vaghe stelle

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Navigavo, di bordolese in bordolese, sulla mia chiatta, rassegnato, o meglio convinto, a raggiungere il delta; quando, forte di questa nuova lucidità, mi sono voltato indietro, contro la corrente: verso l’unico tempo della mia esistenza a cui, ora, concedo un flagrante interesse; che, pur massacrato dallo zelo nefasto di chi credendo educarmi tentava di ammaestrarmi, vedo ancora pieno di incanto e di – la parola non vi faccia tremare – libertà: l’infanzia. La mia.

Infanzia e libertà. Le uniche due parole, ma sono comunque molto di più, che, qui sì bretonianamente e senza vergogna, mi esaltano. Ancora.

Credevo più che sarei ormai riuscito a tirare fuori tutto quello che sono arrivato a maturare e quindi a pensare sul nulla. Sartrianamente contrapposto all’essere. Cioè il fumetto.

Invece. Nonostante quello che supponevo di sapere sono ancora vivo. E c’è pure di peggio. Tenetevi forte, ma proprio in questo frangente ho scoperto, forse un po’ come Breton, di tenerci: alla vita.

Allora ho paura. Comunque intendiamoci. I fumetti li leggevo prima e li ho letti dopo e li leggo ora.

Vivevo, bambino, ininterrottamente. In un presente continuo. Non conoscevo tempi e coniugazioni. E soprattutto non conoscevo soluzione di continuità tra il mio vivere e la realtà. Potrei anche metterla così (ma perché devo sempre tirare in ballo Sartre?): l’infanzia è stata per me il luogo dove non c’era distinzione alcuna tra le cose e le parole.

Quando ho capito (tardi, troppo tardi) che invece proprio su questa feroce distinzione si fondava il mondo voluto da preti e fabbricanti di mutande, cazzo!, allora ho provato dolore. E forse, si potrebbe dire, sono diventato adulto. Ma io dubito che la consapevolezza sia connotazione degli adulti; altrimenti delle due l’una: o essere adulti è essere idioti ovvero questa merda di mondo vi va bene così com’è e addirittura vi piace.

Ma non è questo il punto. Andiamo avanti.

Il punto è quella puttana sveglia che tutte le mattine, cinque giorni su sette, qualunque sia il mio umore e lo stato del mio fegato, meccanica e decisa mi sottolinea sempre e comunque troppo presto che non posso fuggire – perché mi costerebbe eccome- dal campo di concentramento di questo mio splendido quotidiano (d)esistere tra i confini di una delle tante uguali democrazie occidentali. Fondata sul lavoro, questa.

Dunque devo andare a lavorare, così vogliono i padri della matria. Io non voglio, ma devo. Allora penso: lavorare è un dovere, maledetto e inevitabile, solo perché devo mangiare leggere, ascoltare, scopare e vivere giusto appena finito di lavorare. Invece, no. Qualche testa di cazzo prezzolata da preti e fabbricanti di mutande mi dice che il lavoro è un diritto. Non hanno vergogna. Non cercano nemmeno più, alcuna corrispondenza tra le parole e il loro significato.  

Lo scollamento tra le cose e le parole si fa sempre più grande. Quella puttana sveglia che tutti i giorni mi ci manda, al lavoro, invece del bip bip normale e comune mi recita, ogni mattina: arbeit macht frei!

Il lavoro e la libertà non stanno insieme. A meno di rischiare l’ossimoro. A meno di volere gesuiticamente utilizzare la propria intelligenza al servizio dei padroni del dio di turno e delle sue sverginate puttane: la produzione e il suo spettro: il mercato – che mai è stato né sarà- libero, e non avere allora vergogna nel costruire ragionamenti che stanno in piedi solo grazie al consenso dell’idiozia e della vigliaccheria e dell’ignoranza e dell’egoismo dei lavoratori tutti.

Io non ci riesco, non ce la faccio ad annullare ogni corrispondenza tra le parole e il loro significato.

Non riesco nemmeno a credere, con Russel che l’etica del lavoro sia l’etica degli schiavi, perché non riesco a riconoscere al lavoro alcuna etica.

L’etica è quella della libertà. Il lavoro prezzolato (anche se prezzolato bene, ma per i più  prezzolato sempre poco e male) è solo vergogna e disgusto.

Mammamia. Mi sento come in una striscia del pessimo Frank Dickens, obbligato a contrapporre, per sopravvivere, il vivere (come dovrebbe essere) e il vissuto (come invece è).

