumetto in tutti questi anni di blog e altre cazzate varie. Ho risistemato le idee in queste 160 paginette.

Puoi, se vuoi, procurartelo qui

 

 

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Se c’è una cosa che ci lega, il vecchio Agostino e me, è la comune passione per il bollito misto. Con la mostarda io, solo con un pizzico di sale grosso lui che è un purista . E’ così che da anni ci troviamo nella casa avita, puntuali dopo la fiera di Lucca cascasse il mondo e chissene frega del resto degli umani, per dare sfogo alla nostra turpe voglia. E’ praticamente un rito laico.

Anche se c’è un problema: la quantità. Il dosaggio minimo per fare un buon bollito va calcolato almeno sulle otto persone, meglio sarebbe dodici. Eccome cazzo facciamo noi che siamo solo due, abbandonati da famiglia e ammennicoli vari che il bollito nemmeno vogliono sentirne la parola figurarsi l’odore?

Ci misuriamo sulla dose più piccola e da lì andiamo a gara a chi scoppia per primo.

Nella mia splendida marmittona di alluminio prepariamo il biancostato e la punta di vitello e la gallina; la testina la lingua e il cotechino li lessiamo singolarmente; poi serviamo tutte le pentole in tavola. Una volta avevo provato a fare da me, come un’antica massaia cremonese, la mostarda; ma dati i risultati preferisco oggi procurarmene una artigianale come ancora appunto a Cremona si trovano. Circa a mezzogiornoemezzo ci sediamo a tavola, fuori la casa è circondata dalla nebbia, il grano è stato seminato da poco e ognuno di noi ha la sua bottiglia di bonarda stappata. Bestemmiamo al primo brindisi l’abbate Odilone di Cluny che trasformò l’orgiastico capodanno pagano nello spento ognissanti cristiano, poi mangiamo; con Next (il malinois appena arrivato) che attende impaziente gli avanzi. Quando stappo la seconda bottiglia comincio a dire cose: del tipo che un buon bollito misto non ha niente da invidiare all’opera di Rabelais ovvero che  la montagna di mostarda che mi sgocciola nel piatto mi ricorda Cattedrale di Carver. Agostino mi fulmina:  a parte che cercare di interpretare la letteratura utilizzando la suggestione dell’arte culinaria secondo lui è un mezzo illecito per tirarsi fuori dai guai, passi per Rabelais ma paragonare l’insipido e algido Carter alla magia della mostarda! Questo non me lo permette.

Eggià, dico io, Rabelais e il nostro pantagruelico bollito è un accostamento facile, che capisci anche tu… ma perché dio e porco…scusa, lascia da parte le definizioni intoccabili e teologiche del cazzo che ti annebbiano la mente sulla trinità letteratura narrativa poesia (il padre il figlio e lo spirito santo)… e ascolta il sapore negro e amaro della senape che incista  e combatte con il dolce della frutta candita… non è lo stesso dolore di cui racconta Carver, quello stemperato comunque dalla necessità di vivere… eccristosanto, vivere non è racconto, non è storia?… anche solo il mio accendermi questa sigaretta… non è azione, non è storia?

Anche Agostino si accende la sigaretta e stappa una nuova bottiglia.Ti dirò, boris caro- mi fa- questo tuo americano saprà anche scrivere, saprà evocare… ma non sa raccontare… sai, ti sconvolgerò nemmeno Salinger, per me…

-Perché chiedo? Perché non ci sono trame e sotto trame e romanzi criminali?

Poi così mi vengono in mente dei versi di Folgore da San Giminiano e li canto:

E ‘l freddo vi sia grande e ‘l foco spesso;

fagiani, starne, colombi e mortìti,

levori e cavriuoli arrosto e lesso,

e sempre avere acconci gli appettiti;

la notte ‘l vento e ‘l piover a ciel messo,

e siate nella letta ben forniti.

Nessuno di noi due si ricorda la risposta di Cenne a questo sonetto novembrino.

Lo prendiamo come un buon segno.

10th March 1954: Four young boxers practice their shadow boxing in front of a large mirror at a Dundee gymnasium. (Photo by Central Press/Getty Images)

Nella storia della boxe ci sono state molte sfide in cui il quadrato del ring si è allargato fino a contenere il mondo. Ne abbiamo raccontate quindici, tanti quante sono le riprese di un incontro per il titolo mondiale dei pesi massimi. Va detto che abbiamo scelto quelle più vicine alla nostra sensibilità e la cui idea di mondo uscita da quei ring più somigliava alla nostra idea di mondo. Pur non potendo prescindere dagli uomini che le hanno affrontate in qualche modo queste sfide, questi incontri di pugilato che abbiamo raccontato, li hanno superati assumendo valori etici, storici e sociali inaspettati e duraturi.

Gli eventi in se si sono caricati di significati di cui i protagonisti da soli non erano portatori prima di affrontarli, ma da cui saranno cambiati per sempre, cambiando spesso proprio con l’incidenza di questo valore etico la realtà sociale del loro tempo.

Quello che abbiamo cercato di fare è di restituire con il racconto e i disegni, quel senso di epicità cui sono assurte quelle sfide combattute da uomini normali (normali, poi, fino a un certo punto… che per essere pugili come quelli occorre un briciolo di eccezionalità), spesso addirittura alieni a ciò di cui diventeranno simbolo, ma che non avrebbero potuto diventare epiche se non fossero state combattute proprio da quegli uomini.

Abbiamo cercato di raccontare la boxe attraverso la vita, perché questo sappiamo fare e perché, come ha splendidamente detto una volta Arthur Cravan, pugile e poeta, le parole (e i disegni) sono i nostri pugni serrati.

Dal postscriptum di PUGNI, in uscita domani per i tipi di BeccoGiallo

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