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Archivio mensile:novembre 2011

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UUUH. Dai cazzo! Mi guardi come i lettori di fumetti davanti alla vertigine del pensiero. Nessuno stupore, solo incomprensione. E, alla fine, disinteresse. Questo lo capisco. Ne provo tanto anch’io per troppe cose. Mi ricordo, ad esempio, di Valentina (adesso fa coerentemente carriera nel campo dell’usura legalizzata: non so per  quale istituto di credito) le davo -millanta anni fa- ripetizioni di latino e filofofia. Non capiva niente – anzi non le fregava di niente- ma staccava pompini da favola. Ne fui innamorato, per sei mesi. Finché non capì, o fece finta, la grandezza di Kant e io non fui, nel tentativo di farglielo capire, completamente svuotato (non mi riferisco solo ai coglioni). Allora perdemmo l’uno per l’altra e l’altra per l’uno ogni interesse. Ma non è questo il punto. Almeno: non solo. Comunque.

Chiariamoci.

Per una paccata di anni che ammonta a secoli l’indagine conoscitiva era stata appannaggio della filosofia naturale. I cervelloni che ci si impegnavano osservavano e sperimentavano la natura, poi riflettevano. Cioè: raccoglievano dati quantitativi e autoevidenti per derivare da essi teorie. Spesso insulse fregnacce.

Questa cosa, che qualcuno ha chiamato empirismo radicale, ammetteva- ingenuamente- solo quel tanto di teoria che può derivare da un’osservazione senza preconcetti.

Il punto è che se anche tutti (oh! gente come Keplero, Galileo, Liebniz, Cartesio) facevano finta di crederci (un po’ come a dio) e quando presentavano le loro teorie scientifiche vi si attenevano scrupolosamente (intendiamoci: la cosa ci ha dato anche capolavori letterari come il Dialogo sopra i due massimi sistemi), nessuno nella pratica della ricerca scientifica lo faceva.

Ti faccio un esempio su tutti. Riprendendo necessariamente quanto detto nel post precedente.

Se leggi quel gioiello letterario e scientifico che è I principi matematici della filosofia naturale di Newton (ti avviso: non è facile trovarla, l’edizione UTET del 1989 e comunque costa un botto, pescalo dal torrente) ci troverai un modello esplicativo precisissimo svolto secondo i principi di quella filosofia naturale. Però il problema è che la teoria di Newton, la fondazione della meccanica e in particolare della dinamica, quel metodo d’indagine lo mandava a ramengo (cfr Ernst Mach, Conoscenza e errore, Einaudi, 1982).

Perché. La dinamica non è mica facile vederla, è necessaria una bella dose di astrazioni concettuali.

Come avrebbe potuto altrimenti Newton arrivare a capire che le forze determinano l’accelerazione e non la velocità? Se si fosse limitato a osservare la natura avrebbe pensato, come tutti i pensatori prima di lui, e come pare evidente dal semplice osservare che le forze determinano la velocità. Invece. Newton riflette su argomentazioni galileiane riguardanti il carattere relativo della velocità e arriva a formulare (di astrazione in astrazione) la sua teoria.

Sì, ma cosa c’entra Kant in tutto questo?

Ci entra, eccome. Vedi, Kant, un po’ leibniziano un po’ newtoniano, prende atto di un dato di fatto e con estrema chiarezza (lo dice Popper, mica io, in Congetture e confutazioni, Il Mulino, 1963) confuta, nella Critica della ragion pura, il mito baconiano della necessità dell’osservazione per derivare da questa una qualche teoria valida, e afferma: “che il mondo quale lo conosciamo è una nostra interpretazione dei fatti osservabili alla luce delle teorie che inventiamo noi stessi” (sempre Popper, stesso libro, p. 329).

Cazzo. Lo senti il rumore di teste che rotolano giù dalla ghigliottina? Questo è un punto fondamentale, di non ritorno, per la liberazione del pensiero. La nascita di una nuova epistemologia. E non basteranno tutte le fenomenologie hegeliane, heiddeggeriane o husserliane a tornare indietro; non basteranno gli aforismi di un mentecatto sifilitico (Nietzsche, sì) o lo zelo occamizzante degli oxfordiani a banalizzarlo.

Il mondo non è una cosa semplice.

Proprio no.

Camus aveva torto. Il capitano Haddock ragione.

Una cosa che volevo dire prima è che quando Newton sviluppò le sue leggi della meccanica (nei Principia Mathematica, 1687) se per la fisica si trattò di un grandissimo passo avanti, dal punto di vista filosofico si trattò invece di una specie di passo indietro. Su posizioni addirittura aristoteliche.