Il lavoro è una virtù (starei per dire teologale) solo ormai per alcuni operatori della civettuola ermeneutica marxistico-rodariana, i quali al soldo dell’impero vorrebbero convincerci il mondo sia una macchina intelligente continuamente rigenerantesi, che noi alimentiamo con il nostro desiderio e –scandalo!- con il nostro lavoro. O il mondo è una mostruosità indicibile che si nutre dell’orrore oppure mentono e sanno che il mondo esiste nonostante il lavoro e la sua forza castrante.

Perché sembrerà pure una banalità ma ci vuole tutta la lucidità di Vaneigem per affermare che il lavoro salariato uccide ogni creatività, ogni godimento di sé e degli altri.

Nel poco tempo che rimane, tra la sveglia all’alba e il ritorno all’imbrunire, in questo intervallo dal lavoro fatto soprattutto di domeniche e feste comandate, bisognerebbe, lo sappiamo, mettere da parte l’inculcata fede nella nostra incurabile impotenza, e vivere. Gustare cioè appieno il piacere di appartenersi.

Invece.

Ci accontentiamo di sopravvivere. Ci soddisfiamo con lo svago. Barattiamo una probabile e rischiosa libertà a tempo pieno con un po’ di sicuro tempo libero. E lo passiamo guardando brutti film e leggendo fumetti. Roba senza pretese. Da consumarsi svogliatamente sugli scomodi sedili di un vagone strapieno e in ritardo,  accompagnati dalla livida tristezza dell’andare a lavorare.

Orrendi i  fumetti. Orrenda la parola. Azzeccata però, questa volta. A denotare una delle tante sovrastrutture evasivo-normalizzanti (affumicanti quindi l’intelligenza del reale) dove si stemperano, con l’anestetico dell’avventura e dell’invenzione, i disagi e le deprivazioni fisiche e mentali del nostro quotidiano. Fumo negli occhi insomma.

Per una volta c’è corrispondenza tra la parola e la cosa.

Allora basta.

Lo grido anch’io: basta! Come il farsesco e paraculo Giuseppe Bergman. Già. Basta! All’incontrario però. Basta con l’avventura, basta con la fuga. Basta al crudele sopravvivere tra una notte in discoteca e un fumetto bonelli.

La rappresentazione dell’avventura è prima di tutto la messa in scena della nostra insoddisfazione. Rinunciamo in continuazione alla realtà perché la realtà della nostra vita non ci piace, preferiamo perderci nel suo simulacro, nell’invenzione del mondo simbolico; senza renderci conto che proprio questo mondo simbolico (di simboli poi da poco prezzo) è la tomba della nostra felicità. La rappresentazione è l’analgesico che ci permette di tollerare il peso dell’organizzazione sociale. Non me ne fotte un cazzo delle verdi praterie, del rio delle amazzoni, delle fate degli elfi e di tutti gli strafottuti anelli e dei loro signori. E di tutte le belle addormentate nel bosco esibite sui calendari, più false e lontane della fortuna. In fondo non voglio mica la luna. Mi bastano, adesso, le stelle. Vaghe magari.

Basta resistere. E’ tempo di pretendere e di esistere.

Certo, lo so. Disegnare Tex è sempre meglio che lavorare. Lo so e non me ne importa. Lo trovo aggravante semmai. Il lavoro del travet che inchiostra le tavole di qualsiasi signor bonelli mi da noia quanto e più di quello dell’operaio alla catena di montaggio. Buon per lui se fa meno fatica, per guadagnarsi la vita, di chi scava in miniera. Buon per lui; e male per noi, se addirittura ci si diverte. Io comunque, e la conosco la fatica, mi arrogo il diritto di dirlo che mi fanno schifo le gabbie del fumetto a cadenza periodica e prezzolato, destinato sempre e comunque a reiterare la propria condizione di essere meglio del lavorare. Sia per chi quei fumetti li realizza, sia per chi li legge tra un turno e l’altro.

Non c’è via di fuga per chi rinuncia da subito alla libertà, per chi si lega ad una storia sempre uguale con la stessa triste cadenza mensile del proprio stipendio. Come cazzo si fa a tornare puntuali lo stesso giorno di tutti i mesi ad un appuntamento con chi ci sfotte con le sue avventure, posticce e pusillanimi!? Maledetto fumetto seriale: occhiuto guardiano della normalità, attento a conservarne il dominio con una precisa strategia di svalorizzazione del desiderio. E’ frustrante. E non rimane che volgersi indietro dunque, verso l’isola che non c’è della propria infanzia, per trovare quel senso e quella ragione che l’attuale assurdo stato di cose non ci sembra avere. La perigliosa tabula rasa del nostro essere stati bambini diventa l’unica possibilità di esistenza: una bagattella ritmata dai tamburi di latta delle nostre innocenti letture.

Innocenti? Non lo so.  (Forse aveva ragione Fredric Wertham).

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