se son rose rossiranno (riflessioni su una chimera)

A me, ormai lo sai, comprarli i libri mi sta un po’ sul cazzo. Per due motivi semplici: il primo che mi ributta l’idea della proprietà intellettuale: ma senti un po’! Se devi farmi pagare per raccontarmi le tue balle e dirmi le tue idee, tientele quelle balle e quelle idee: sono a pagamento quindi già non mi piacciono. Ma su questo, come su tutti i miei principi, potrei camminarci bellamente sopra –visto che vivo in questo mondo e non su Anarres (eppoi anche lì mica tutto rose e fiori)- e comprare. Solo che c’è il secondo punto: non ho il posto dove metterli i libri che compro. Quindi in pausa pranzo vado in libreria (quelle lì stile grandi magazzini) mi accoccolo su un divanetto comodo e leggo. Poi quando devo andare, metto il segno e, sperando nessuno compri proprio quella copia, ripongo via pronto l’indomani a riprendere la lettura.

Mi è capitato stamane con Mattotti.

Vi avanzassero, dopo il pane il latte le sigarette e il vino, gli euro necessari potete spenderceli, per questo libro. Non li vale certo, ma c’è dentro un pezzo di futuro, di quello che potrà essere il fumetto quando si libererà dalle catene narrative e dagli ormai senili virtuosismi mattottiani .

Credevo che dopo le panteistiche insulsaggini di linea fragile e stigmate il declino di Mattotti verso la costruzione del proprio autoreferenziale mausoleo in vita fosse inarrestabile; e ogni cosa dava alle stampe mi confermava in questo. Invece mi ha stupito come mai avrei potuto pensare: con un nuovo  quasi capolavoro: Chimera (appena pubblicato nella -sembra- versione definitiva da Coconino Press). Finalmente. Poter guardare pagine a fumetti scientemente libere dalla tirannia del racconto (quella puttana della trama) mi ha aperto qualche speranza per il futuro del fumetto.

Ci è arrivato, Mattotti, per una strada lunga. Liberandosi prima dell’idea di corpo. Partito da un’ idea di corpo svincolata da ogni referente ma non dalla referenza (penso, ad esempio, a Tram tram rock, realizzato per “Secondamano” in collaborazione con Antonio Tettamanti, nel 1978, e raccolto in volume l’anno dopo per i tipi dell’Isola Trovata), Mattotti è giunto a creare un mondo in cui i corpi non esistono più, ma vi sono solo luci, colori e luminosità; anche forme materiche certo ma prive di reali corrispondenze. Corpi completamente nuovi, comunque codificati una volta per sempre. Cioè: una volta disegnati in quella maniera così restano per tutta la storia. Rimanderei a Il Signor Spartaco e al Doctor Nefasto; questa cosa però già risulta difficile osservarla in Labyrinthes, dove le forme anatomiche minacciano di mutare e sconvolgersi a ogni vignetta, trattenute e conservate da un ultimo sottile scrupolo. Poi nel millenovecentottantaquattro, sulle pagine dei numeri tre, quattro e cinque di “Alter”, compare Fuochi. E il corpo non esiste più. Ogni corpo non è mai lo stesso, anche solo una vignetta più in là. Non si può nemmeno più parlare di tavole, in ognuna delle quali c’è un’ intuizione nuova, un modo nuovo (cioè diverso ogni volta) di vedere e rappresentare il corpo. Quello del tenete Assenzio non è più un corpo che esprime sensazioni e sentimenti; egli è sensazioni, emozioni, stati d’ animo che ogni volta si esprimono attraverso una forma diversa, colori diversi, corpi diversi. Come avviene, in modo ancora più evidente, tra il 1987 e il 1988 su Dolce Vita, con La zona fatua, luogo in cui volti e corpi sono solo luce e colori, sentimenti completamente liberi/liberati, anche da qualsiasi tipo di forma. Ne L’ uomo alla finestra (Feltrinelli, 1992), i confini del corpo scompaiono completamente. Il corpo e la (ir)realtà grafica che lo circonda diventano tutt’ uno: basta vedere come tra pagina 18 e pagina 19 il volto dell’ uomo si confonde con la sala d’ aspetto nella quale si trova, per diventare, senza soluzione di continuità, gli alberi del viale lungo il quale cammina; oppure la trasformazione che il corpo dell’ uomo subisce, apparentemente senza motivo, nelle pagine 36 e 37; o ancora i corpi dell’ uomo e della donna che facendo l’ amore si confondono fino a diventare la scrittura dell’ uomo sul diario (pp.65/69). Non ci sono forme stabili in questo nuovo ultimo universo di Mattotti, nè le forme dei corpi né quelle delle cose (d’ altra parte sono corpi anch’ esse, sebbene inanimati). Tutto è destinato panteisticamente a confondersi in “ombre nitide, cristalli”. Basterebbero le parole che Lilia Ambrosi fa dire a Miriade, per capire quest’ opera sublime: “Perché più cose si sfiorino e sfregandosi appena creino altro…”. E’ la luce a permettere questo gioco. Mattotti e Ambrosi con questa luce giocano, e la vogliono raccontare a noi che siamo ciechi più di Miriade. Ci hanno provato, e per loro stessa ammissione ancora non ci sono riusciti: “ma io non so ancora raccontarti questa luce”, sono le parole conclusive del libro. Non importa, la storia è bellissima, e questo basta. Tanto più che in questo Chimera Mattotti è arrivato a un punto, grazie al fumetto, in cui non ha più senso saper raccontare o meno: perché raccontare è mettere in culo una all’altra una sfilza di menzogne che servono a creare il mito. Gli uomini liberi non hanno bisogno di miti, la vita gli basta. Gli basta la luce, gli basta il buio.

