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Archivio mensile:dicembre 2011

Mio figlio, quello piccolo, è un periodo che è affascinato dai lupi delle fiabe.  E’ così che vagabondando per le librerie di Ginevra, incappiamo nella Librerit del Carouge; e nel tripudio dei picture-book che sfogliamo dobbiamo per forza portarci via quello di Nadia Shireen.
Good Little Wolf. A dispetto del titolo un gioiellino di cattiveria, con un finale detournante al punto giusto (giuro, lascia spiazzato me prima di mio figlio, mentre glielo leggo per la prima volta), elegantemente dedicato alla sana natura di ogni lupo delle favole che si rispetti: quella malvagia.
Perché i lupi che piacciono a noi, quelli di cui ogni bambino ha bisogno (e a dispetto della mia età e del mio fegato, ti giuro: sono più bambino dei miei figli) sono i grandi lupi cattivi.

Non so mica se tu te lo ricordi. Era forse aprile, forse maggio, forse giugno del 1984, ma poco importa in realtà; perché quello che conta è che avevo sedici anni e  che mi sentivo a disagio nella quotidianità di quegli anni. Quando sul numero 8 di quella, per altro insulsa rivista, che fu Corto Maltese, Andrea Pazienza mi spiegò quel mio disagio con una delle storie più nere (paradossalmente –ma neanche poi- coloratissima, fin quasi a far male) e disperate e reazionarie che mai avessi letto.
Lupi.

Tredici tavole.
Mattino piovoso di non sappiamo che giorno. Non sono ancora le sei. Colasanti parla al telefono, probabilmente con Zanardi. Poi mette giù, si infila il cappotto ed esce frettolosamente di casa.
Poco dopo si incontra in un bosco con Zanardi. Il quale gli dice che bisogna fare uno ‘scherzo’ a Ricardo.
I due, insieme a Petrilli, vanno non so dove, ma lontano un bel po’ di kilometri e comprano delle trappole per lupi. Le sistemano poi provocano Ricardo, che esce di casa e ci finisce sopra. ZAC, ZAC, ZAC. Ricardo muore massacrato dalle tagliole e i tre ne bruciano il corpo, dopo essersene spartiti soldi e roba.
Fine della storia.

Cioè no.
Adesso però aspetta un attimo.

Ci sono arrivato in questi miei giorni vacanzieri leggendo il libro su di lui scritto da Franco Giubilei e pubblicato da Black Velvet, a capire perché Pazienza mi è sempre parso un autore sostanzialmente reazionario. Intendiamoci: la reazionarietà non è una pregiudiziale estetica, Pazienza è un autore imprescindibile. Come lo definisce Franco Berardi in quel libro di Giubilei, Pazienza e i suoi fumetti sono stati un ponte tra il movimento del ’77 e il rampantismo degli anni ottanta. Questa potrebbe essere un’ottima chiave interpretativa per cominciare a sistematizzarne l’opera. Pazienza non è mai un cronista, quanto piuttosto il ritrattista emotivo di una parabola storica che va dalla festa libertaria degli anni settanta a quella liberista degli ottanta.
Lupi è la storia più rappresentativa di questo passaggio. Un vero spartiacque. Pazienza rappresenta la gratuità della violenza del branco, con una freddezza che, al momento, ci lascia sbalorditi.
Comunque. Perché sarebbe reazionario Pazienza?
Per capirlo dobbiamo tornare un attimo all’ultima tavola di Lupi.

