natura morta di tagliole con branco di lupi

Mio figlio, quello piccolo, è un periodo che è affascinato dai lupi delle fiabe.  E’ così che vagabondando per le librerie di Ginevra, incappiamo nella Librerit del Carouge; e nel tripudio dei picture-book che sfogliamo dobbiamo per forza portarci via quello di Nadia Shireen.
Good Little Wolf. A dispetto del titolo un gioiellino di cattiveria, con un finale detournante al punto giusto (giuro, lascia spiazzato me prima di mio figlio, mentre glielo leggo per la prima volta), elegantemente dedicato alla sana natura di ogni lupo delle favole che si rispetti: quella malvagia.
Perché i lupi che piacciono a noi, quelli di cui ogni bambino ha bisogno (e a dispetto della mia età e del mio fegato, ti giuro: sono più bambino dei miei figli) sono i grandi lupi cattivi.

Non so mica se tu te lo ricordi. Era forse aprile, forse maggio, forse giugno del 1984, ma poco importa in realtà; perché quello che conta è che avevo sedici anni e  che mi sentivo a disagio nella quotidianità di quegli anni. Quando sul numero 8 di quella, per altro insulsa rivista, che fu Corto Maltese, Andrea Pazienza mi spiegò quel mio disagio con una delle storie più nere (paradossalmente –ma neanche poi- coloratissima, fin quasi a far male) e disperate e reazionarie che mai avessi letto.
Lupi.

Tredici tavole.
Mattino piovoso di non sappiamo che giorno. Non sono ancora le sei. Colasanti parla al telefono, probabilmente con Zanardi. Poi mette giù, si infila il cappotto ed esce frettolosamente di casa.
Poco dopo si incontra in un bosco con Zanardi. Il quale gli dice che bisogna fare uno ‘scherzo’ a Ricardo.
I due, insieme a Petrilli, vanno non so dove, ma lontano un bel po’ di kilometri e comprano delle trappole per lupi. Le sistemano poi provocano Ricardo, che esce di casa e ci finisce sopra. ZAC, ZAC, ZAC. Ricardo muore massacrato dalle tagliole e i tre ne bruciano il corpo, dopo essersene spartiti soldi e roba.
Fine della storia.

Cioè no.
Adesso però aspetta un attimo.

Ci sono arrivato in questi miei giorni vacanzieri leggendo il libro su di lui scritto da Franco Giubilei e pubblicato da Black Velvet, a capire perché Pazienza mi è sempre parso un autore sostanzialmente reazionario. Intendiamoci: la reazionarietà non è una pregiudiziale estetica, Pazienza è un autore imprescindibile. Come lo definisce Franco Berardi in quel libro di Giubilei, Pazienza e i suoi fumetti sono stati un ponte tra il movimento del ’77 e il rampantismo degli anni ottanta. Questa potrebbe essere un’ottima chiave interpretativa per cominciare a sistematizzarne l’opera. Pazienza non è mai un cronista, quanto piuttosto il ritrattista emotivo di una parabola storica che va dalla festa libertaria degli anni settanta a quella liberista degli ottanta.
Lupi è la storia più rappresentativa di questo passaggio. Un vero spartiacque. Pazienza rappresenta la gratuità della violenza del branco, con una freddezza che, al momento, ci lascia sbalorditi.
Comunque. Perché sarebbe reazionario Pazienza?
Per capirlo dobbiamo tornare un attimo all’ultima tavola di Lupi.

Però prima dobbiamo notare questo.
L’aspetto esteriore di Topolino, quello dei fumetti intendiamoci, che quello dei cartoni animati non va oltre il 1953 (sì lo so che nel 1983 Topolino ci ritorna al cinema, ma quella – il Canto di Natale e poi il Principe e il Povero – è roba trascurabile); l’aspetto esteriore di Topolino, dicevo, ha vissuto una progressiva trasformazione che ha raggiunto il suo culmine insuperato nella natura grafica che gli ha cucito addosso, a partire dalla fine degli anni sessanta, Giorgio Cavazzano. Dimostrazione ne è il fatto che tutti i disegnatori venuti dopo, e fino a oggi, che hanno affrontato il mondo dei topi disneyani, non sono riusciti che a riproporre pedissequamente il suo universo grafico.
Mi sono sempre chiesto il perché: in quaranta anni (dai trenta ai settanta del secolo scorso) abbiamo una serie di disegnatori diversissimi che, in progressiva evoluzione, caratterizzano Topolino in modo distinguibile (tanto da diventare riferimento) ciascuno con il proprio personalissimo stile.
Senza pretesa di esaustività (vado a memoria e qualcuno, sicuramente lo dimentico, qualcun altro forse non ci azzecca con la lista): Iwerks, Gottfredson, Murry, Wright, Gonzales, Scarpa, poi Cavazzano. E lì basta.
Possibile che nei successivi trent’anni non c’è stato un giovane di talento in grado di superare, con una nuova rivoluzione grafica,con un semplice apporto personale, il Topolino definito da Cavazzano?
Te l’ho detto. Mi chiedevo perché.

