breve storia del razzismo italiano (1) – i padri fondatori

Una delle principali forze politiche fino a poco fa al potere in Italia basa il proprio consenso sulla sollecitazione di pulsioni razziste. L’Italia non è un paese razzista.Le generalizzazioni sono solo pericolose. Ma il razzismo vi è sempre stato presente. Lo era prima del fascismo e lo è stata dopo. Da bravi cattolici quali siamo usiamo cancellare il nostro senso di colpa riducendo tutto, quando cronaca alla follia del singolo o, quando nella prospettiva temporale alle leggi fasciste del 1938, spacciandole per una contingenza storica quasi trascurabile. Invece la politica razziale fascista non fu, come è di moda affermare, semplicemente un tributo pagato all’alleanza con la Germania nazista. Vi è un preciso rapporto che intercorre tra la dottrina razzista teorizzata e applicata dal fascismo dal 1938 in poi e le teorie elaborate nell’ambito della scienza antropologica italiana almeno dal 1871. Coloro che si fecero sostenitori della politica razzista del regime si richiamarono infatti alle tradizioni teoriche e concettuali dei padri fondatori dell’antropologia italiana: Paolo Mantegazza e Giuseppe Sergi.

Guido Landra, assistente di antropologia all’Università di Roma nonché uno degli esponenti più “illustri” del razzismo fascista, quando nel 1939 stilerà con Giuseppe Cogni la Piccola bibliografia razziale(Ulpiano), non avrà remore a definire la bibliografia antropologica italiana ricchissima di utili notizie per lo studioso di “problemi razziali”.

Paolo Mantegazza fu medico e antropologo, deputato e senatore del Regno, fortunato scrittore di romanzetti a sfondo medico-antropologico oggi giustamente dimenticati ma di notevole successo nella seconda metà dell’ottocento; fondò a Firenze nel 1870 e resse fino alla sua morte (1919) la prima cattedra italiana di Antropologia.

Il 1870 può essere considerato l’anno di nascita del razzismo scientifico italiano.

Un certo confuso determinismo razziale era già presente nel Mantegazza negli anni cinquanta dell’ottocento, basti leggersi un libro come Fisiologia del piacere, che scrisse nel 1854. Dal 1870 però, il suo determinismo razziale perde ogni indefinitezza. L’esistenza delle razze diventa per lui un dato di fatto, al punto che le classifica in due grandi categorie: indefinitamente perfettibili e definitamene perfettibili. Quelle appartenenti a questa seconda categoria sarebbero, razze inferiori assolutamente non in grado di perfezionarsi “per piccola intelligenza, per inerzia, per incapacità di assimilare idee altrui”. Neanche a dirlo, queste razze inferiori sarebbero tutte quelle non bianche.

Da queste premesse Mantegazza traeva, con rigore logico c’è da ammetterlo, la conclusione che le razze meno educabili sarebbero state destinate alla distruzione quando fossero venute a contatto con razze o popoli più “progrediti”. Sosteneva infatti che quando due razze di intelligenze troppo diverse venivano a trovarsi a contatto, la “razza inferiore” non accettava i benefici della civiltà, e li respingeva; così i suoi membri “non accettando la schiavitù, non possono nemmeno vivere in una specie di domesticità coi più forti, quindi questi occupano il terreno, e gli altri, sospinti, rinchiusi, finiscono per morire…”.

Se avete voglia di misurarvici queste e tantissime altre perle come queste le trovate nella raccolta delle sue lezioni (Lezioni di antropologia (1870 – 1910) pubblicate nel 1989 dalla Società Italiana di Antropologia ed Etnologia.

Agli inizi degli anni ottanta dell’ottocento l’Italia cominciò la sua avventura coloniale in Somalia.

Le idee di Mantegazza, che del colonialismo italiano furono corollario e giustificazione, si diffusero velocemente. E troveranno il loro coronamento in quelle di Giuseppe Sergi.