Però prima dobbiamo notare questo.
L’aspetto esteriore di Topolino, quello dei fumetti intendiamoci, che quello dei cartoni animati non va oltre il 1953 (sì lo so che nel 1983 Topolino ci ritorna al cinema, ma quella – il Canto di Natale e poi il Principe e il Povero – è roba trascurabile); l’aspetto esteriore di Topolino, dicevo, ha vissuto una progressiva trasformazione che ha raggiunto il suo culmine insuperato nella natura grafica che gli ha cucito addosso, a partire dalla fine degli anni sessanta, Giorgio Cavazzano. Dimostrazione ne è il fatto che tutti i disegnatori venuti dopo, e fino a oggi, che hanno affrontato il mondo dei topi disneyani, non sono riusciti che a riproporre pedissequamente il suo universo grafico.
Mi sono sempre chiesto il perché: in quaranta anni (dai trenta ai settanta del secolo scorso) abbiamo una serie di disegnatori diversissimi che, in progressiva evoluzione, caratterizzano Topolino in modo distinguibile (tanto da diventare riferimento) ciascuno con il proprio personalissimo stile.
Senza pretesa di esaustività (vado a memoria e qualcuno, sicuramente lo dimentico, qualcun altro forse non ci azzecca con la lista): Iwerks, Gottfredson, Murry, Wright, Gonzales, Scarpa, poi Cavazzano. E lì basta.
Possibile che nei successivi trent’anni non c’è stato un giovane di talento in grado di superare, con una nuova rivoluzione grafica,con un semplice apporto personale, il Topolino definito da Cavazzano?
Te l’ho detto. Mi chiedevo perché.

L’altro giorno sfogliando un vecchio volume di Stephen Jay Gould, finalmente l’ho capito, il perché.
La terza parte della raccolta dei suoi articoli scritti per Natural History, Il pollice del panda (Anabasi, 1994 – non temere: oggi lo trovi nei tascabili del Saggiatore) si apre con un divertente capitoletto intitolato Omaggio di un biologo a Topolino (pp. 89-98).
Conosci sicuramente Stephen Jay Gould e sai che è stato uno dei più grandi biologi evoluzionisti di tutti i tempi, ma può darsi che tu non abbia letto quel suo  piacevole breve saggio su Topolino.
Sostiene più o meno questo.
Che la personalità e l’aspetto esteriore di Topolino si sono modificati, per necessità di normalizzazione sociale (cfr. Cristhopher Finch), verso una progressiva infantilizzazione. Jay Gould descrive molto dettagliatamente, con ricchezza di esempi, questa evoluzione neotenica.
Ecco. Il punto è questo. Cavazzano ha, a mio avviso, portato a compimento (e ad assoluto capolavoro) l’infantilizzazione  morfologica di Topolino.
Così, dopo di lui, nessuno è potuto andare oltre.
Da quel punto si poteva solo invertire il processo, cercando di adultizzare (passami l’espressione) Topolino. Ci proverà Cavazzano, con il Mickey Mouse Mystery Magazine; ma non è di questo che adesso ci interessa. Ci arriveremo ad Anderville, prima o poi.
Adesso dobbiamo tornare a Pazienza e ai suoi lupi.

Se, come abbiamo visto (io e te… non sono solito usare plurali maiestatici), a Topolino toccò (per volontà del suo papà Walt e delle circostanze storiche e sociali) normalizzarsi dal crudele e dispettoso topo delle origini che era, nel simbolo nazionale e indicatore del “benessere morale” degli Stati Uniti e dei loro sudditi che è adesso,

aperta parentesi – che l’Italia sia stata, per tutti i motivi storici che vuoi e che qui non ci interessa (a me e a te, inteso: che non uso, te l’ho già detto, plurali maiestatici io), indagare, il paese più suddito tra i sudditi, è dimostrato anche dal fatto, appunto, che qui si è sviluppata una delle più fiorenti scuole Disney del mondo – chiusa parentesi