L’altro giorno sfogliando un vecchio volume di Stephen Jay Gould, finalmente l’ho capito, il perché.
La terza parte della raccolta dei suoi articoli scritti per Natural History, Il pollice del panda (Anabasi, 1994 – non temere: oggi lo trovi nei tascabili del Saggiatore) si apre con un divertente capitoletto intitolato Omaggio di un biologo a Topolino (pp. 89-98).
Conosci sicuramente Stephen Jay Gould e sai che è stato uno dei più grandi biologi evoluzionisti di tutti i tempi, ma può darsi che tu non abbia letto quel suo  piacevole breve saggio su Topolino.
Sostiene più o meno questo.
Che la personalità e l’aspetto esteriore di Topolino si sono modificati, per necessità di normalizzazione sociale (cfr. Cristhopher Finch), verso una progressiva infantilizzazione. Jay Gould descrive molto dettagliatamente, con ricchezza di esempi, questa evoluzione neotenica.
Ecco. Il punto è questo. Cavazzano ha, a mio avviso, portato a compimento (e ad assoluto capolavoro) l’infantilizzazione  morfologica di Topolino.
Così, dopo di lui, nessuno è potuto andare oltre.
Da quel punto si poteva solo invertire il processo, cercando di adultizzare (passami l’espressione) Topolino. Ci proverà Cavazzano, con il Mickey Mouse Mystery Magazine; ma non è di questo che adesso ci interessa. Ci arriveremo ad Anderville, prima o poi.
Adesso dobbiamo tornare a Pazienza e ai suoi lupi.

Se, come abbiamo visto (io e te… non sono solito usare plurali maiestatici), a Topolino toccò (per volontà del suo papà Walt e delle circostanze storiche e sociali) normalizzarsi dal crudele e dispettoso topo delle origini che era, nel simbolo nazionale e indicatore del “benessere morale” degli Stati Uniti e dei loro sudditi che è adesso,

aperta parentesi – che l’Italia sia stata, per tutti i motivi storici che vuoi e che qui non ci interessa (a me e a te, inteso: che non uso, te l’ho già detto, plurali maiestatici io), indagare, il paese più suddito tra i sudditi, è dimostrato anche dal fatto, appunto, che qui si è sviluppata una delle più fiorenti scuole Disney del mondo – chiusa parentesi

facendo uso, per portare a compimento questa normalizzazione, di un’“evoluzione” in direzione neotenica; Andrea Pazienza, con la storia LUPI fece, pescando a man bassa nell’immaginario disneyano (mica solo per Pippo, tutta l’opera pazienziana andrebbe riletta alla luce di una profonda influenza disneyana) una cosa abbastanza simile, resa necessaria nell’economia della sua opera da immediate ragioni di mercato.
In tutta la sua opera i personaggi di Pazienza si adattano all’ambiente circostante, la loro natura è determinata e modellata dall’ambiente esterno e mai il contrario. Già questa, passamelo, è un’idea fortemente reazionaria: tutto il fumetto pazienziano, Zanardi in testa, è caratterizzato da comportamentismo watsoniano puro.
Non devo, spero, tirati in ballo Chomsky per stracciarlo, il comportamentismo; basta già Darwin quando, proprio parlando dei lupi, nell’Origine delle specie, dimostrava come il rapporto tra una specie e il suo ambiente non sia unilaterale: è certo l’ambiente, per esempio in un particolare periodo di carestia, a portare i lupi a una selezione che ne faccia sopravvivere i più veloci e agili a catturare i cervi, ma al contempo questa evoluzione dei lupi agisce anche sui cervi, quindi sull’ambiente, selezionandone i più veloci e agili pronti alla fuga e a scappare alle grinfie dei lupi.
Cazzo. Rileggiti Pentothal, senza i paraocchi dell’ideologia che lo deve trovare un capolavoro libertario per forza, ti accorgerai che il protagonista è pavlovianamente determinato dal movimento del ’77, tanto quanto Zanardi lo è dall’immobilità degli anni ’80.
C’è da Pentothal a Zanardi un’apparente “evoluzione” verso un concetto di natura umana che Pazienza crede di poter fare rientrare in un universo (a)morale zoomorfo.
Per portare a compimento la normalizzazione morfologica di Topolino a Disney ci sono voluti quarant’anni, a Pazienza le tredici tavole di LUPI.
Un genio certo.
Un genio che però (non avendo mai, probabilmente, letto un testo di etologia) nel piegare la natura umana alla sua idea comportamentista,secondo cui la natura umana è quindi animale (sempre ammesso che entrambe esistano, ma questo dubbio non sembra mai sfiorarlo), si abbarbica a un’idea di determinismo biologico che lo porta su posizioni che Wilhelm Reich non avrebbe esitato a definire fasciste.
‘rcoddio!! Pazienza fascista?!
Un’affermazione forte, lo so. Tocca dimostrarla.
Guardati l’ultima tavola della storia LUPI.
Tutta la parte superiore, il rossissimo sfondo d’incendio sul quale si staglia, novello cristo, il corpo nudo di Zanardi, solo vagamente disturbato dall’anima nera della sua vittima che straziata si innalza verso un futuro, se non di salvezza, comunque più degno (la morte violenta lo ha reso più degno) rispetto alla vita che prima conduceva (due fulminanti vignette ci descrivono il nulla dell’esistenza in vita di Ricardo: la nascita in un probabile degradato basso di qualche città del sud e la carriera scolastica di nullità intellettuale): raffigura quelle grida di libertà, tipiche di una natura umana repressa, stravolte, come appunto ci spiega Reich (in Psicologia di massa del fascismo, Einaudi, 2002, in particolare pp. 351-368) in un misticismo determinista che mette i brividi. Soprattutto quando lo sguardo scende nella seconda parte della tavola, da cui quel falò apotropaico prende origine: la mistica meditazione guerriera di Zanardi e Colasanti e il riposo materiale ma meritato del loro scudiero Petrilli.

