l’irriducibile altro

Il fumetto è rivoluzione permanente. No. Non c’entra niente Trotzky, (nonostante i suoi libelli, o proprio per quelli: che c’è scritto chiaro nel suo la rivoluzione permanente che la rivoluzione doveva finire). C’entra invece l’ondulazione duratura dei capelli femminili. Cioè la temporanea per quanto prolungata modifica dell’esistente. Nel mezzo come all’inizio e alla fine.

Certo le origini sono sempre meglio, ma dopo un po’ l’esperienza permette all’industria di codificarne le regole e tirarne fuori la serialità standardizzata a manuale. Ma quello non è il fumetto, quello è il mercato. Qui è più facile trovare venditori di saponette.
Non si devono cercare rivoluzionari tra i fumettari, o rivoluzioni nei modi e negli strumenti del fumetto: è il fumetto – quando non è mercato- la rivoluzione
. Non sempre, fortunatamente, il fumetto è mercato. Non sempre il fumetto è al servizio della norma banalizzante e costituita. Ogni tanto – anche spesso – qualche spiraglio squarcia l’asfittica tela del divertimento benpensante, e sabotta gli ingranaggi dell’intrattenimento normalizzante. Dicevo. Le origini sono sempre meglio. Cioè. I primi anni di vita di un nuovo modo di rappresentazione fabulatoria, sono caratterizzati da una sana anarchia organizzativa e intellettuale. Questo perché ancora non esiste un metodo istituzionale di rappresentazione, cioé un linguaggio universalmente codificato. Gli autori che si avvicinano per primi a questa novità espressivo-comunicativa, si muovono, per un breve momento, in piena libertà; finché proprio attraverso il loro lavoro non si giunge a una precisa codificazione dell’ organizzazione narrativa.

Per questo motivo il pennino di Outcault si muove in totale libertà[1].

Ecco: il fumetto nasce raccontando la diversità di un ragazzetto (Yellow Kid) la cui fisionomia richiama quella di chi è affetto dalla sindrome di Down, che viene scambiato per un cinese, e che vive nel cortile di Hogan, stupenda repubblica di pezzenti e proletari, i cui volti sono impietosamente devastati dalla miseria. Da questa comunità di diversi la regola della normalità è bandita, l’istituzione appena mostra il suo brutto muso viene presa a sassate e bastonate[2]

L’ipocrisia di ogni convenzione sociale è per sempre cancellata da questo universo di lumen-proletariat che ruota attorno alla crudele innocenza[3] di un ragazzino giallo dal viso indecifrabilmente furbo o ebete, in un’ anarchica sarabanda di confusione e divertimento. si muove con una libertà che più avanti solo qualche grande autore riuscirà a recuperare. Outcault sa lavorando con un quasi nuovo sistema espressivo e può fare quello che gli pare; è completamente libero, e il suo raccontare la brutale umanità dell’Hogan’s Alley non ha nulla di consolatorio o normalizzante; esplode, pura dinamite cromatica, dalle tavole domenicali del New York Herald sulla facciata bigotta della società americana.