facendo uso, per portare a compimento questa normalizzazione, di un’“evoluzione” in direzione neotenica; Andrea Pazienza, con la storia LUPI fece, pescando a man bassa nell’immaginario disneyano (mica solo per Pippo, tutta l’opera pazienziana andrebbe riletta alla luce di una profonda influenza disneyana) una cosa abbastanza simile, resa necessaria nell’economia della sua opera da immediate ragioni di mercato.
In tutta la sua opera i personaggi di Pazienza si adattano all’ambiente circostante, la loro natura è determinata e modellata dall’ambiente esterno e mai il contrario. Già questa, passamelo, è un’idea fortemente reazionaria: tutto il fumetto pazienziano, Zanardi in testa, è caratterizzato da comportamentismo watsoniano puro.
Non devo, spero, tirati in ballo Chomsky per stracciarlo, il comportamentismo; basta già Darwin quando, proprio parlando dei lupi, nell’Origine delle specie, dimostrava come il rapporto tra una specie e il suo ambiente non sia unilaterale: è certo l’ambiente, per esempio in un particolare periodo di carestia, a portare i lupi a una selezione che ne faccia sopravvivere i più veloci e agili a catturare i cervi, ma al contempo questa evoluzione dei lupi agisce anche sui cervi, quindi sull’ambiente, selezionandone i più veloci e agili pronti alla fuga e a scappare alle grinfie dei lupi.
Cazzo. Rileggiti Pentothal, senza i paraocchi dell’ideologia che lo deve trovare un capolavoro libertario per forza, ti accorgerai che il protagonista è pavlovianamente determinato dal movimento del ’77, tanto quanto Zanardi lo è dall’immobilità degli anni ’80.
C’è da Pentothal a Zanardi un’apparente “evoluzione” verso un concetto di natura umana che Pazienza crede di poter fare rientrare in un universo (a)morale zoomorfo.
Per portare a compimento la normalizzazione morfologica di Topolino a Disney ci sono voluti quarant’anni, a Pazienza le tredici tavole di LUPI.
Un genio certo.
Un genio che però (non avendo mai, probabilmente, letto un testo di etologia) nel piegare la natura umana alla sua idea comportamentista,secondo cui la natura umana è quindi animale (sempre ammesso che entrambe esistano, ma questo dubbio non sembra mai sfiorarlo), si abbarbica a un’idea di determinismo biologico che lo porta su posizioni che Wilhelm Reich non avrebbe esitato a definire fasciste.
‘rcoddio!! Pazienza fascista?!
Un’affermazione forte, lo so. Tocca dimostrarla.
Guardati l’ultima tavola della storia LUPI.
Tutta la parte superiore, il rossissimo sfondo d’incendio sul quale si staglia, novello cristo, il corpo nudo di Zanardi, solo vagamente disturbato dall’anima nera della sua vittima che straziata si innalza verso un futuro, se non di salvezza, comunque più degno (la morte violenta lo ha reso più degno) rispetto alla vita che prima conduceva (due fulminanti vignette ci descrivono il nulla dell’esistenza in vita di Ricardo: la nascita in un probabile degradato basso di qualche città del sud e la carriera scolastica di nullità intellettuale): raffigura quelle grida di libertà, tipiche di una natura umana repressa, stravolte, come appunto ci spiega Reich (in Psicologia di massa del fascismo, Einaudi, 2002, in particolare pp. 351-368) in un misticismo determinista che mette i brividi. Soprattutto quando lo sguardo scende nella seconda parte della tavola, da cui quel falò apotropaico prende origine: la mistica meditazione guerriera di Zanardi e Colasanti e il riposo materiale ma meritato del loro scudiero Petrilli.

Certo, potresti obiettarmi che il fatto stesso che Pazienza racconti questi fatti con una vena alla mishima, non comporti necessariamente anche una sua adesione ideologica a quei contenuti.
Cristo! Il determinismo strutturale che informa la costruzione (spesso arbitraria e tirata via ma sempre così genialmente e personalissimamente funzionale – per inciso:dimostrazione di questa profonda unità tra il suo dire e il suo essere è che chiunque abbia cercato di essere pazienziano, ha fatto soltanto cazzate) stessa di tutte le tavole di Pazienza comporta che non ci sia distinzione possibile tra il contenuto e il contenitore. Così è e non può essere altrimenti. Non c’è possibilità di rimontaggio, a differenza per esempio delle tavole prattiane (altro che fascista, era talmente libertario Pratt che le sue tavole, il suo discorso, lo potresti rimontare all’incontrario e avrebbero ugualmente senso) con Paz non si può (nemmeno, anche se qualcuno si è provato a farlo con quella bonellata finale che è Astarte). In quel libro di cui ti dicevo, tirano in ballo, ancora la sua intraducibilità. Vero, ma non perché come Segar o Walt Kelly– ad esempio- Pazienza ricrei una  nuova lingua pubblica in cui un Pentothal o un Zanardi compiano, novelli Pogo o Popeye quel gesto “infinitamente discreto” di chi lotta per prendere la parola e perché la sua parola, fino ad allora non riconosciuta, venga riconosciuta ed ascoltata.
No. La lingua intraducibile di Pazienza, le sue tavole non scomponibili, sono il frutto di una regola privata, geniale e bellissima, ma che esclude ogni possibile negoziazione con il lettore: un fatto privato, borghese, fascista. Perfettamente consustanziale agli anni ottanta d’Italia.
Il nostro passato.
Una cosa che, pur avendo ormai bisogno delle note a piè di pagina per essere compresa dalle nuove generazioni –altro che intraducibilità, parlerei di incomprensibilità- invece di stimolare una sistemazione critica presso quei pulpiti che frullano cose nei libri, suscita ancora adesioni ideologiche.
Questo, come e quanto la prima volte che lessi LUPI, mi agghiaccia. Perchè tutti sembrano dimenticare che è il carattere meccanicistico-mistico degli uomini e delle storie che raccontano a creare il fascismo e non viceversa.

