l’irascibile altro

Ce n’è un altro che il peccato originale (quello della consapevolezza e della conoscenza) non sa neanche cosa sia. Guercio. Violento. Bevitore. Tabagista. Vagabondo per natura: non c’è luogo della geografia fantastica che non abbia visitato. Fondamentalmente disinteressato al denaro: se non servisse per bere e per giocarci a dadi proprio non saprebbe che farsene. Senza rispetto per il potere, non riconosce altra autorità che quella dei propri cazzotti, che distribuisce sul muso a banditi, re e generali in eguale misura, ogni volta che è necessario. Cioè sempre.

Così si definisce: “I yam what i yam an’tha’s all i yam”. E così è il Popeye creato da Elzie Crisler Segar. Acerrimo avversario di lessico, grammatica e sintassi che sfracella ogni qual volta apre bocca, e ricostruisce in una sconclusionata sarabanda linguistica. Che poi tanto sconclusionata non è.

Decisamente cattivo, egotista, dirompente, deflagrante. Come i suoi cazzotti, che scoppiano in faccia all’arrivismo borghese, sia esso travestito da gangster, da maggiordomo o da re, Popeye è un diverso. Mai schiavo del perbenismo borghese, ma principe libero, caparbio, primo tra i pari – tranne quando si trova sulla sua nave, di cui è unico indiscusso signore – di una cervantiana tribù di squinternati. Tutti uguali perché donchisciottescamente tutti liberi cavalieri e non, e mai, marxisticamente reificati lavoratori. L’umanità che abita le storie di Segar è un’ umanità primitiva, che, con pochissime (l’abulico Castor Oil) eccezioni, è profondamente avulsa da ogni schema borghese, selvaggia e libertaria nella costruzione dei rapporti con gli altri; ossia che non conosce mediazioni nel rapportarsi con l’esterno, che è sempre se stessa, per brutta o bella che sia.

Per questo mi sembra un’immensa stronzata quanto dichiarato da Robert Altman, che su Popeye ha girato un brutto film: “Il mondo in cui vivono i personaggi dei fumetti è come l’inferno: facile arrivarci, difficilissimo uscirne. Come Sweethaven, paesino tipico medio. Ci si metta nei panni di Olivia e Poldo, tutta la vita costretti a recitare la stessa parte: lei quella dell’innamorata un po’ scema, lui quella dell’ eterno sbafatore. O in quella di Bluto che deve spaventare la gente, striscia dopo striscia, mese dopo mese, avventura dopo avventura, sempre con la stessa espressione e con la stessa psicologia e gli stessi gesti impostigli dal disegnatore. In questo senso Sweethaven somiglia alla società americana, totalitaria e fascista, dove uno è costretto a fare quello che qualcun’altro ha deciso per lui, cartoonist o presidente, un paese dove non c’ è democrazia perchè non si è se stessi”. Bella cazzata, accettabile se Altman si riferisse solo, quale fonte ispiratrice del suo mediocre e noioso film, ai cartoni dei fratelli Fleischer e lasciasse stare i fumetti di Segar, che, tra l’ altro, si è chiaramente guardato bene dal leggere. L’Olivia di Segar è sì scema e brutta, forse anche innamorata, ma non eternamente almeno, e certo è sempre se stessa. E’ la degna compagna di Popeye: brutta come l’ idiozia; ma quell’idiozia ancestrale che non è propria di chi fa tutto quello che gli si dice, il tipo di idiozia auspicata e indotta dal potere, ma l’idiozia propria di chi fa tutto quello che gli va; di chi non ha complessi di inferiorità verso alcuno, di chi non ascolta nessuno e va a sbattere la testa e i pugni contro tutto ciò che gli si para davanti: rompendosi la testa o rompendo gli ostacoli. Ravachol piuttosto che Candido. E non dimentichiamo l’osceno Wimpy, icona vivente del parassitismo, anch’ esso campionario di viscida stolidità; lumpen in senso marxiano, disoccupato per scelta ideologica, vigliacco e parassita, perseguitato da una fame atavica che stimola il suo ingegno a realizzare i più complicati piani e inganni per procurarsi almeno un panino. E il cibo, così esibito e determinante come in nessun altro fumetto, è la spia precisa dell’anarchica ancestralità dei comportamenti della comunità creata dalla matita di Segar: preoccupazione principale è quella di procurarsi direttamente il cibo, senza passare per la mediazione del denaro.