Con Buster Brown Outcault sembra virare rispetto a Yellow Kid, scegliendo un personaggio e un’ambientazione borghesi. Quella che circonda Buster Brown non è più la libertaria comunità di diversi del monello giallo, ma la famiglia borghese, con le sue ferree regole. Eppure il nuovo fumetto di Outcault non è il frutto di una coscienza sociale pacificata, come invece, ad esempio, le famiglie di McManus[4]
Scrive Paolo Uva, nella sua Storia del fumetto, che “sotto i panni della più rispettosa borghesia, Buster nasconde una irriverenza più violenta dello stesso Yellow Kid, perché si rivolta contro il suo stesso ambiente, mentre rispettosi parenti e amici mal sopportano la contestazione di un loro prodotto”[5]
La morale di Buster Brown infatti non è quella dell’istituzione familiare che lo circonda, al contrario, ogni sua vicenda si conclude con l’enunciazione di una morale personale, in perfetta antitesi con quella dominante. In fondo Buster Brown non è altro che uno Yellow Kid borghese dilaniato tra la morale del mondo in cui vive e una propria libertà etica. Egli coglie sempre la minaccia che le modalità del vivere borghese comportano per questa sua liberà, e a queste modalità si contrappone con un comportamento di rifiuto o addirittura di eversione. Ogni sua azione si muove in direzione contraria alla mistificazione del potere, ogni suo gesto è un gesto di sincera libertà che, “per quanto debole e maldestro possa essere, è sempre portatore di una comunicazione autentica, di un messaggio personale appropriato”[6]. . .
Buttare tutto all’ aria. Invertire tutti i ruoli codificati. Esaustiva in questo senso è l’avventura intitolata Buster Brown puts on girl’s clothes, nella quale il monello e la sua amica Florence invertiranno, attraverso lo scambio reciproco dei vestiti e il taglio e l’acconciatura dei capelli, i propri ruoli sessuali, suscitando le ire e lo spiazzamento dei loro genitori. Con conseguente punizione.
In un’ altra avventura, intitolata Buster Brown e l’albero di Natale, il nostro piccolo amico scandalizza i genitori fino allo svenimento invitando in casa un orda di meravigliosi bimbi pezzenti (la banda dell’ Hogan’ s Alley ?), ai quali fa dono di tutti i suoi regali natalizi. E’ una festa quella che si scatena, e che porta alla devastazione della casa borghese. “Mi sono divertito pazzamente” commenterà Buster contemplando lo sfacelo apportato all’ambiente della famigliola media americana. Nulla si salva dall’intelligente furia demistificante e iconoclasta di Buster Brown: neppure – ed è decisamente un bene – l’ipocrisia delle funzioni religiose. Lo si vede nell’episodio Buster Brown porta topi in chiesa. Cosi lo descrive il poeta Attilio Bertolucci: “Vederlo seduto in un banco, solo, col cappellino largo e piatto posato di fianco, immobile, astratto, terrificante di bontà, mentre esplode tutt’intorno la paura degli ipocriti fedeli anglicani: è da agghiacciare”[7]
Per gli imbecilli borghesi che fuggono terrorizzati dai ratti Buster non ha che parole di biasimo; è per i poveri topi, costretti a restare nel tempio della menzogna e della noia religiose, che Buster ha un motto di compatimento. .
Il messaggio contenuto in tutto il comportamento di Buster Brown è praticamente un imperativo etico: sostituire all’ordine borghese il disordine libertario. Dirottare verso il vero la società borghese e l’egoistica supremazia della sua stupidità, troppo spesso spacciata come utopia: la più falsa di tutte: il sogno americano insomma. Artur Asa Berger nella prima parte del suo pessimo L’americano a fumetti[8]
Per la confutazione semiologica di queste sciocchezze rimando a L’ immagine innocente di Gino Frezza[9].
Outcault appartiene di certo ai primi e, si diceva, sovverte attraverso Buster Brown l’ordine costituito; lo fa fondendo nel suo personaggio tutta l’innocenza dell’ infanzia e la cattiveria della trasgressione. Questa cattiva innocenza è perfettamente rappresentata da quelle due sublimi tavole nelle quali Buster Brown, scendendo con la slitta in una zona dove è proibito, travolge allegramente tutti i rappresentanti delle istituzioni borghesi: il dottore, il parroco, gli amici di papà. Il piccolo protagonista che nell’ultima vignetta, pesto e fasciato, dice “Bè, ne valeva la pena”, è un chiaro invito alla trasgressione libertaria, qualunque sia il prezzo da pagare. . Io mi limito a dire che può anche darsi che il lettore dei primi fumetti americani fosse un ingenuo fiducioso:un illuso incapace di venire a patti (come si deve) con l’onnipotenza della realtà; certo così ingenui non lo erano gli autori. Essi erano animati da intenti di critica o di sostegno all’ordinamento borghese. , sostiene al contrario che il fumetto statunitense delle origini era un fumetto “innocente”, perché innocenti ne erano i lettori, i quali credevano nelle illusioni che la società gli propinava.

La cattiva innocenza di Buster è quella di quei “monelli insolenti” che, scriveva Max Stirner rivolgendosi alla borghesia bigotta, “non si lasceranno più abbindolare con chiacchiere e piagnistei e non proveranno alcuna simpatia per tutte le scemenze per le quali voi vi esaltate e di cui vaneggiate da sempre: essi aboliranno il diritto ereditario, cioè non vorranno ereditare le vostre cretinate che voi invece avete ereditato dai vostri antenati; essi cancelleranno il peccato originale, che si trasmette anch’ esso per via ereditaria”[10]. Cattivi appunto, perché con il loro comportamento sfracellano regole ritenute eterne, moralmente immobili, ereditarie; innocenti perché rifiutano l’eredita paterna e sono quindi senza peccato originale.

[1] Non credo, almeno Matteo Stefanelli ci spiega appena può che no, che il fumetto nasca veramente solo con Outcault, ma non è che me ne importi poi molto.