Una delle principali forze politiche fino a poco fa al potere in Italia basa il proprio consenso sulla sollecitazione di pulsioni razziste. L’Italia non è un paese razzista.Le generalizzazioni sono solo pericolose. Ma il razzismo vi è sempre stato presente. Lo era prima del fascismo e lo è stata dopo. Da bravi cattolici quali siamo usiamo cancellare il nostro senso di colpa riducendo tutto, quando cronaca alla follia del singolo o, quando nella prospettiva temporale alle leggi fasciste del 1938, spacciandole per una contingenza storica quasi trascurabile. Invece la politica razziale fascista non fu, come è di moda affermare, semplicemente un tributo pagato all’alleanza con la Germania nazista. Vi è un preciso rapporto che intercorre tra la dottrina razzista teorizzata e applicata dal fascismo dal 1938 in poi e le teorie elaborate nell’ambito della scienza antropologica italiana almeno dal 1871. Coloro che si fecero sostenitori della politica razzista del regime si richiamarono infatti alle tradizioni teoriche e concettuali dei padri fondatori dell’antropologia italiana: Paolo Mantegazza e Giuseppe Sergi.

Guido Landra, assistente di antropologia all’Università di Roma nonché uno degli esponenti più “illustri” del razzismo fascista, quando nel 1939 stilerà con Giuseppe Cogni la Piccola bibliografia razziale(Ulpiano), non avrà remore a definire la bibliografia antropologica italiana ricchissima di utili notizie per lo studioso di “problemi razziali”.

Paolo Mantegazza fu medico e antropologo, deputato e senatore del Regno, fortunato scrittore di romanzetti a sfondo medico-antropologico oggi giustamente dimenticati ma di notevole successo nella seconda metà dell’ottocento; fondò a Firenze nel 1870 e resse fino alla sua morte (1919) la prima cattedra italiana di Antropologia.

Il 1870 può essere considerato l’anno di nascita del razzismo scientifico italiano.

Un certo confuso determinismo razziale era già presente nel Mantegazza negli anni cinquanta dell’ottocento, basti leggersi un libro come Fisiologia del piacere, che scrisse nel 1854. Dal 1870 però, il suo determinismo razziale perde ogni indefinitezza. L’esistenza delle razze diventa per lui un dato di fatto, al punto che le classifica in due grandi categorie: indefinitamente perfettibili e definitamene perfettibili. Quelle appartenenti a questa seconda categoria sarebbero, razze inferiori assolutamente non in grado di perfezionarsi “per piccola intelligenza, per inerzia, per incapacità di assimilare idee altrui”. Neanche a dirlo, queste razze inferiori sarebbero tutte quelle non bianche.

Da queste premesse Mantegazza traeva, con rigore logico c’è da ammetterlo, la conclusione che le razze meno educabili sarebbero state destinate alla distruzione quando fossero venute a contatto con razze o popoli più “progrediti”. Sosteneva infatti che quando due razze di intelligenze troppo diverse venivano a trovarsi a contatto, la “razza inferiore” non accettava i benefici della civiltà, e li respingeva; così i suoi membri “non accettando la schiavitù, non possono nemmeno vivere in una specie di domesticità coi più forti, quindi questi occupano il terreno, e gli altri, sospinti, rinchiusi, finiscono per morire…”.

