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Archivio mensile:marzo 2012

Le biografie contano, eccome. Infatti è per aver vissuto in prima persone le Guerre d’Italia del XVI secolo che il più grande intelletto italiano di quei tempi, Niccolò Machiavelli, può sviluppare le sue modernissime teorie politiche.
L’Italia del 1494 è un paese al tramonto. Lorenzo de Medici è morto da due anni e gli equilibri tra i tanti staterelli della penisola, che era riuscito così bene a gestire, sono continuamente spezzati. Sul trono pontificio siede un patologico erotomane, tal Alessandro VI, tutto intento solo a ficcare in ogni buco libero il bischero; Milano è retta da Ludovico il Moro, reggente di suo nipote che tanto desidererebbe spazzare via per prenderne il posto, (la cui incapacità strategica unita a una sorprendente abilità compromissoria, per sino quando mica ce ne sarebbe bisogno, per vincerla nelle beghe di famiglia farebbe invidia a qualsiasi dirigente del PD); la Repubblica di Venezia ha cominciato quel lungo declino che la porterà in mano ai Turchi; e Napoli, beh Napoli ha come sovrano un imbelle pio e superstizioso (Alfonso II) capace solo di cagarsi nelle mutande.
In questo scenario di crisi profonda la calata di quel pagliaccio di Carlo VIII è comunque un avvenimento deflagrante. Gli storici, quelli che lo fanno di lavoro, dicono che in questo preciso momento l’ordine sociale medioevale italiano ha la sua fine.
Partecipe attivo di queste mutate condizioni (che gli costarono anche prigione e tortura) Machiavelli interroga il fondamento profondo del potere e dei suoi meccanismi per capire in che modo si possa, in quelle condizioni, garantire la vita civile. Tra il 1513 e il 1525, in tre libri bellissimi e fondamentali ( Il Principe, i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio e le Istorie Fiorentine) che sicuramente hai letto – finalmente senza il pregiudizio coglione della scuola superiore che tutto banalizza in sterile ma educato nozionismo – costruisce un discorso di teoria politica che influenzerà in modo determinante le più evolute tra le successive esperienze di trasformazione politica radicale.

Dunque. Siamo nel XVI secolo. Abbiamo visto ormai che l’idea della violenza come strumento politico è più che metabolizzata. Il problema è che se viene considerato lecito usarla lo è solo nella prospettiva di un superiore ordine unitario. Qui si inseriscono, a scardinare tutto, le due più importanti intuizioni di Messer Niccolò.

In quella profonda crisi di poteri che dilaniava l’Italia all’inizio del millecinquecento Machiavelli trae la convinzione che le vicende politiche sono ormai entrate in un processo di trasformazione irreversibile. Il passato non è più uno stabile valore di riferimento e il futuro è in diretta e immediata relazione con il presente. Come a dire che: uno, il vecchio e tanto abusato determinismo storico è roba buona per la pattumiera; due, quella strana idea per cui l’impero e il papato si scannano da secoli, cioè l’unità è una fesseria senza giustificazione logica alcuna.

Il fatto, dice Machiavelli, è che gli uomini non sono naturalmente buoni, non c’è alcun determinismo che li traghetti nel migliore dei mondi possibili; essi anzi sono capaci di interpretare il mondo solo in base ai loro desideri e alle loro insoddisfazioni, e il mondo diventa per questo il luogo inevitabile e permanente creato dalla loro conflittualità. La conflittualità genera mutazioni, anzi, “rivoluzioni” come le chiama Machiavelli.

Basta guardare alla storia romana. Era gente quella che mica aveva paura di dirsi in faccia la verità: la repubblica può essere fondata solo sul conflitto di due parti in lotta. Tra queste parti una, quella popolare, è quella che difende la libertà. E per difenderla il popolo ha il dovere di levarsi in armi.