[2] Per esempio nella bellissima tavola comparsa sull’ New York Herald dell’11 novembre 1906, nella quale un accalappiacani, rappresentante delle istituzioni e della regola, viene accolto in modo molto particolare (a sassate) dagli abitanti del cortile di Hogan.

[3] Tutta la crudele innocenza di Yellow Kid può essere riassunta nella scritta che egli ha sul suo vestito nella tavola già citata: mentre gli abitanti dell’ Hogan’s Alley stanno massacrando l’accalappiacani, possiamo leggervi “State tranquilli, non gli faremo nulla di male! Solo per oggi avrà la sua razione di sassi”. Sublime ossimoro. Oppure in quella stupefacente tavola comparsa sul New York Journal del 24 ottobre 1897, nella quale Yellow Kid, armato di mazza da golf, cercando di colpire la pallina fa strage di tutti i personaggi presenti. Il suo sorriso aumenta proporzionalmente ai danni che provoca; ed è qui l’innocente cattiveria del fatto: l’indubitabile candore del divertimento del ragazzino giallo contrapposto alla crudeltà dei danni che arreca.

[4] Lo stesso McManus ebbe a dire: “Il più delle volte io ho disegnato personaggi che mi parevano divertenti in situazioni che mi parevano buffe. E’ tutto qui”. Possiamo credergli. Appunto. Citato in DAVID MANNING WHITE – ROBERT H. ABEL, Sociologia del fumetto americano, Bompiani, 1966

5] PAOLO UVA, Storia del fumetto, F.lli Conte Editori, 1977, p. 15 L’unico testo di storia del fumetto in lingua italiana, per quanto datato e aggiornabile, che valga la pena di essere letto.

[6] RAUL VANEIGEM, Trattato di saper vivere ad uso delle giovani generazioni, Valecchi, 1973, p. 27 Recentemente ristampato da Malatempora. Come già si è detto, infatti, ogni avventura di B. B. si conclude con la netta enunciazione di un suo messaggio (la sua etica) ai lettori.

[7]Introduzione al bellissimo volume Buster Brown, Garzanti, 1967, p. 7 Non mi viene in mente nient’altro editato in italiano. Vorrei sbagliarmi.

[8] Milano Libri Edizioni, 1976

[9] Napoleone, 1978, pp. 46 – 54

[10] MAX STIRNER, L’ unico e la sua proprietà, Adelphi, 1979, p. 90

2 commenti
  1. matteos ha detto:

    non credo proprio, boris, che il fumetto sia rivoluzione permanente. Tanto meno in virtù di argomentazioni di ordine testualista, come quelle che riporti: contesti spesso la semiotica, ma a volte ne sembri fin troppo affezionato (soggiogato?).

    Che poi non ti importi troppo del pre-Outcault, è solo perché non hai avuto modo di riflettere sulle implicazioni dell’una (novecentesca) o dell’altra (pre-novecentesca) ipotesi. Perché sono certo avresti molto cui pensare e/o appassionarti, nel rifletterci. A patto di prendere di petto un tema non-filologico (il dibattito Topffer vs. Outcault non è una gara a chi arriva prima): il problema della Modernità. Una storia cui nessuno ha mai dedicato un po’ di sana attenzione (certe pippe mediologiche non valgono: sono sballate a monte). Eppure è tutto lì.

    E comunque ne parliamo presto. Ma fammi capire: questo post è fresco, o hai ripreso dalla soffitta vecchie parole?

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  2. Matteo carissimo,
    me m’interessa il problema della contemporaneità.

    l’altra sera sono andato al cinema a vedere The Artist. Con mio figlio, quello grande. Quando siamo usciti lui mi ha detto che, all inizio era rimasto u po’ spiazato a non avere i dialoghi, che comunque aveva capito tutto.
    E il punto è questo. Il cinema me ne sbatte che lo facevano già Lumiere,Melies, William Paul, Pathè e Gaumont. Me ne sbatte anche che lo faceva Griffith (ammettiamolo: guardarsi Intolerance o Nascita di una nazione è, oggi, una prova dura). Il cinema nasce quando c’è un’ opera che chiunque può gustarsi senza il minimo sforzo cognitivo. E per me quella data, per quello che vale una data, è il 1921. Chaplin: il Monello.
    A dirti la verità nemmeno di Outcault mi importa poi molto. Il fumetto (sono pronto a rimnangiarmi tutto se mimostri qualcosa di veramente leggibile senza fatica e senza conoscenze aggiuntive preoutcault) diventa leggibile – e nemmeno sempre- post-outcault.

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