Nel 1644 Cartesio pubblicò un testo fondamentale: i Principi di filosofia. Vi sosteneva  che un corpo è dotato di movimento solo in relazione a un altro corpo che viene scelto come riferimento. L’osservazione diretta gli mostrava che restavano invariati i movimenti paralleli alla superficie della Terra (gli oggetti cadono verso il centro della Terra con un’apparente traiettoria rettilinea); quindi si sentiva sufficientemente sicuro di poter affermare che mentre il moto rettilineo si conserva, ogni deviazione da quest’ultimo implica trasmissione del moto stesso attraverso un impatto.

Cazzo! Dirà Newton: ma questa è la legge d’inerzia. C’è solo un piccolo problema. Se dici che un corpo si muove in linea retta presupponi ci sia un sistema di riferimento fisso. Ma Cartesio questo lo aveva negato.

Allora cosa fece Newton, sdegnato da quella che riteneva una imperdonabile incoerenza di Cartesio, per poter però sfruttare il potenziale della legge d’inerzia che Cartesio aveva intuito? Scrisse quell’opera fondamentale di cui ti ho detto, i Principia Matematica, e introdusse i concetti di spazio e tempo assoluti.

L’intera costruzione newtoniana si basava sulla definizione di tempo assoluto “vero, matematico, in sé e per sua natura senza relazione ad alcunché di esterno”, che “scorre uniformemente”. Definizione che presuppone due concetti: l’uguaglianza assoluta degli intervalli temporali e la simultaneità assoluta, cioè il fatto che due eventi sono simultanei a prescindere dal loro sistema di riferimento.

Un’altra cosa che volevo dire prima è che questa teoria di Newton fece oltremodo incazzare Leibniz. Per quest’ultimo infatti lo spazio e il tempo erano conseguenza delle cose, non loro presupposto come voleva Newton.

Fu una guerra senza quartiere. Se in fisica la vinse Newton (bisognerà aspettare almeno Ernst Mach nel 1883 perché qualcuno lo rimetta in discussione), in filosofia ci pensò Kant a trovare una soluzione: sostenendo (te lo dico in soldoni) che aveva ragione Leibniz sulla relatività dello spazio, ma che non aveva torto Newton perché lo spazio non poteva esaurirsi nella pura coesistenza delle cose.

Una terza cosa che volevo dire prima è che l’impressione che ho tratto -probabilmente sbagliando- dalla lettura degli ultimi libri di Daniele Barbieri (Nel corso del testo e Guardare e leggere) è che resti legato bettetinianamente a un concetto di tempo (sarà pure interiore e legato alla comprensione) semiologicamente (si può dire?) assoluto. Soggetto sì allo sviluppo della comprensione del testo – il guardare le vignette- ma comunque assoluto cioè organizzato in momenti tensivi uniformi e simultanei (la lettura del fumetto).

L’ultima cosa che volevo dire prima è che per me le cose non stanno così. E che basta guardare un fumetto di Hergè per rendersene conto.

Adesso mi tocca pure spiegare il perché.

Non sono né uno scienziato né un filosofo e neppure uno scrittore di mestiere. Nella mia vita ho scritto pochissimo e non l’ho mai fatto se non mio malgrado e solo quando un convincimento profondo mi ha spinto a vincere la mia istintiva ripulsa per ogni esibizione pubblica.

Allora chi sono? Cosa mi spinge oggi a rendere pubblico questo mio scritto?

Sono un ricercatore accanito della verità e un nemico non meno accanito di tutte le luride menzogne di cui ancora oggi i custodi dell’ordine, ufficiali rappresentanti privilegiati e interessati di tutte le turpitudini religiose, metafisiche, politiche, giuridiche, economiche e sociali, pretendono servirsi per ingannare e asservire il mondo. Sono un amante fanatico della libertà, che considero come l’unica situazione in cui possano crescere e svilupparsi l’intelligenza, la dignità e la felicità degli uomini; intendiamoci: non questa liberta formale, concessa, misurata e regolamentata dallo Stato, eterna menzogna che non rappresenta nient’altro se non il privilegio di qualcuno costruito sulla schiavitù di tutti gli altri; e neppure questa libertà individualista, egoista, falsa e meschina, propinataci dalla scuola di Rousseau, come da tutto il pensiero liberale e borghese, che considera il cosiddetto diritto di tutti (rappresentati dallo Stato) come il limite del diritto di ciascuno, cosa che si realizza sempre e necessariamente nella riduzione del diritto di ognuno a un bello zero.