Certo, potresti obiettarmi che il fatto stesso che Pazienza racconti questi fatti con una vena alla mishima, non comporti necessariamente anche una sua adesione ideologica a quei contenuti.
Cristo! Il determinismo strutturale che informa la costruzione (spesso arbitraria e tirata via ma sempre così genialmente e personalissimamente funzionale – per inciso:dimostrazione di questa profonda unità tra il suo dire e il suo essere è che chiunque abbia cercato di essere pazienziano, ha fatto soltanto cazzate) stessa di tutte le tavole di Pazienza comporta che non ci sia distinzione possibile tra il contenuto e il contenitore. Così è e non può essere altrimenti. Non c’è possibilità di rimontaggio, a differenza per esempio delle tavole prattiane (altro che fascista, era talmente libertario Pratt che le sue tavole, il suo discorso, lo potresti rimontare all’incontrario e avrebbero ugualmente senso) con Paz non si può (nemmeno, anche se qualcuno si è provato a farlo con quella bonellata finale che è Astarte). In quel libro di cui ti dicevo, tirano in ballo, ancora la sua intraducibilità. Vero, ma non perché come Segar o Walt Kelly– ad esempio- Pazienza ricrei una  nuova lingua pubblica in cui un Pentothal o un Zanardi compiano, novelli Pogo o Popeye quel gesto “infinitamente discreto” di chi lotta per prendere la parola e perché la sua parola, fino ad allora non riconosciuta, venga riconosciuta ed ascoltata.
No. La lingua intraducibile di Pazienza, le sue tavole non scomponibili, sono il frutto di una regola privata, geniale e bellissima, ma che esclude ogni possibile negoziazione con il lettore: un fatto privato, borghese, fascista. Perfettamente consustanziale agli anni ottanta d’Italia.
Il nostro passato.
Una cosa che, pur avendo ormai bisogno delle note a piè di pagina per essere compresa dalle nuove generazioni –altro che intraducibilità, parlerei di incomprensibilità- invece di stimolare una sistemazione critica presso quei pulpiti che frullano cose nei libri, suscita ancora adesioni ideologiche.
Questo, come e quanto la prima volte che lessi LUPI, mi agghiaccia. Perchè tutti sembrano dimenticare che è il carattere meccanicistico-mistico degli uomini e delle storie che raccontano a creare il fascismo e non viceversa.

3 commenti
  1. Filoberto ha detto:

    Che dire, cazzo, … bhoo?!?
    scusa amico, non capisco, metti vicino parole come “Il determinismo strutturale che informa la costruzione” e “ha fatto soltanto cazzate”, io perdo il filo, leggo solo topolini, io, che cazzo ne so??
    cioè, forse ho letto troppi libri o forse troppo pochi, ma non ti seguo, mi ricordi un po’ baricco, che se le canta e se le suona, tutto per guadagnarsi un ambìto pathos e un sudato climax, non ci arrivo, sorry & peace&love

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