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Archivio mensile:febbraio 2012

Ci sono dei sabati che lo Zampa mi tira giù dal letto a orari improponibili per fare un salto all’ortomercato. Ieri era uno di quei sabati. Tra le altre cose mi porto a casa una cassa di puntarelle per due euro.

Le sfoltisco con mano pesante e le taglio tutte per il lungo. Le metto nel lavandino della cucina con acqua freddissima e ghiaccio.

Preparo una marinatura molto abbondante. Aglio (mezza testa), acciughe, olio d’oliva extravergine (tanto, anche troppo), un po’ di peperoncino e qualche cucchiaino di senape, sale e pepe. Scolo e asciugo le puntarelle e le metto in una terrina capiente insieme alla marinatura, poi copro con pellicola trasparente e ficco tutto in frigo.

Vado in pescheria. La mia di fiducia: ho gli agganci. Compro almeno sedici (siamo in quattro, tre a testa è un numero accettabile, ma mi garantisco per le richieste di bis) scampi freschissimi, da mangiare crudi. Torno a casa. Metto gli scampi in frigo.

Domenica, poco prima che moglie e figli tornino dalla piscina,  tiro fuori gli scampi, li lavo in acqua salata e li sguscio. Prendo le puntarelle marinate e le distribuisco, con l’eleganza di cui sono capace, in quattro piatti piani. Distribuisco tre scampi per ogni piatto e li accompagno con una spruzzatina di limone, un filo d’olio e una presa di pepe nero macinato.

Metto a tavola.

Quando la famiglia torna dalla piscina, spazza selvaggiamente e chiede se ce n’è ancora.

Ce n’è sempre ancora.

I bambini acqua del rubinetto, mia moglie e io un bianco delle langhe, az. agricola Teo Costa, 2010

Il nome di George H. Gallet probabilmente non ti dirà niente, lo so. Fu semplicemente l’uomo per cui questa storia (che ti sto raccontando) ebbe inizio.

La Seconda Guerra Mondiale era finita da poco e gli americani, che avevano spazzato i nazisti dalle Ardenne alla Provenza ributtandoli nelle fogne bavaresi da cui erano usciti, avevano portato con se, oltre alle Lucky Strike, delle strane riviste dai nomi improbabili Weird Tales e The Strand per fare degli esempi, su cui c’erano pubblicati racconti spettacolari. In quegli anni lì, quelli della guerra e quelli subito dopo, ci potevi leggere, su quelle riviste, tipi come Ray Bradbury, Theodor Sturgeon, Fritz Leiber, Henry Kuttner e, soprattutto, sua moglie Chaterine Lucille Moore.

George H. Gallet divenne un lettore fanatico di quelle riviste e di quei racconti, e siccome lavorava come redattore della Hachette, riuscì a farsi affidare, nel 1951 la direzione di una collana tascabile di fantascienza: Le Rayon Fantastique.

Era uno, questo Gallet, che si guardava molto in giro e che sapeva riconoscere i talenti: aveva notato un giovane illustratore che realizzava le copertine della rivista letteraria Fiction e lo volle per creare l’identità grafica della sua collana di fantascienza. Quel giovane appena ventenne si chiamava Jean Claude Forest.

Nel 1954 Gallet cura, per la sua collana, un’antologia di racconti di Chaterine  Lucille Moore facendo conoscere al pubblico francese, per la prima volta, il personaggio di Jirel di Joiry. E in omaggio a quelle riviste pulp su cui era nata la sua passione per la fantascienza, fonda e dirige una rivista cosiddetta per adulti: V-Magazine; sulla quale, l’anno dopo pubblica il racconto (per lui più bello) della Moore: Shambleau. E gli viene questa idea geniale: farlo illustrare, con dovizia di tavole, a Forest.

Un successo strepitoso, che da il via a una lunga collaborazione tra Forest e V-Magazine.