No, io intendo l’unica libertà veramente degna di questo nome, la libertà che consiste nello sviluppo totale di tutte le potenzialità materiali intellettuali e morali di ognuno di noi; la libertà che non riconosce altro limite che quello che ci è imposto dalle leggi della nostra stessa natura; di modo che, praticamente, non esiste limite di sorta, perché queste leggi non ci sono imposte da qualche legislatore esterno, posto al di sopra di noi; sono leggi immanenti, inerenti, costituenti la base stessa del nostro essere materiale, intellettuale e morale; invece di trovare in esse un limite, dobbiamo considerarle come le condizioni reali e la ragione effettiva della nostra libertà.

Intendo quella libertà dove ciascuno, invece di arrestarsi davanti alla libertà altrui come davanti a un confine, ci trovi piuttosto conferma ed estensione all’infinito della propria; libertà illimitata di ognuno nella libertà di tutti, libertà nella solidarietà, libertà nell’uguaglianza; la libertà trionfante sulla forza bruta e sul principio di autorità che non ne è mai stato altro che l’espressione ideale;la libertà che, dopo aver rovesciato tutti gli idoli del cielo e della terra, fonderà e organizzarà un mondo nuovo sulle rovine di tutte le Chiese e di tutti gli Stati: quello dell’umanità solidale.

Io sono un partigiano convinto dell’uguaglianza economica e sociale, perché so che al di fuori di questa uguaglianza, la libertà, la giustizia, la dignità, l’etica e la felicità degli individui quanto e come la prosperità dei popoli non saranno altro che menzogne. Ma, in quanto partigiano prima di tutto della libertà, necessità primaria dell’umanità, penso che l’uguaglianza debba essere stabilita nel mondo grazie all’organizzazione spontanea del lavoro e mediante la proprietà collettiva delle terre e dei mezzi di produzione, organizzati e federati in Comuni, che dovranno nascere spontaneamente, MAI per l’azione suprema e tutelatrice dello Stato.

Michail Bakunin, tratto da La comune di Parigi e la nozione di Stato.  Traduzione mia

 

Si chiamava François Claudius Koeningstein, che suo padre era olandese, ma tutti lo conoscevano con il cognome della madre perché il padre lo aveva riconosciuto molto dopo la sua nascita. Era nato a Saint-Chamond, sulle rive della Loira, il 14 ottobre del 1859. Il padre era laminatore e la madre tessitrice. Non stavano nemmeno tanto male all’inizio, dato che la madre aveva ricevuto una piccola eredità. Nascono altri tre figli. E quando François compie sette anni il padre, che nel frattempo non aveva risparmiato violenze né alla compagna né ai figli, li abbandona per tornarsene in Olanda, dove presto morirà. Ovviamente la madre non ce la fa da sola a mantenere i quattro figli, così François deve andare a lavorare. Come guardiano di vacche, minatore, apprendista tintore. E’ a Lione che impara il mestiere di tintore (presso la tintoria Coron), qualche idea di socialismo e la bellezza delle ragazze; ed è qui che impara il significato della parola: sciopero.

Licenziato. Torna a Saint-Chamond e si impiega presso un’altra tintoria.

Ha diciotto anni quando comincia a frequentare un circolo socialista, e assiste alle conferenze di anarchici e comunardi come Paule Adele Mekarski, Bordat, Regis Faure. Dice che gli sembravano improbabili e irrealizzabili per quanto affascinanti le idee di questi signori. Nel tempo di tre anni dichiarerà di essere completamente anarchico e ateo.

Perde di nuovo il lavoro. Il come merita di essere raccontato.

Una ragazza, che era stata lasciata dal fidanzato e che conosceva che lavoro facesse François, gli chiede un giorno se può procurarle un po’ di acido solforico. Per farne cosa? chiede lui; mah, gli racconta lei, per bruciare un callo fastidioso… dai, è pericoloso sai che se esageri il vetriolo ti…

No, no non ti preoccupare, l’ho già fatto altre volte.. allora me ne procuri un po’…

Va bene.

Così le fa avere una boccetta di acido solforico. Ma la ragazza lo allunga con l’acqua e ci sfigura il suo ex-fidanzato. Oh!, la polizia indaga e convoca François, ma la sua versione risulta essere vera e lo rilascia subito. Però i poliziotti non sono stati molto discreti, e ora il padrone della tintoria presso cui è impiegato sa che è un anarchico… non li vuole gli anarchici nella sua tintoria.

Licenziato.

