considerazione n.3

Le biografie contano, eccome. Infatti è per aver vissuto in prima persone le Guerre d’Italia del XVI secolo che il più grande intelletto italiano di quei tempi, Niccolò Machiavelli, può sviluppare le sue modernissime teorie politiche.
L’Italia del 1494 è un paese al tramonto. Lorenzo de Medici è morto da due anni e gli equilibri tra i tanti staterelli della penisola, che era riuscito così bene a gestire, sono continuamente spezzati. Sul trono pontificio siede un patologico erotomane, tal Alessandro VI, tutto intento solo a ficcare in ogni buco libero il bischero; Milano è retta da Ludovico il Moro, reggente di suo nipote che tanto desidererebbe spazzare via per prenderne il posto, (la cui incapacità strategica unita a una sorprendente abilità compromissoria, per sino quando mica ce ne sarebbe bisogno, per vincerla nelle beghe di famiglia farebbe invidia a qualsiasi dirigente del PD); la Repubblica di Venezia ha cominciato quel lungo declino che la porterà in mano ai Turchi; e Napoli, beh Napoli ha come sovrano un imbelle pio e superstizioso (Alfonso II) capace solo di cagarsi nelle mutande.
In questo scenario di crisi profonda la calata di quel pagliaccio di Carlo VIII è comunque un avvenimento deflagrante. Gli storici, quelli che lo fanno di lavoro, dicono che in questo preciso momento l’ordine sociale medioevale italiano ha la sua fine.
Partecipe attivo di queste mutate condizioni (che gli costarono anche prigione e tortura) Machiavelli interroga il fondamento profondo del potere e dei suoi meccanismi per capire in che modo si possa, in quelle condizioni, garantire la vita civile. Tra il 1513 e il 1525, in tre libri bellissimi e fondamentali ( Il Principe, i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio e le Istorie Fiorentine) che sicuramente hai letto – finalmente senza il pregiudizio coglione della scuola superiore che tutto banalizza in sterile ma educato nozionismo – costruisce un discorso di teoria politica che influenzerà in modo determinante le più evolute tra le successive esperienze di trasformazione politica radicale.

Dunque. Siamo nel XVI secolo. Abbiamo visto ormai che l’idea della violenza come strumento politico è più che metabolizzata. Il problema è che se viene considerato lecito usarla lo è solo nella prospettiva di un superiore ordine unitario. Qui si inseriscono, a scardinare tutto, le due più importanti intuizioni di Messer Niccolò.

In quella profonda crisi di poteri che dilaniava l’Italia all’inizio del millecinquecento Machiavelli trae la convinzione che le vicende politiche sono ormai entrate in un processo di trasformazione irreversibile. Il passato non è più uno stabile valore di riferimento e il futuro è in diretta e immediata relazione con il presente. Come a dire che: uno, il vecchio e tanto abusato determinismo storico è roba buona per la pattumiera; due, quella strana idea per cui l’impero e il papato si scannano da secoli, cioè l’unità è una fesseria senza giustificazione logica alcuna.

Il fatto, dice Machiavelli, è che gli uomini non sono naturalmente buoni, non c’è alcun determinismo che li traghetti nel migliore dei mondi possibili; essi anzi sono capaci di interpretare il mondo solo in base ai loro desideri e alle loro insoddisfazioni, e il mondo diventa per questo il luogo inevitabile e permanente creato dalla loro conflittualità. La conflittualità genera mutazioni, anzi, “rivoluzioni” come le chiama Machiavelli.

Basta guardare alla storia romana. Era gente quella che mica aveva paura di dirsi in faccia la verità: la repubblica può essere fondata solo sul conflitto di due parti in lotta. Tra queste parti una, quella popolare, è quella che difende la libertà. E per difenderla il popolo ha il dovere di levarsi in armi.

 Piccolo inciso: proprio sulla leicità del popolo di levarsi in armi si sviluppa la più feroce critica al pensiero di Machiavelli da parte del normalizzatore Guicciardini. Non proprio poi inopinatamente. Visto che per Machiavelli la parte popolare necessita di un Principe che la governi ma che proprio dal suo appoggio tragga la forza di governarla e che Guicciardini sapeva che il mondo è pieno di principini pronti a richiamare quale presupposto della propria autorità il sostegno (vero o presunto) del popolo per poi fotterse(lo)ne – un po’ come un qualsiasi (qualsiasi poi un par di balle) Borgia- allegramente di governarne i conflitti. Ma è questione irrilevante in questa sede.

La questione rilevante, qui, è che per Machiavelli la repubblica non ha come sua ontologica necessità l’unità. Vedi perché è necessario leggere i classici? Magari capisci che quando ti richiamano solennemente all’unità e alla concordia nazionali, stanno cercando di fotterti.

Il naturale fondamento della repubblica è infatti la disunione.

Le divisioni sociali, le richieste di mutamento, i tumulti, la violenza politica e le rivoluzioni non sono principi di disordine. Tutt’altro. Sono la linfa della libertà. E’ proprio la creazione di un ambito pubblico dove azioni anche violente e contraddittorie tra le parti politiche e sociali abbiano cittadinanza ciò che garantisce la libertà e la durata della repubblica.

Insomma. Alla faccia di quei tristi e troppi pacificatori reazionari che in ogni ambito ti emarginano se non ti allinei all’educato rispetto di una concordia mortale, con Machiavelli per la prima volta e in modo definitivo il discorso rivoluzionario viene posto come elemento fondamentale non solo di qualsiasi progresso politico, ma di ogni indispensabile episteme. Vaglielo a spiegare ai controllori sociali e ai loro servi volontari!

 

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