 Piccolo inciso: proprio sulla leicità del popolo di levarsi in armi si sviluppa la più feroce critica al pensiero di Machiavelli da parte del normalizzatore Guicciardini. Non proprio poi inopinatamente. Visto che per Machiavelli la parte popolare necessita di un Principe che la governi ma che proprio dal suo appoggio tragga la forza di governarla e che Guicciardini sapeva che il mondo è pieno di principini pronti a richiamare quale presupposto della propria autorità il sostegno (vero o presunto) del popolo per poi fotterse(lo)ne – un po’ come un qualsiasi (qualsiasi poi un par di balle) Borgia- allegramente di governarne i conflitti. Ma è questione irrilevante in questa sede.

La questione rilevante, qui, è che per Machiavelli la repubblica non ha come sua ontologica necessità l’unità. Vedi perché è necessario leggere i classici? Magari capisci che quando ti richiamano solennemente all’unità e alla concordia nazionali, stanno cercando di fotterti.

Il naturale fondamento della repubblica è infatti la disunione.

Le divisioni sociali, le richieste di mutamento, i tumulti, la violenza politica e le rivoluzioni non sono principi di disordine. Tutt’altro. Sono la linfa della libertà. E’ proprio la creazione di un ambito pubblico dove azioni anche violente e contraddittorie tra le parti politiche e sociali abbiano cittadinanza ciò che garantisce la libertà e la durata della repubblica.

Insomma. Alla faccia di quei tristi e troppi pacificatori reazionari che in ogni ambito ti emarginano se non ti allinei all’educato rispetto di una concordia mortale, con Machiavelli per la prima volta e in modo definitivo il discorso rivoluzionario viene posto come elemento fondamentale non solo di qualsiasi progresso politico, ma di ogni indispensabile episteme. Vaglielo a spiegare ai controllori sociali e ai loro servi volontari!

 

maglietta per l'estate


 

Il 1994 è, nemmeno tanto simbolicamente, l’anno della mia resa. Nell’ottobre, circa, di quell’anno cominciavo a lavorare abbandonando l’inesausata pratica, alla quale per anni mi ero applicato, di quella debordiana esortazione: NE TRAVAILLEZ JAMAIS.

Nel novembre di quello stesso anno Debord si ammazzava. E più o meno a questo punto mi rendevo conto di essere stato SITUAZIONISTA (d’accatto mi ci hanno definito) almeno dall’età di 12 anni.

Nel De Civitate Dei quel santo di Agostino scrive una montagna di noiosissime cazzate per convincerti che aveva ragione quell’altro santo di Paolo quando teorizzava che il tuo comportamento si iscrive all’interno dell’ordine divino e che questo comporta la tua assoluta obbedienza. Così prescriveva san Paolo nella Lettera ai Romani: “ciascuno sia sottomesso all’autorità costituita; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio” (13,1).

Un bel po’ di anni dopo del santo berbero, circa novecento a significare che il tempo non passa poi invano, l’altro santo sciroccato, tal Tommaso, vede le cose in modo meno semplicistico e ti dice che in fondo c’è un’eccezione a quello che sosteneva Paolo. Un’eccezione fondamentale e che i cattolici contemporanei sembrano avere dimenticato. O forse mai conosciuto. Quanti dei balordi che si infervorano per due assi inchiodate e appese al muro hanno mai letto due righe di teologia?

Vabbè. La faccio breve. Tommaso, nella Summa Theologiae (per l’edizione in italiano ti consiglio quella presso Zanichelli del 1946, ovviamente la recuperi in bilioteca) sostiene che nel momento in cui un governante si trasforma in tiranno nega la derivazione divina del suo potere, perché con il suo comportamento il tiranno introduce disordine e sedizione nell’ordine divino. Gli altri uomini hanno dunque liceità di resistenza e di sovversione. Quando i comportamenti del tiranno vanno contro la legge naturale si può, e addirittura si deve, secondo san Tommaso, opporre forza alla forza.

VIM VI REPELLERE LICET.

Di questo già effettivo progresso del pensiero politico occidentale ci vuole qualche secolo ma verranno chiariti alcuni punti.