Bisogna pur mettere insieme il pranzo con la cena in qualche modo. Racconteranno poi le gazzette che si mantenne facendo il contrabbandiere, il falsario, il ladro e, “somma vergogna”, il profanatore di tombe: tutto vero, ma di tombe ne profanò una sola: quella della baronessa di Rochetaille nella speranza di prendersi i gioielli con i quali era stata seppellita.

A Chambles viveva un vecchio questuante eremita, di cui si diceva avesse messo insieme in cinquant’anni di elemosine un’ingente ricchezza. Non sappiamo se quella ricchezza esisteva davvero, però tentando di derubarlo François lo uccide. E’ il 1891.Viene arrestato pochi giorni dopo. Mentre lo stanno traducendo in carcere riesce a fuggire. Sotto lo pseudonimo di Leon Leger vive in clandestinità. Prima a Sainte Etienne (dicono gli atti giudiziari che qui avrebbe brutalmente ucciso a colpi di martello un’ereditiera e sua figlia per derubarle, ma François proclamo sempre la propria innocenza per questo fatto) e poi a Barcellona. E’ importante Barcellona, perché qui, presso la casa di Paul Bernard, impara a fabbricare bombe.

Così, con questa bella conoscenza, torna a Parigi, mette insieme quattro compagni e fa saltare l’11 marzo 1892 la casa del giudice Benoit. Si era distinto, questo giudice, per la spietatezza con cui pochi mesi prima aveva condannato degli anarchici ai lavori forzati.

Qualche giorno dopo, il 27 marzo, François e i suoi fanno saltare anche la casa del pubblico ministero che in quello stesso processo aveva chiesto per gli anarchici la pena di morte.

Niente vittime, solo danni anche gravi alla proprietà. Forse è per questo che, arrestato in un ristorante tre giorni dopo, verrà condannato prima ai lavori forzati a vita e poi alla pena di morte.

Durante il processo, tra le altre cose dichiarerà: “l’anarchia è la cancellazione totale della proprietà. Oggi ci sono un sacco di cose inutili, e un sacco di lavori inutili come… per esempio, la contabilità. Con l’anarchia non servirà più il denaro né servirà più tenere i libri contabili e tutti i lavori come questo…”.

Si sbagliava. La proprietà non si tocca.

L’undici di luglio del 1892 viene ghigliottinato.

Ah… mi sono dimenticato di dirvi come faceva di cognome sua madre. Ravachol.

 

Già a pagina nove del suo libro attualmente più ambizioso…(Nel corso del Testo, Bompiani, 2004) capisco perché quando Daniele Barbieri parla di fumetti nello specifico, difficilmente andiamo d’accordo. Dice infatti Barbieri, e io riassumo alla bruttodio, che una situazione senza tempo è una situazione in cui nulla accade. Sì insomma, una situazione senza novità e conseguentemente senza produzione di senso. Ovviamente non si riferisce al tempo come inteso dalla fisica classica; sarebbe infatti impossibile sostenere che un’immagine come una vignetta è soggetta al tempo astronomico-cronometrico,ma bensì un tempo dipendente dalla situazione rappresentata, dove basta che la differenza che rompe il ritmo sia pertinente per quel contesto affinché ci sia scorrere del tempo. Bene questo è verissimo ed è quello che diceva, più o meno, anche Ricoeur.

Barbieri estende il concetto al fumetto, sostenendo che esso adopera per rendere lo sviluppo temporale meccanismi simili alle altre forme narrative.Lo scorrere del tempo, necessario alla produzione di senso, sarebbe dato dalla creazione di un rilievo. Che poi sarebbe l’improvvisa rottura di un ritmo istanziato. Alla fine tutto gira attorno alla vignetta, la cui variazione improvvisa, dimensionale, spaziale e formale creerebbe quel rilievo (pertinente all’architettura della tavola) che spezza il ritmo stabilito dalle altre vignette, facendoci cogliere bettetinianamente il senso del tempo.

Beh, mi sembra un modo colto ed elegante per dire che aveva ragione Eisner.

Io non lo penso. Che avesse ragione Eisner. Perché ritengo che il fumetto sia la dimostrazione palese che può esserci narrazione senza tempo. Il fumetto a differenza delle altre, che sono grandezze continue, è una forma di narrazione a grandezza discreta.

Nelle sue meditazioni Leibniz (Meditazioni sulla conoscenza, la verità e le idee in G.W. Leibniz, Scritti di logica, Zanichelli, 1968) sostiene la liceità del “certo non so chè”. Cioè: dice. Che è tuo indiscutibile diritto trovare un’opera bella o brutta , interessante o trascurabile per quel certo non so che, che ti resta inesplicabile. Anzi, dice, può anche darsi che proprio quell’inesplicabilità sia ciò che ti rende attraente quell’opera.