E’ vero però. Sono un bestemmiatore incallito. Mi diverto a fare lo sgambetto alle divinità con la mia piccola misura: mi arrogo il diritto di ridimensionare autori e opere intoccabili (Mattotti tra gli altri). Per due motivi.

Uno. Che sono convinto che gli artisti sono (che gli piaccia o meno), alla stessa stregua dei preti e dei medici, investiti di un’aura di carattere teologico che ne fa, anche loro malgrado, i custodi dell’ordine religioso della normalità.

Due. Che dichiaro sempre i miei criteri di giudizio quando parlo di qualcosa, e che ne parlo solo perché parlarne è funzionale al mio volere andare a parare da qualche parte; ho insomma, ogni volta che affronto un argomento, una tesi preconcetta: quella giusta. Capisco che questo mio ritenere che una cosa ha valore solo se posta in un rapporto almeno di due, suoni più o meno come una bestemmia alle orecchie di chi ritiene che esistano cose che hanno valore in se: chennesò, tipo il bello, il vero, il giusto e via trascendendo.

Ora. Prima di tornare a cercare di decifrare l’ordito di una storia senza trama, devo premettere una cosa: Chimera di Mattotti non è un bel fumetto, non è un bel libro. E’ ricco di panteistiche insulsaggini: tutti i principi vitali (cielo, acqua, terra, alberi) vi sono presenti ed esaltati, e tutti i simboli delle più disparate religioni: dai Witoto amazzonici agli indiani Algonchini nessuna cosmogonia vi è trascurata, infilate tutte una in culo all’altra a formare un cerchio mandalico nel quale l’egoriferimento del suo autore può avere sfogo continuo: cioè dire niente –se non il proprio inconscio usando Jung per farlo sembrare collettivo e facendo credere di dire chissachè. Insomma una scorreggia d’artista junghina e ben modulata con elegante pennellata finale. Eppure questa perfetta circolarità (che di per se mi lascerebbe del tutto indifferente) solleva una questione non trascurabile per ogni futura riflessione sul fumetto. Questa circolarità chimerica non si realizza automaticamente al momento della lettura (anche perché a proposito di questo fumetto non si può correttamente parlare di lettura, quanto di osservazione), per permetterle di realizzarsi bisogna essere disposti ad abbandonare le pretese dell’Io. Quelle guardiane dell’ortodossia narrativa.

Chimera solo in questo senso è una lettura da farsi, un fumetto da guardarsi. E’ solo un barlume, intendiamoci, l’intuizione di quello che resta di un grande autore, sfocata e soffocata dal suo ego smisurato; però si coglie tra le pagine di questo libro la possibilità che quello che è il suo limite, e cioè la rappresentazione junghiana degli archetipi mitici dell’immaginario, collida infrangendoli contro i limiti e i confini narrativi del fumetto (classicamente inteso), per aprire la strada alla possibilità rivoluzionaria (come non mi stancherò mai di dire) del fumetto di essere finalmente un’arte umana universale e biologica (cioè autopoietica secondo la vecchia intuizione di Forest in Ici meme): capace di costruire una struttura dotata di senso senza il bisogno e l’ausilio delle rigide codificazioni narrative che fanno della maggior parte dei fumetti letture prive di interesse.

Dici niente?

 

 

 

 

1 commento
  1. matteos ha detto:

    per questo mattotti: “disposti ad abbandonare le pretese dell’Io.”: concordo.

    per il fumetto: “un’arte umana universale e biologica (cioè autopoietica”: un po’ sì e un po’ no. Ma su questo bisogna che torniamo a discutere.

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