Giuseppe Sergi (1841-1936), antropologo e fondatore, nel 1883 della Società romana di antropologia, fu l’altro padre ufficiale del razzismo italiano. In una serie di studi pubblicati dall’editore Bocca di Torino tra il 1904 e il 1911, di cui vi risparmio il pietoso elenco, Sergi tentò –tra mille contraddizioni- la classificazione dei generi umani. Identificò, con scientifica fantasia, tre grandi gruppi nei quali si raccoglierebbero tutte le varietà razziali: l’homo eurafricanus, l’homo asiaticus e l’homo americanus. Poi dopo la lettura di un mal compreso Darwin, Sergi cadde in pieno delirio poligenico – convinto cioè che queste tre principali varietà umane dovessero la loro origine a primati differenti -, e sostenne conseguentemente “la superiorità delle stirpi che abitano l’Europa, e che in genere si distinguono col carattere distintivo di uomo bianco in ogni gradazione”.

Il Sergi però doveva essere un po’ distratto. Solo a questo punto si accorse di avere inizialmente classificato sotto il medesimo genere di homo eurafricanus sia gli europei che gli abitanti del continente africano. Il povero antropologo razzista si vide quindi costretto a correggere la sua teoria. Operò una netta divisione tra gli “eurafricani della varietà bruna e bionda” dai “negri d’Africa, quelli che comunemente sono ritenuti veri africani”.

Ribattezzò questo secondo gruppo “afer niger” e sostenne che era “una divisione umana distinta” incapace di contribuire all’evoluzione sociale. L’altra, quella bianca, che Sergi collocava dal nord scandinavo al mediterraneo, sarebbe stata invece la “stirpe più diffusiva e più attiva, la più invaditrice, la più civilizzatrice, la più fine, la più umana…”.

Queste idee le ritroveremo negli anni trenta sulla rivista Antieuropa di Roberto Suster, direttore anche della Agenzia Stefani (per chi non lo sapesse l’Ansa del regime fascista).

Suster nel 1930 era convinto che si stesse formando nel mondo “uno stato d’animo che supera la divisione particolare, creando una solidarietà di razza dipendente dal colore della pelle”; per spiegare ciò si rifaceva anche a Mantegazza, attualizzando la sua ipotesi dell’ineluttabilità dello scontro razziale, dovuto all’intimo contatto cui nei tempi attuali erano giunte le varie razze, e che si sarebbe concluso con la conseguente supremazia della razza bianca.

Una preoccupazione simile era sottesa anche alla politica demografica del regime. Mussolini aveva lanciato l’allarme che l’intera razza bianca avrebbe potuto “venire sommersa dalle altre razze di colore che si moltiplicano con un ritmo ignoto alla nostra”. I negri e i gialli sono alla porta? Si chiedeva il Duce e retoricamente si rispondeva che sì, erano alla porta, “e non soltanto per la loro fecondità, ma anche per la coscienza che essi hanno preso della loro razza e del suo avvenire nel mondo”. Per impedire il decadimento della “razza bianca” era necessario, per Mussolini, incrementare la natalità (Benito Mussolini, Il numero come forza in Opera Omnia, La Fenice, 1958, vol. XXII pp.676-677).

Questo supposto decadimento delle razze caucasiche il capo del fascismo lo prendeva pari pari dalle idee del Sergi.

Sergi infatti era convinto che a partire dalla guerra franco-prussiana del 1870 la “specie europea” si fosse incamminata verso quello che lui chiamava l’abisso della decadenza. Il dramma della Prima Guerra Mondiale lo convince che i popoli europei hanno riportato danni biologici gravissimi e che sia ormai assolutamente necessario arginare il danno per “conservare sana e integra la gran parte della popolazione sopravvissuta ai danni della guerra”. Una stirpe così provata dalla guerra era più facilmente esposta a un ulteriore grave pericolo: l’incrocio delle razze cui anche l’Italia, grazie al suo recente colonialismo, andava incontro.