Mi è accaduto una volta. Una sola. Leggevo e rileggevo Un rude Hiver (dopo la traduzione Mondadori del 1947, puoi trovarlo in una più recente edizione Einaudi) di Queneau. Non ci succede niente. Niente di niente. Un rancoroso reazionario va a pranzo da suo fratello, poi passeggia in riva al mare chiacchierando con un militare inglese e alla fine accompagna al cinema due bambini incontrati su un tram. Eppure per un motivo che non riuscivo a capire, e non era certo per quel disvelarsi ad ogni lettura di nuovi dettagli di cui parla, non ricordo dove, Perec, mi sembrava un libro splendido. Forse per quel certo leibniziano non so che.

Poi.

Qualche tempo dopo mi capitano tra le mani gli Ecrits pornographiques (editions 10/18) di Boris Vian. Allora capisco. Che Un rude Hiver io lo adoro perché è un libro pornografico. Pura letteratura erotica. Non me ne ero mai accorto. Non c’è sesso nel libro. Solo emozioni, perfettamente orientate però –ecchecazzo! A che serve saper scrivere!- verso i centri sensoriali di mia minore resistenza. Non certo, in questo caso, il cerebro. Più in basso, di sicuro. Dice poi Boris Vian che qui, in questo libro, quelle sensazioni –l’erezione chioso io e il bisogno di soddisfarla, con una sega anche… – che altrove ci suscita la rappresentazione dell’amore esplicito, ce le suscita un raffinatissimo flirt intellettuale tra citazioni letterarie e filosofia.

Ora. Se soddisfare quest’erezione nata dal bruto desiderio (chennesò: i romanzi di Caldwell) ovvero dalla sollecitazione intellettuale (appunto: Queneau ne raggiungerà poi l’apoteosi nel ciclo di Sally Mara), fosse facile come procurarsi un bicchiere di vodka o un pacchetto di camel, e se lo si potesse fare in pubblico, quando se ne ha voglia… l’amore intendo,con chi cavolo ci va, senza chiudersi in una stanza o nascondersi da qualche parte… beh, dice sempre Vian, l’alcolismo e il tabagismo sparirebbero subitamente.

Appunto.

Eccoci al passo indietro che ti avevo promesso.

Quando compare per la prima volta nella vita di TinTin, il capitano Haddock é sbronzo fradicio.

Avrai letto, sono sicuro, quell’aureo libretto di Tom McCarthy dedicato a Tintin. Un bel libro (Tintin e il segreto della letteratura, pubblicato da Piemme). Pagina dopo pagina c’è tutta una serie, ispirata alla lettura fatta da Barthes in S/Z della balzachiana Sarassine, di intuizioni interessanti e un serio tentativo di sistemazione ermeneutica dell’opera di Hergè. Ce n’è una di fondamentale – nel senso che fa da chiave di volta del libro- tra queste intuizioni, però tutta sbagliata.

Siamo in Le sette sfere di cristallo, il capitano Haddock è da sedici sere che si siede nello stesso palco del Music Hall Palace dove canta la Castafiore. Dice McCarthy di non credere a quanto sostiene Haddock: che non si perde una sera dello spettacolo per vedere il numero dell’acqua trasformata in vino.

Dice McCarthy che è dalla Castafiore che Haddock è attratto; perché in fondo Haddock è omosessuale e la Castafiore un travestito. Oddio, McCarthy è molto più elegante e raffinato nel dirlo, ma la sostanza è questa. D’altra parte non è mica il solo. Albert Algould nell’esilarante La Castafiore, biographie non autorisée, Chiflet & c., 2006, sostiene che l’usignolo milanese sia in realtà Fiorentino Casta, l’ultimo dei castrati e lascia intendere che Haddock ne sia stato uno dei numerosissimi amanti.

Ma, per quanto divertente e interessante, non è questo il punto. Anche perché se Haddock è omosessuale, è sicuramente a Tintin che va la sua tenerezza.

Il punto è la bottiglia.

Sgombrando subito il campo da possibili fraintendimenti psicoanalitici che ci riporterebbero alle interpretazioni di Algoud e McCarthy: la bottiglia non è un simbolo fallico.

Il Capitano Haddock è un alcolizzato.

Per lui la bottiglia non ha niente di simbolico. E’ il cazzo.

