Considerazione n.1

Quando sono nato io erano veramente giorni di lacerazioni estreme. Due diverse idee del mondo si fronteggiavano apertamente per le strade e per le piazze. Non potevo capire allora che una di quelle idee era l’Utopia di un mondo di eguali, quella che mi avrebbe affascinato nelle mie letture degli anni adolescenti, l’altra era invece l’utopia della mediocrità.

Quando finalmente ho avuto l’età per capire e prendere parte a quei torbidi, quei torbidi non c’erano più. Una disperante pace sociale edificata, in poco più di dieci anni e senza la minima pietà, sulle macerie dovute a quella strategia che hanno chiamato della tensione, opprimeva i miei desideri e quelli dei miei coetanei. Li opprimeva senza violenza. Facendoli diventare altro. Era successo questo: che il valore di scambio ne era uscito vittorioso, da quei torbidi. Fai attenzione. Non lo dico io. Lo diceva uno molto più saggio di me.

Si era formato, il valore di scambio, come agente del valore d’uso; ma ha condotto così bene la sua guerra – tra gli anni ottanta e i primi novanta- da porre le condizioni del suo dominio assoluto –gli ultimi quindici anni. Questa vittoria, che va dal novantaquattro a oggi, è il momento in cui la merce ha occupato totalmente il sociale: chiamalo spettacolo, se vuoi, chiamalo berlusconismo, se preferisci.

Il valore di scambio fonda la sua pace sociale prendendosi pieno carico, anzi prendendo il pieno controllo, del tempo e dello spazio: della narrazione cioè. Trasformando tutto in un ributtante tempo presente. E mentre io e la parte migliore della mia generazione, nel tempo strenuamente presente di quella pace sociale, coltivavamo un disatteso desiderio di rivolta, Guy Debord – era lui quello che diceva come era successo tutto questo – il 30 di novembre del 1994, era un mercoledì, si sparava una palla nel cuore.

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