Il primo punto è il superamento di un limite fondamentale di san Tommaso. Il tiranno nella sua visione è sempre e solo l’autorità secolare, coè l’imperatore (ben sai come in quegli anni si svolgessero lotte senza quartiere per il controllo dell’Italia tra papato, casata D’Angiò e gli svevi Hohenstaufen). Mai è anche solo ventilata nella sua opera l’idea che l’autorità spirituale possa essere tirannica. Di conseguenza è impossibile che qualcuno invochi per se stesso la capacità di interpretare la volontà di dio. In altre parole e fuori dai denti: le elites possono anche sbarazzarsi di un qualche demagogo preso da deliri di onnipotenza, ma non è mai da mettere in discussione l’ordine sociale vigente.

Farlo, cioè dire che l’ordine sociale vigente forse non funziona molto bene, è inconcepibile per un san Tommaso qualsiasi. Non per esempio però per un altro Tommaso, quel Thomas Muntzer che nel 1525 guidò la rivolta della città di Allstedt. Per Muntzer (ti consiglio di leggere gli Scritti politici, editi presso Claudiana nel 1972) la violenza non è più solo la risposta al comportamento tirannico del singolo, ma il necessario viatico per l’affermazione di un ordine sociale nuovo.

Capisci che un’affermazione simile è gravida di sconvolgenti quanto interessanti conseguenze.

ps. leggiti se ne hai voglia due bei libri sulla storia di Muntzer e della sua rivoluzione:

E. Bloch, Thomas Muntzer teologo della rivoluzione, Feltrinelli, 1980

P. Blickle, La riforma luterana e la guerra dei contadini. La rivoluzione del 1525, Il Mulino, 1983

poi, ma solo dopo, perdi anche tempo con Q.

Quando sono nato io erano veramente giorni di lacerazioni estreme. Due diverse idee del mondo si fronteggiavano apertamente per le strade e per le piazze. Non potevo capire allora che una di quelle idee era l’Utopia di un mondo di eguali, quella che mi avrebbe affascinato nelle mie letture degli anni adolescenti, l’altra era invece l’utopia della mediocrità.

Quando finalmente ho avuto l’età per capire e prendere parte a quei torbidi, quei torbidi non c’erano più. Una disperante pace sociale edificata, in poco più di dieci anni e senza la minima pietà, sulle macerie dovute a quella strategia che hanno chiamato della tensione, opprimeva i miei desideri e quelli dei miei coetanei. Li opprimeva senza violenza. Facendoli diventare altro. Era successo questo: che il valore di scambio ne era uscito vittorioso, da quei torbidi. Fai attenzione. Non lo dico io. Lo diceva uno molto più saggio di me.

Si era formato, il valore di scambio, come agente del valore d’uso; ma ha condotto così bene la sua guerra – tra gli anni ottanta e i primi novanta- da porre le condizioni del suo dominio assoluto –gli ultimi quindici anni. Questa vittoria, che va dal novantaquattro a oggi, è il momento in cui la merce ha occupato totalmente il sociale: chiamalo spettacolo, se vuoi, chiamalo berlusconismo, se preferisci.

Il valore di scambio fonda la sua pace sociale prendendosi pieno carico, anzi prendendo il pieno controllo, del tempo e dello spazio: della narrazione cioè. Trasformando tutto in un ributtante tempo presente. E mentre io e la parte migliore della mia generazione, nel tempo strenuamente presente di quella pace sociale, coltivavamo un disatteso desiderio di rivolta, Guy Debord – era lui quello che diceva come era successo tutto questo – il 30 di novembre del 1994, era un mercoledì, si sparava una palla nel cuore.

“Non si può studiare e scrivere bene nello stesso tempo, come non si può mangiare e andar di corpo contemporaneamente. Si mangia male e si caca peggio”.

Carlo Dossi dalle note azzurre non chiedetemi il numero della nota che non me lo ricordo

 

boris

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