Se avete voglia di misurarvici queste e tantissime altre perle come queste le trovate nella raccolta delle sue lezioni (Lezioni di antropologia (1870 – 1910) pubblicate nel 1989 dalla Società Italiana di Antropologia ed Etnologia.

Agli inizi degli anni ottanta dell’ottocento l’Italia cominciò la sua avventura coloniale in Somalia.

Le idee di Mantegazza, che del colonialismo italiano furono corollario e giustificazione, si diffusero velocemente. E troveranno il loro coronamento in quelle di Giuseppe Sergi.

Giuseppe Sergi (1841-1936), antropologo e fondatore, nel 1883 della Società romana di antropologia, fu l’altro padre ufficiale del razzismo italiano. In una serie di studi pubblicati dall’editore Bocca di Torino tra il 1904 e il 1911, di cui vi risparmio il pietoso elenco, Sergi tentò –tra mille contraddizioni- la classificazione dei generi umani. Identificò, con scientifica fantasia, tre grandi gruppi nei quali si raccoglierebbero tutte le varietà razziali: l’homo eurafricanus, l’homo asiaticus e l’homo americanus. Poi dopo la lettura di un mal compreso Darwin, Sergi cadde in pieno delirio poligenico – convinto cioè che queste tre principali varietà umane dovessero la loro origine a primati differenti -, e sostenne conseguentemente “la superiorità delle stirpi che abitano l’Europa, e che in genere si distinguono col carattere distintivo di uomo bianco in ogni gradazione”.

Il Sergi però doveva essere un po’ distratto. Solo a questo punto si accorse di avere inizialmente classificato sotto il medesimo genere di homo eurafricanus sia gli europei che gli abitanti del continente africano. Il povero antropologo razzista si vide quindi costretto a correggere la sua teoria. Operò una netta divisione tra gli “eurafricani della varietà bruna e bionda” dai “negri d’Africa, quelli che comunemente sono ritenuti veri africani”.

Ribattezzò questo secondo gruppo “afer niger” e sostenne che era “una divisione umana distinta” incapace di contribuire all’evoluzione sociale. L’altra, quella bianca, che Sergi collocava dal nord scandinavo al mediterraneo, sarebbe stata invece la “stirpe più diffusiva e più attiva, la più invaditrice, la più civilizzatrice, la più fine, la più umana…”.

Queste idee le ritroveremo negli anni trenta sulla rivista Antieuropa di Roberto Suster, direttore anche della Agenzia Stefani (per chi non lo sapesse l’Ansa del regime fascista).

Suster nel 1930 era convinto che si stesse formando nel mondo “uno stato d’animo che supera la divisione particolare, creando una solidarietà di razza dipendente dal colore della pelle”; per spiegare ciò si rifaceva anche a Mantegazza, attualizzando la sua ipotesi dell’ineluttabilità dello scontro razziale, dovuto all’intimo contatto cui nei tempi attuali erano giunte le varie razze, e che si sarebbe concluso con la conseguente supremazia della razza bianca.

Una preoccupazione simile era sottesa anche alla politica demografica del regime. Mussolini aveva lanciato l’allarme che l’intera razza bianca avrebbe potuto “venire sommersa dalle altre razze di colore che si moltiplicano con un ritmo ignoto alla nostra”. I negri e i gialli sono alla porta? Si chiedeva il Duce e retoricamente si rispondeva che sì, erano alla porta, “e non soltanto per la loro fecondità, ma anche per la coscienza che essi hanno preso della loro razza e del suo avvenire nel mondo”. Per impedire il decadimento della “razza bianca” era necessario, per Mussolini, incrementare la natalità (Benito Mussolini, Il numero come forza in Opera Omnia, La Fenice, 1958, vol. XXII pp.676-677).

Questo supposto decadimento delle razze caucasiche il capo del fascismo lo prendeva pari pari dalle idee del Sergi.

Sergi infatti era convinto che a partire dalla guerra franco-prussiana del 1870 la “specie europea” si fosse incamminata verso quello che lui chiamava l’abisso della decadenza. Il dramma della Prima Guerra Mondiale lo convince che i popoli europei hanno riportato danni biologici gravissimi e che sia ormai assolutamente necessario arginare il danno per “conservare sana e integra la gran parte della popolazione sopravvissuta ai danni della guerra”. Una stirpe così provata dalla guerra era più facilmente esposta a un ulteriore grave pericolo: l’incrocio delle razze cui anche l’Italia, grazie al suo recente colonialismo, andava incontro.