Non so se ricordate un bel libro di Pete Dexter, recentemente ripubblicato da Einaudi, Il cuore nero di Paris Trout. A un certo punto, per ristabilire la gerarchia Trout sodomizza la moglie Hanna con una bottiglia di Whisky. Attraverso questo atto di violenza Hanna prende consapevolezza e abbandona il marito per l’avvocato difensore che gli aveva fatto avere una pena lievissima per l’omicidio di una bambina nera. Trout ucciderà l’avvocato e si sparerà in bocca. Facendo in qualche modo giustizia.

Quello che volevo dire è che la bottiglia è sì veicolo di violenza, ma al contempo di conoscenza/consapevolezza. Non simbolo. Strumento.

Quindi. Torniamo a noi. E alle Sette sfere di cristallo. Haddock sta seduto per sedici serate di fila a vedersi quello spettacolo per due motivi:

il primo è che il tempo nei fumetti non esiste. C’è solo lo spazio. Quindi una, sedici, mille volte o meno di un quarto di secondo non fa differenza. Quello che conta è lo spazio. L’architettura costruita da Hergè con geniale stratificazione, che diventa illegittima metafora del tempo.

Il secondo è che i miracoli non esistono. Haddock, ateo ubriacone e pederasta, lo sa bene che l’acqua non può diventare vino. Quella che sta applicando sera dopo sera è un’indagine dubitativa, che lo porterà alla conoscenza partendo da un trucco diegetico per arrivare al disvelamento finale del simulacro: la Castafiore che in realtà è un uomo, quindi un falso nell’accezione più comune del simulacro; ma anche e di più l’AlphArt. L’opera d’arte. Il fumetto. L’oggetto privo di implicazioni di tipo referenziale. Nell’accezione semiotica di simulacro.

Bene. Ma che cazzo c’entra la bottiglia?

Un attimo. Ci arrivo. Ho detto che la bottiglia è lo strumento che permette questa conoscenza. Per farti capire come, devo fare un grosso passo indietro e poi uno piccolo in avanti.

Non si può – e lo diceva Calvino… mica io… in quella splendida raccolta di saggi critici che è Una pietra sopra (Einaudi 1980 e adesso anche negli Oscar Mondadori)- riprendere il discorso senza prima avere allontanato da se tante pretese senza fondamento. Il discorso è, appunto, quello sul fumetto: questo paese chiuso. Le pretese senza fondamento sono quelle di chi si dice autore solo perché lo pagano per pubblicare cose, scrive dialoghi e li spaccia – appunto – per fumetto.

Purtroppo, colpa di un virus che da 1700 anni infetta le nostre menti (sì, leggi: cristianesimo), la riflessione estetica occidentale è preminentemente platonica. Per un ovvio motivo, che sta nel decimo libro della Repubblica (qualsiasi edizione economica). Con quella sua insulsa divisione dell’universo nel mondo delle idee da una parte e il mondo fenomenico dall’altra, cosa che lo conduce ad affermare che tutte le manifestazioni artistiche non sarebbero che pallida imitazione (mimesi) di idee perfette, Platone presta adito a chi delle idee vuole, per scopi di potere, farsene una divinità e, nel nome di quella divinità, controllare quindi ogni espressione.
A peggiorare le cose arriva quel rompicoglioni di Aristotele, reinterpretato dai padri della chiesa, con la sua idea del dramma, cioè della storia, come “imitazione di un’azione”, che da la stura a ben altre stucchevoli imitazioni: quelle di cristo, utili –guarda un po’ a cosa servono le storie- ad addormentare i propri lettori.

“Stare sottomessi, vivere soggetti a un superiore e non disporre di sé è cosa grande e valida. E’ molto più sicura la condizione di sudditanza, che quella di comando. Ci sono molti che stanno sottomessi per forza, più che per amore: da ciò traggono sofferenza, e facilmente se ne lamentano; essi non giungono a libertà di spirito, se la loro sottomissione non viene dal profondo del cuore e non ha radice in Dio. Corri pure di qua e di là; non troverai pace che nell’umile sottomissione sotto la guida di un superiore. Andar sognando luoghi diversi, e passare dall’uno all’altro, è stato per molti un inganno” ( De imitatione Christi, capitolo IX).

