un passo indietro

Già a pagina nove del suo libro attualmente più ambizioso…(Nel corso del Testo, Bompiani, 2004) capisco perché quando Daniele Barbieri parla di fumetti nello specifico, difficilmente andiamo d’accordo. Dice infatti Barbieri, e io riassumo alla bruttodio, che una situazione senza tempo è una situazione in cui nulla accade. Sì insomma, una situazione senza novità e conseguentemente senza produzione di senso. Ovviamente non si riferisce al tempo come inteso dalla fisica classica; sarebbe infatti impossibile sostenere che un’immagine come una vignetta è soggetta al tempo astronomico-cronometrico,ma bensì un tempo dipendente dalla situazione rappresentata, dove basta che la differenza che rompe il ritmo sia pertinente per quel contesto affinché ci sia scorrere del tempo. Bene questo è verissimo ed è quello che diceva, più o meno, anche Ricoeur.

Barbieri estende il concetto al fumetto, sostenendo che esso adopera per rendere lo sviluppo temporale meccanismi simili alle altre forme narrative.Lo scorrere del tempo, necessario alla produzione di senso, sarebbe dato dalla creazione di un rilievo. Che poi sarebbe l’improvvisa rottura di un ritmo istanziato. Alla fine tutto gira attorno alla vignetta, la cui variazione improvvisa, dimensionale, spaziale e formale creerebbe quel rilievo (pertinente all’architettura della tavola) che spezza il ritmo stabilito dalle altre vignette, facendoci cogliere bettetinianamente il senso del tempo.

Beh, mi sembra un modo colto ed elegante per dire che aveva ragione Eisner.

Io non lo penso. Che avesse ragione Eisner. Perché ritengo che il fumetto sia la dimostrazione palese che può esserci narrazione senza tempo. Il fumetto a differenza delle altre, che sono grandezze continue, è una forma di narrazione a grandezza discreta.

Nelle sue meditazioni Leibniz (Meditazioni sulla conoscenza, la verità e le idee in G.W. Leibniz, Scritti di logica, Zanichelli, 1968) sostiene la liceità del “certo non so chè”. Cioè: dice. Che è tuo indiscutibile diritto trovare un’opera bella o brutta , interessante o trascurabile per quel certo non so che, che ti resta inesplicabile. Anzi, dice, può anche darsi che proprio quell’inesplicabilità sia ciò che ti rende attraente quell’opera.

Mi è accaduto una volta. Una sola. Leggevo e rileggevo Un rude Hiver (dopo la traduzione Mondadori del 1947, puoi trovarlo in una più recente edizione Einaudi) di Queneau. Non ci succede niente. Niente di niente. Un rancoroso reazionario va a pranzo da suo fratello, poi passeggia in riva al mare chiacchierando con un militare inglese e alla fine accompagna al cinema due bambini incontrati su un tram. Eppure per un motivo che non riuscivo a capire, e non era certo per quel disvelarsi ad ogni lettura di nuovi dettagli di cui parla, non ricordo dove, Perec, mi sembrava un libro splendido. Forse per quel certo leibniziano non so che.

Poi.

Qualche tempo dopo mi capitano tra le mani gli Ecrits pornographiques (editions 10/18) di Boris Vian. Allora capisco. Che Un rude Hiver io lo adoro perché è un libro pornografico. Pura letteratura erotica. Non me ne ero mai accorto. Non c’è sesso nel libro. Solo emozioni, perfettamente orientate però –ecchecazzo! A che serve saper scrivere!- verso i centri sensoriali di mia minore resistenza. Non certo, in questo caso, il cerebro. Più in basso, di sicuro. Dice poi Boris Vian che qui, in questo libro, quelle sensazioni –l’erezione chioso io e il bisogno di soddisfarla, con una sega anche… – che altrove ci suscita la rappresentazione dell’amore esplicito, ce le suscita un raffinatissimo flirt intellettuale tra citazioni letterarie e filosofia.

Ora. Se soddisfare quest’erezione nata dal bruto desiderio (chennesò: i romanzi di Caldwell) ovvero dalla sollecitazione intellettuale (appunto: Queneau ne raggiungerà poi l’apoteosi nel ciclo di Sally Mara), fosse facile come procurarsi un bicchiere di vodka o un pacchetto di camel, e se lo si potesse fare in pubblico, quando se ne ha voglia… l’amore intendo,con chi cavolo ci va, senza chiudersi in una stanza o nascondersi da qualche parte… beh, dice sempre Vian, l’alcolismo e il tabagismo sparirebbero subitamente.

Appunto.

Eccoci al passo indietro che ti avevo promesso.

Quando compare per la prima volta nella vita di TinTin, il capitano Haddock é sbronzo fradicio.

2 commenti
  1. Ho capito che non siamo d’accordo su qualcosa, ho capito tutti i dettagli (con i quali mi trovo d’accordo, Leibniz, Queneau, Perec e Vian compresi), ma non ho capito il nesso tra le varie cose.
    Ma siccome il tuo è un saggio a puntate (cioè il tempo c’è, e quindi dovrebbe esserci anche il senso) aspetto la prossima.
    A volte ho il sospetto che siamo fondamentalmente d’accordo, eccetto che per quisquilie terminologiche; a volte no.
    Quanto a Ricoeur, tu vedi con chiarezza quanto sia stato importante nella struttura di quel libro. Però io non condivido affatto la sua riduzione del tempo al racconto; e il tempo di cui sto parlando lì è (bettetiniamente, appunto) il tempo del senso, e non quello del racconto, ovvero il tempo interiore necessario per la comprensione (del racconto come della vignetta immobile – che è immobile alla visione, non allo sviluppo della comprensione; come spiego meglio nel mio libro più recente Guardare e leggere).
    Attendo, certo che capirò.
    (à suivre)

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