De Felice sostiene, nell’introduzione all’edizione tascabile della sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (Einaudi) che la necessità di regolare i rapporti tra gli italiani in Africa e le popolazioni locali, soprattutto per evitare il meticciato, fu avvertito dai legislatori italiani con la fondazione dell’impero fascista.

Non è vero.

La colonia d’Eritrea fu fondata nel 1890. Negli anni settanta di quel secolo (è in questi anni che si pongono le basi per l’avventura coloniale) Mantegazza dalla sua cattedra di antropologia già poneva la questione dei meticci e metteva in guardia dall’”incrociamento delle razze”, che avrebbe portato non solo all’abbassamento delle razze superiori, ma anche a un pericoloso innalzamento delle razze superiori (cfr. la raccolta delle sue lezioni intitolata Consanguietà e ibridismo). Sergi, nel 1897 pubblica un volume intitolato Africa in cui le assurdità sulla stirpe camitica si sprecano. Eccome.

Con il patrocinio intellettuale di così emeriti scienziati, nel 1909 viene approvato dal parlamento italiano un Codice Civile per l’Eritrea (effettivamente poco applicato) destinato a impedire le unioni miste per evitare il fenomeno del meticciato, ma che di fatto divideva in due categorie i sudditi residenti in Eritrea: di serie A i coloni italiani e di serie B, con valore pressoché di schiavi, gli eritrei.

Nel 1912 viene riconosciuta la sovranità italiana sulla Libia. Durante la guerra italo-turca che porterà alla conquista italiana di Tripolitania e Cirenaica si distinse un certo generale Rodolfo Graziani il quale, con il tacito consenso del re e di Giolitti, sperimentò molto prima dei nazisti la deportazione in campi di concentramento di intere etnie, cominciando un vero e proprio genocidio che continuerà, per mano dell’altro degno generale: Badoglio, fino alla fine dell’impero fascista, e che costerà l’eliminazione di circa un ottavo (centomila morti su una popolazione di ottocentomila abitanti) della popolazione libica.

Insomma. E’ chiaro, da quanto detto finora, che la teorizzazione razzista nasce in Italia contemporaneamente alle velleità coloniali.

Giovanni Bovio, docente di filosofia del diritto e fervente repubblicano, appena dopo la conquista di Massaua (1885) scrisse che l’Italia non aveva il diritto di lasciare le popolazioni del Corno d’Africa nell’”inciviltà”. Negava all’Abissinia “il diritto d’essere barbara, di scannare gli esploratori europei, di essere serva del Negus feroce e di ignorare i progressi della scienza”. L’unico modo per “sbarbarire i negri di laggiù” era, a suo avviso, il colonialismo. Mentre il socialista Pascoli inneggiava alla “grande proletaria” che andava in cirenaica a sterminare beduini per dare terre agli italici proletari.

Questi e altri ben più gravi atteggiamenti razzistici di intellettuali e coloni italiani sono documentati nella bellissima antologia curata da Goglia e Grassi per Laterza nel 1981: Il colonialismo italiano da Adua all’Impero.

Si comprende facilmente quindi quanto e come si intensificherà la pubblicistica sull’argomento verso la fine degli anni venti e trenta, con l’avvicinarsi della nuova impresa coloniale (quella Etiope), sotto l’attenta regia propagandistica del regime.

La piccola bibliografia razziale (Ulpiano, 1939) curata da Guido Landra e Giulio Cogni, gli dedicò persino un capitolo intero chiamandolo “africanistica”.

Proprio in questo intervallo di tempo, cioè tra l’avvento al potere del fascismo e la campagna d’Etiopia, il razzismo –tramite il viatico dell’eugenetica- dall’antropologia si sposta nell’ambiente medico.

Come vedremo nessun terreno avrebbe potuto essere più fertile, grazie soprattutto al viatico di Nicola Pende, nel dibattito medico per la radicalizzazione delle idee razziste nel sostrato culturale italiano.

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