Il colpo di grazia, il giro di chiave al lucchetto che ci incatenerà per sempre a questa reazionaria concezione del racconto come imitazione, ce lo darà Auerbach, nella sua raccolta di saggi sulla realtà rappresentata, pensa un po’, intitolato Mimesis (Einaudi, 1956): per lui la cultura occidentale ha vocazione alla rappresentazione del reale. Da Platone in poi, insomma, tutte le speculazioni filosofiche vincenti hanno proposto ontogenie esplicative e normative, tramutandole nel quotidiano in racconti: epopee epiche o romanzi ottocenteschi, tutto costruito per soddisfare il nostro bisogno di narrazione e di consolazione. All’interno del racconto stiamo comodi e calducci, presi per mano dall’onniscienza dell’autore –dio in sedicesimo- che ci da sicurezza conducendoci per strutture talmente reiterate e perfette, dettate da una precisa causalità, che ci permettono grazie a indispensabili quanto evocative descrizioni di luoghi e caratteri, di intuire con sufficiente esattezza la piega che prenderanno gli eventi pur non sapendo in anticipo quanto accadrà (Gyorgy Lukacs, Il marxismo e la critica letteraria, Einaudi, 1964). La narrazione, con la forza della sua ferrea logica interna e dell’intima necessità dei personaggi, ci consola e rassicura, proteggendoci dall’autenticità casuale della vita. E alla narrazione non vogliamo sfuggire.
Però potremmo.
Ecco.
Perché a noi piace, anche se spesso ce ne vergogniamo, quella cosa strana che qui chiamano fumetto. Sì è vero. Il fumetto non si è mai sottratto, anzi ci si è quasi identificato, con la mimesi che tutto travolge e tutto a se riduce. Sceneggiatori di insulsaggini populiste e autori/editori bruciati dal sacro fuoco delle insulsaggini grafico-romanzesche sacrificano ogni giorno alla loro claustrofobica divinità mimetica, castrando ogni ambizione in quel tristissimo dualismo che è prima scrivere e poi disegnare. Vetusto e maledetto dualismo con il quale Cartesio risolveva nel 1664 la questione mente-corpo. Divideva la faccenda in due parti e le ficcava una in culo all’altra, in una bella serie. Prima viene il sentire, che si svolge secondo una natura meccanica in alcune ben determinate parti del nostro corpo, dopo viene il capire, funzione che è svolta dalla mente. Anima, preferiva chiamarla Cartesio. Ci sarebbe da ridere a pensare che da qui derivano tutti i dualismi che ci ammorbano oggi.
Forma e contenuto, teoria e prassi, critica e lettura, passato e presente, presente e futuro, vita e morte. Scrivere e disegnare. Come se fosse possibile prendere cose vere, reali: gli uomini e le loro storie, e sezionarli con un bisturi magico per ottenere entità indescrivibili, che non riusciamo ad osservare, che sfuggono all’esperienza dei sensi e al microscopio, cui ciascuno può conferire le attribuzioni che più gli aggradano. Come se fosse poi possibile, su queste entità, discutere.
Io preferisco fare un passo indietro, o avanti che è meglio: e tornare al fumetto. Grazie al quale dicevo è possibile, eccome, buttare a cesso il nostro indotto bisogno di rappresentazione della realtà, la quale esisterebbe solo se si può raccontarla: cioè chiuderla e cristallizzarla in un dispositivo di discorso mai ridiscutibile.
Trovo questa necessità di (come la chiamava Foucault) episteme una cosa insopportabile. La vita vive senza e nonostante il linguaggio, senza la narrazione, per puro caso, senza causa, qui e ora. Il fumetto è il mezzo che meglio di tutti gli altri può aiutarci a capirlo.

Perchè.

Il fumetto non è quella cosa che, si vende nelle edicole in un formato che ha il nome del suo editore e nelle librerie con un nome che è una categoria merceologica. Quelle sono cose che somigliano più alle merendine.
Non credo che chi fa e discetta di fumetti, abbia mai letto George Steiner. Io non ho grande simpatia per alcune posizioni metafisiche di Steiner, ma su una cosa sono d’accordissimo con lui. La lettura è un atto che comporta un’altissima responsabilità etica. Rendere pubblico questo proprio sforzo etico (cioè fare critica) è un momento necessario per qualunque cittadino della cultura. Non conta nulla essere pagati o meno. Anzi. quelli pagati di solito sono mediocri mercenari che nulla hanno a che vedere con quello sforzo etico.
“Sia nella teoria che (di rado) nella pratica, le interpretazioni liberatorie e le valutazioni durevoli possono provenire solo da coloro che si lasciano coinvolgere. Gran parte degli articoli e delle recensioni letterarie, dei saggi critico-letterari, della critica artistica e musicale, è assolutamente effimera”. G. Steiner,
Vere presenze, Garzanti, 1992, p.34