Così un giorno capita che Gallet chiede a Forest se non ha mica voglia di piantarla lì con le illustrazioni e cimentarsi in qualcosa di più ambizioso, magari un fumetto, come quelli di quel Mike Hubbard così bravo a disegnare donnine nude; con un personaggio però che ricordi un po’ la Jirel della Moore, sulla falsariga… ecco sì, di Sheena!, hai in mente, no?, quella tarzan in gonnella, così eccitante che hanno fatto quei due… come si chiamano… Eisner e Iger, mi sembra…ecco sì, lo hai visto come è andata bene a quegli italiani che ci hanno scopiazzato sopra … Pantera Bionda mi sembra l’abbiano chiamata; noi invece potremmo chiamarla, chennessò, Tarzella. Che ne dici? Ti va?

Di una tarzanide (però e per fortuna) a Forest non fregava nulla. Da qualche anno in Inghilterra un certo Sidney Jordan pubblicava un fumetto di fantascienza che a lui sembrava fichissimo: Jeff Hawke; bastava dargli le tette e fargli perdere spesso i vestiti come alla Jane di Hubbard, così Gallet era contento… anzi, magari non mettergli neppure, i vestiti. Con i fumetti puoi fare quello che vuoi, cazzo! Se sei uno bravo. E Forest lo era, eccome. Al punto che di lì a dieci anni sarà il Jeff Hawke di Jordan ad accumulare debiti con Forest: pensa, per esempio, a come si erotizzano elegantemente le sue storie all’inizio degli anni settanta.

Ma torniamo a noi. Forest si mette subito al lavoro. Così dal 1962, per due anni, al ritmo di otto tavole ogni tre mesi, racconta ai fortunati lettori di V-Magazine, la prima avventura di Barbarella.

Per il fumetto è un nuovo inizio.

(segue)

Noi maschi coltiviamo una scontata abitudine a pensarci e a parlare di noi come prototipo unico della specie umana: l’uomo. Se ha ragione Lea Melandri (Amore e violenza, Bollati Boringhieri, 2011), e ha ragione, questo è il più evidente sintomo di quel troppo duraturo rapporto di potere che abbiamo costruito – e che alimentiamo continuamente- sulla diversità biologica di genere: quella contrapposizione culturale di maschile e femminile che ha portato alla divisione dei ruoli sessuali, all’esclusione della donna dalla gestione della polis (se non quando si fa completamente maschio: dalla Thatcher alla Fornero) , all’identificazione della donna con il CORPO.

Gli evoluzionisti ci hanno spiegato che dal punto di vista biologico non si è posto mai alcun problema di dominazione di un sesso sull’altro. Biologicamnete c’era un primigenio equilibrio tra i generi. Ma se c’è una cosa che il materialismo storico ci ha insegnato (cazzo! Marx, sempre lui) è che la specie umana non si esaurisce nella realtà animale. E’ anche e soprattutto una realtà storica, quindi culturale.

Secondo Engels (lo spiega nell’Origine della famiglia della proprietà privata e della Stato, Editori Riuniti, 2005) l’equilibrio tra i sessi si rompe con la “grande disfatta storica del sesso femminile, quando appare la proprietà privata”, cui segue la nascita della famiglia patriarcale nella quale la donna è oppressa al pari degli schiavi di cui il capo famiglia (maschio) è proprietario.

A questo punto però Simone de Beauvoir (Il Secondo Sesso,  il saggiatore, 1994) ci fa notare che Engels da per scontato un fatto che andrebbe spiegato, cioè come la proprietà privata avrebbe fatalmente provocato l’asservimento della donna. Non è, per de Beauvoir , la comparsa della proprietà privata l’origine della riduzione della donna a oggetto, bensì la comparsa stessa dell’oggetto.  Dell’atrezzo. Forse quello di cui parlava Abruzzese.

Se l’uso dello strumento, di questa fottuta merce, fosse la clava  o l’arco o la selce affilata, richiedeva (e nella notte dei tempi lo richiedeva) una forza superiore a quella di una donna per il suo utilizzo, risulta ovvio come la donna si trovasse in costitutiva flagrante inferiorità. Chiunque si trovi in questa inferiorità diventa semplice corpo. Merce. Proprietà altrui.

Diverso sarebbe il caso in cui per la conquista del mondo non servisse strumento alcuno, e valore concreto per l’azione ce lo avesse solo il corpo nudo.

E’ un po’, ti dicevo, la situazione in cui Forest fa trovare Barbarella.

(segue)

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