De Felice sostiene, nell’introduzione all’edizione tascabile della sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (Einaudi) che la necessità di regolare i rapporti tra gli italiani in Africa e le popolazioni locali, soprattutto per evitare il meticciato, fu avvertito dai legislatori italiani con la fondazione dell’impero fascista.

Non è vero.

La colonia d’Eritrea fu fondata nel 1890. Negli anni settanta di quel secolo (è in questi anni che si pongono le basi per l’avventura coloniale) Mantegazza dalla sua cattedra di antropologia già poneva la questione dei meticci e metteva in guardia dall’”incrociamento delle razze”, che avrebbe portato non solo all’abbassamento delle razze superiori, ma anche a un pericoloso innalzamento delle razze superiori (cfr. la raccolta delle sue lezioni intitolata Consanguietà e ibridismo). Sergi, nel 1897 pubblica un volume intitolato Africa in cui le assurdità sulla stirpe camitica si sprecano. Eccome.

Con il patrocinio intellettuale di così emeriti scienziati, nel 1909 viene approvato dal parlamento italiano un Codice Civile per l’Eritrea (effettivamente poco applicato) destinato a impedire le unioni miste per evitare il fenomeno del meticciato, ma che di fatto divideva in due categorie i sudditi residenti in Eritrea: di serie A i coloni italiani e di serie B, con valore pressoché di schiavi, gli eritrei.

Nel 1912 viene riconosciuta la sovranità italiana sulla Libia. Durante la guerra italo-turca che porterà alla conquista italiana di Tripolitania e Cirenaica si distinse un certo generale Rodolfo Graziani il quale, con il tacito consenso del re e di Giolitti, sperimentò molto prima dei nazisti la deportazione in campi di concentramento di intere etnie, cominciando un vero e proprio genocidio che continuerà, per mano dell’altro degno generale: Badoglio, fino alla fine dell’impero fascista, e che costerà l’eliminazione di circa un ottavo (centomila morti su una popolazione di ottocentomila abitanti) della popolazione libica.

Insomma. E’ chiaro, da quanto detto finora, che la teorizzazione razzista nasce in Italia contemporaneamente alle velleità coloniali.

Giovanni Bovio, docente di filosofia del diritto e fervente repubblicano, appena dopo la conquista di Massaua (1885) scrisse che l’Italia non aveva il diritto di lasciare le popolazioni del Corno d’Africa nell’”inciviltà”. Negava all’Abissinia “il diritto d’essere barbara, di scannare gli esploratori europei, di essere serva del Negus feroce e di ignorare i progressi della scienza”. L’unico modo per “sbarbarire i negri di laggiù” era, a suo avviso, il colonialismo. Mentre il socialista Pascoli inneggiava alla “grande proletaria” che andava in cirenaica a sterminare beduini per dare terre agli italici proletari.

Questi e altri ben più gravi atteggiamenti razzistici di intellettuali e coloni italiani sono documentati nella bellissima antologia curata da Goglia e Grassi per Laterza nel 1981: Il colonialismo italiano da Adua all’Impero.

Si comprende facilmente quindi quanto e come si intensificherà la pubblicistica sull’argomento verso la fine degli anni venti e trenta, con l’avvicinarsi della nuova impresa coloniale (quella Etiope), sotto l’attenta regia propagandistica del regime.

La piccola bibliografia razziale (Ulpiano, 1939) curata da Guido Landra e Giulio Cogni, gli dedicò persino un capitolo intero chiamandolo “africanistica”.

Proprio in questo intervallo di tempo, cioè tra l’avvento al potere del fascismo e la campagna d’Etiopia, il razzismo –tramite il viatico dell’eugenetica- dall’antropologia si sposta nell’ambiente medico.

Come vedremo nessun terreno avrebbe potuto essere più fertile, grazie soprattutto al viatico di Nicola Pende, nel dibattito medico per la radicalizzazione delle idee razziste nel sostrato culturale italiano.

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