Allora cominciamo da qui. Perché Segar è probabilmente il più grande e il più geniale di tutti gli autori di fumetti, e non basteranno mai i quasi seicento film usciti dagli studi Fleischer e il mestierume di uno Sagendorf qualsiasi a ridimensionare l’assoluta eccellenza del suo Thimble Theatre. Genio e poesia. Oddio! magari poi mi criticano per essere a corto di aggettivi; ma che altro si può dire di uno che prende e ti reinventa, così per intero, una lingua, per metterla in bocca a un solo personaggio. Un personaggio che è però puro e innocente, e per questo parla una lingua libera dai vincoli della convenzione grammaticale, avulso e lontano da tutto ciò che è storia, quindi responsabilità, e ancora più lontano e avulso da tutto ciò che è mito, quindi colpa.

L’innocenza di Popeye è in piena evidenza per la lingua che parla. Una lingua primitiva e pura, ma al contempo (perché costruita da Segar con sottile e abilissimo artificio) tanto letteraria da giungere alle massime vette dell’espressione poetica. L’innocenza della lingua di Popeye prende a calci nei denti la leibeniziana convinzione che un linguaggio abbia possibilità d’esistenza solo se costruito su regole che ne impediscano ogni contraddizione interna. Un grammaticale groviglio di assurdità e insensatezze che ricordano la megalomane “ideografia” di Frege. Il superamento a fumetti della logica aristotelica e l’estensione della stessa logica a tutti i predicati arbitrari, non solo a quelli “soggetto-predicato” considerati da Aristotele e saguaci. Perché il senso non è il significato. Mai.

Staremmo freschi sennò. Tutta l’opera di Segar è lì a dimostrare l’insensatezza del linguaggio, di quello di Popeye almeno, che comunque non smette un attimo di significare il mondo, questa wittgensteiniana configurazione di oggetti semplici cioè stati di cose, con le sue –di Popeye- preposizioni semplici, le quali altro non sono che immagini di questi stati di cose. Immagini (interpretazioni) del mondo. C’entra un cazzo qualsiasi forma di misticismo. L’esistenza del mondo non è dicibile. Chiunque potesse dire il mondo sarebbe dio. Beh! Sappiamo che dio non esiste e Segar non è un demiurgo e non può esprimere il mondo, cioè non può e non vuole dargli senso. Può e vuole interpretarlo cioè trovargli un significato. Il suo significato è Popeye.

Una tautologia. Selvaggia e originaria, ancestrale. In fondo. Ma senza mito. In Popeye tutto è innato, tutto è istinto. Assolutamente anti-behaviorista la lingua che parla Popeye, i cui pochi principi generali sono innati, sembra voler dare ragione a Noam Chomsky e alla sua linguistica generativa. Oppure. Sarà Chomsky, vent’anni dopo la morte del suo autore, a dare ragione a Popeye e a confutare il comportamentismo a livello di tutte le scienze umane.

Come a buttare un intoppo nell’articolazione capitalista; come a dire molto prima di Lacan (mi sembra Lacan lo sostenesse ne “le desir et son interpretation”) che all’analisi marxiana tra il valore d’uso e quello di scambio manca qualcosa: il valore rituale. Del mangiare e del leggere un fumetto.

Bibliografia minima

spassionatamente: procurati, non costa nemmeno tanto, il POPEYE, della Fantagraphics Books, 6 meravigliosi volumi che ne coprono l’intera produzione fino al 1938. Evitate tutte le squallide sconclusionate edizioni italiane. Non si può tradurre l’intraducibile.

l’infelice dichiarazione di Altman l’ho presa da F. De Berardinis, Robert Altman, Il Castoro,1995.

di Marx sono imprescindibili almeno il primo libro del Capitale eppoi salario prezzo e profitto.

di Lacan non ho dubbi a consigliarti i quattro concetti fondamentali della psicoanalisi se non mi sbaglio per i tipi di Einaudi, e la stupenda lettura dell’amleto – traduzione parziale de le desir et son interpretation, presso Astrolabio.

di Gottlob Frege lascia perdere e non leggere nulla; di Ludwig Wittengestein se hai voglia di perdere tempo leggeti il Tractatus, Einaudi; di Noam Chomsky  qualsiasi cosa, la confutazione del comportamentismo se non ricordo male si trova nel primo volume dei Saggi linguistici, Bollati Boringhieri, 1965.

3 commenti
  1. albert ha detto:

    Ma questo posto mi sembrava di averlo già letto…
    Albert

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  2. albert ha detto:

    ERRATA CORRIGE: volevo scrivere “post”, non “posto”

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  3. sicuro. per il momento, ma mi sembra di averlo già spiegato, sto antologizzando le cose (depurate di insulti, polemiche e idiosincrasie personali) che ritengo di dover salvare del vecchio blog che splinder manderà a discarica.
    tra qualche post, riprendiamo il discorso originale da dove si era interrotto nel novembre dell’anno scorso.
    mantieniti sano.

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