Infatti. Il fumetto è un sistema complesso non riducibile a singole categorie come per esempio il linguaggio (leggetevi per favore Thierry Groensteen, Systeme de la bande dessinèe, Puf, 1999; in italiano te lo ha appena pubblicato ProGlo) ed è la cosa che più si avvicina al simulacro. Nell’accezione corrente il termine simulacro ha valore negativo, di immagine/segno riproducente in modo incompleto il proprio referente; cioè, dal dizionario, di “oggetto che simula un  altro oggetto, che lo rappresenta fintamente o falsamente”. Ma il simulacro è soprattutto altro. E’ il segno che fa riferimento solo a se stesso, che non dipende in nessun modo da un oggetto esterno, e non deve la propria esistenza a un preciso referente. Il simulacro è, per dirla con Fausto Colombo (Ombre sintetiche, Liguori, 1990) un “segno anomalo”, che non significa nessun oggetto esterno a sè. In altre parole si può definire simulacro solo quel segno, o quell’ immagine, che si presenta alla mente dell’osservatore senza suscitare implicazioni e rimandi di tipo referenziale.
Platone ne sarebbe rimasto esterrefatto. Infatti il fumetto è il luogo dove la sua opposizione fondamentale tra idea e rappresentazione si annulla. Per esemplificare: quando io leggo un fumetto, mettiamo un’ avventura di Tex, l’ immagine che  mi comunica l’ idea “Tex” non ha referenti esterni oltre a “Tex”, al punto che si può affermare che il segno “Tex” non rappresenta “Tex”, ma è “Tex”. Il fumetto non significa, è.
Purtroppo sull’equivoco delle dicotomie tra alto/basso, modello/copia, si fonda tutta la nostra civiltà. Ce lo ha raccontato magistralmente
Foucault– ancora lui- nell’ Archeologia del sapere. Probabilmente Foucault non leggeva fumetti e trascurava una cosa invece chiarissima a Hergè. Cioè che nel fumetto – pure prodotto della nostra cultura- trova appunto soluzione una delle opposizioni apparentemente, e a detta di troppi autori mediocri, insanabile: quella tra idea e rappresentazione. Insomma: tra il “prima” scrivere e il “poi” disegnare. ‘Fanculo alla supremazia dell’alfabeto.
I greci, che non erano tutti platonici (come ci sta insegnando Onfray, Controstoria della filosofia, Fazi) avevano per questo concetto il termine graphein che significava allo stesso tempo sia scrivere che disegnare.
Quanto poco contano in quest’ottica categorizzazioni meramente merceologiche quali fumetto popolare o graphic novel! Nel 1940, quando sta buttando le basi – rielaborando tutte le vecchie storie di Tintin per adattarle al nuovo formato inventato dal signor Casterman (l’album di 48 tavole) – per l’evoluzione della storia del fumetto, Hergè ancora non sa come cazzo si chiama il lavoro che fa. Non c’era, in Francia, e non ci sarà fino agli anni sessanta, un modo univoco di chiamare la BD. Però costruisce un percorso di riflessione fondamentale su quello che sta facendo. Sul vero e sulla sua rappresentazione. Sul fumetto. Una riflessione che avrebbe probabilmente trovato il suo coronamento, se la vita non se lo fosse portato via, nell’
Alph Art.
Buttiamogli un occhio.
C’è questa cosa: che Tintin indagando su un traffico di opere d’arte scopre una setta, probabilmente neoplatonica, di falsari capitanata da un certo Endaddine Akass, che poi sembra si dovesse rivelare il suo eterno nemico Rastapopoulos (ma pensa un po’ di origini greche!), il quale catturerà Tintin e deciderà di farlo sparire immergendolo nel poliestere liquido pronto per una scultura. Qui la storia si interrompe… mentre i critici, abbagliati dai trucchetti diegetici fatti assurgere a immeritate importanze dagli ex-avanguardisti ora tutti divenuti soffici facitori di romanzetti grafici, si interrogano su quale potrà essere il modo in cui Tintin sfuggirà alla morte; sfugge loro il punto rilevante.
Che Endaddine Akass è un falso, la maschera –l’episteme- di Rastapopoulos, il quale vuole trasformare il simulacro –l’idea che è al contempo rappresentazione- Tintin in un’altra rappresentazione: una scultura che sarebbe la rappresentazione di un’idea che è già rappresentazione. Un’oscenità ontologica; che mette però in gioco il discorso, rendendolo ridiscutibile. Così Tintin, che correva il rischio di diventare il surrogato di se stesso all’interno di un discorso asfittico, è salvo, perché noi lettori possiamo salvarlo. Attenzione. A questo punto Hergè muore, e morendo vieta che chiunque altro realizzi Tintin. Garantendo solo al lettore la possibilità di mettere in discussione il suo simulacro.
Solo al lettore. E a nessun altro.

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