vestita di niente. Barbarella according to me (2 di 3)

Il nome di George H. Gallet probabilmente non ti dirà niente, lo so. Fu semplicemente l’uomo per cui questa storia (che ti sto raccontando) ebbe inizio.

La Seconda Guerra Mondiale era finita da poco e gli americani, che avevano spazzato i nazisti dalle Ardenne alla Provenza ributtandoli nelle fogne bavaresi da cui erano usciti, avevano portato con se, oltre alle Lucky Strike, delle strane riviste dai nomi improbabili Weird Tales e The Strand per fare degli esempi, su cui c’erano pubblicati racconti spettacolari. In quegli anni lì, quelli della guerra e quelli subito dopo, ci potevi leggere, su quelle riviste, tipi come Ray Bradbury, Theodor Sturgeon, Fritz Leiber, Henry Kuttner e, soprattutto, sua moglie Chaterine Lucille Moore.

George H. Gallet divenne un lettore fanatico di quelle riviste e di quei racconti, e siccome lavorava come redattore della Hachette, riuscì a farsi affidare, nel 1951 la direzione di una collana tascabile di fantascienza: Le Rayon Fantastique.

Era uno, questo Gallet, che si guardava molto in giro e che sapeva riconoscere i talenti: aveva notato un giovane illustratore che realizzava le copertine della rivista letteraria Fiction e lo volle per creare l’identità grafica della sua collana di fantascienza. Quel giovane appena ventenne si chiamava Jean Claude Forest.

Nel 1954 Gallet cura, per la sua collana, un’antologia di racconti di Chaterine  Lucille Moore facendo conoscere al pubblico francese, per la prima volta, il personaggio di Jirel di Joiry. E in omaggio a quelle riviste pulp su cui era nata la sua passione per la fantascienza, fonda e dirige una rivista cosiddetta per adulti: V-Magazine; sulla quale, l’anno dopo pubblica il racconto (per lui più bello) della Moore: Shambleau. E gli viene questa idea geniale: farlo illustrare, con dovizia di tavole, a Forest.

Un successo strepitoso, che da il via a una lunga collaborazione tra Forest e V-Magazine.

Così un giorno capita che Gallet chiede a Forest se non ha mica voglia di piantarla lì con le illustrazioni e cimentarsi in qualcosa di più ambizioso, magari un fumetto, come quelli di quel Mike Hubbard così bravo a disegnare donnine nude; con un personaggio però che ricordi un po’ la Jirel della Moore, sulla falsariga… ecco sì, di Sheena!, hai in mente, no?, quella tarzan in gonnella, così eccitante che hanno fatto quei due… come si chiamano… Eisner e Iger, mi sembra…ecco sì, lo hai visto come è andata bene a quegli italiani che ci hanno scopiazzato sopra … Pantera Bionda mi sembra l’abbiano chiamata; noi invece potremmo chiamarla, chennessò, Tarzella. Che ne dici? Ti va?

Di una tarzanide (però e per fortuna) a Forest non fregava nulla. Da qualche anno in Inghilterra un certo Sidney Jordan pubblicava un fumetto di fantascienza che a lui sembrava fichissimo: Jeff Hawke; bastava dargli le tette e fargli perdere spesso i vestiti come alla Jane di Hubbard, così Gallet era contento… anzi, magari non mettergli neppure, i vestiti. Con i fumetti puoi fare quello che vuoi, cazzo! Se sei uno bravo. E Forest lo era, eccome. Al punto che di lì a dieci anni sarà il Jeff Hawke di Jordan ad accumulare debiti con Forest: pensa, per esempio, a come si erotizzano elegantemente le sue storie all’inizio degli anni settanta.

Ma torniamo a noi. Forest si mette subito al lavoro. Così dal 1962, per due anni, al ritmo di otto tavole ogni tre mesi, racconta ai fortunati lettori di V-Magazine, la prima avventura di Barbarella.

Per il fumetto è un nuovo inizio.

(segue)

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