non è una favola questa

C’era una volta, nemmeno tante volte fa, un tempo in cui le teste coronate dovevano mettere nel loro conto anche di vedersela rotolare, la testa, nel cesto sotto la ghigliottina. E questo solo perché il popolo si era stufato di loro. Oh! Erano tempi bui e tristi quelli, in cui a un re poteva capitare anche di prendersi tre revolverate e in cui a una regina tanto bella e amata poteva toccare di vedersi spezzato il cuore non da un principe azzurro ma da venti centimetri di acciaio damascato. E ancora peggio: nemmeno i democratici presidenti di democratiche repubbliche potevano dirsi al sicuro. Ennò.

Oh! Erano tempi tremendi quelli, in cui il ghiribizzo di un anarchico poteva addirittura arrivare ad attentare alla vita del presidente degli Stati Uniti o di quello di Francia. Che vergogna! Tutto questo solo per vendicare un qualche compagno straccione giustamente giustiziato. Oh! Erano tempi tristi quelli; pensa che neppure il sacro tempio della democrazia, il parlamento, era rispettato: ci fù un giorno in cui un anarchico buttò dalla tribuna riservata agli spettatori una bomba sui deputati di Francia! Uh. Si chiamava Auguste Vaillant quel pazzo. Vuoi, che te ne racconti la storia? Si? Allora ascolta.

Era giovane e bello Auguste, quando arrivò a Parigi da Mezieres, dove era nato nel 1861. Quanto giovane? Oh! Tanto, forse troppo per procurarsi da vivere da solo… sì perché Auguste era stato abbandonato dai genitori.

Pensa: aveva dodici, forse tredici anni quando finì in galera per aver viaggiato in treno senza biglietto.

Pensa: aveva forse 17 anni quando finì in galera per aver mangiato in un ristorante senza soldi per pagare. E’ allora, dopo sei giorni di prigione che decide di andarsene a Parigi. A piedi. Capisci, vero?, cosa voglio dire quando ti parlo della libertà del camminare?

Poi, vedi, a Parigi lavoretti vari per sopravvivere uno li trova, ma a Parigi trovi anche, sempre, l’amore. Auguste, da bravo miserabile qual è, comincia a frequentare i gruppuscoli anarchici; qui incontra una ragazza. Bella come belle non ne ha mai viste; ci va a ballare, se ne innamora, fanno l’amore e, anche se lui non è un principe azzurro e lei non è una principessa, si sposano e vivono felici. Ma non per sempre. Non è una favola questa, lo sai. Per i miserabili la miseria non ha altro finale che se stessa. Nasce una bambina (Sidonie) e la loro povertà non gli permette di mantenerla. Così emigrano in Argentina.

Ma devono tornare, perché laggiù la miseria regna sovrana come a Parigi.

E’ forse per cacciarla dal mondo, quella puttana miseria, che Auguste, il 9 dicembre 1893, decide di lanciare un ordigno esplosivo in mezzo alla Camera dei Deputati. L’ordigno è rudimentale, mal progettato, ferisce prima di tutti Auguste e poi, lievemente, qualche parlamentare.

Arrestato Auguste è condannato a morte. Non ha ucciso nessuno. Ma ha disprezzato la bella democrazia. SACRILEGIO! A MORTE! Oh, lo gridano anche i socialisti dalle loro belle gazzette democratiche.

Chiede la grazia. Ma il Presidente Sadi Carnot la rifiuta.

Il 4 febbraio lo ghigliottinano.

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