Vestita di niente. Barbarella per come l’ho capita io (3 di 3, prima parte)

“la storia va avanti, indietro, sopra e sotto…” Diego Cajelli

“Beh! se non c’è un re da sedurre come farò? Questo sconvolge i miei piani” Barbarella

UNO.

Fiumi di inchiostro e di cazzate sociologiche sono stati versati sulla rilevanza rivoluzionaria di un fumetto come la Barbarella di Forest all’interno della storia dei costumi della nostra struttura sociale. Ma non è qui, nel semplice mostrarsi della nudità e dell’atto sessuale che sta l’importanza di Forest. La questione è ben altra, e riguarda l’idea stessa di fumetto.

A metà circa della sua prima avventura, Barbarella giunge nei pressi della città di Sogo. Ogni giorno nel cuore di questa città, nella sua torre di comando viene inventata una nuova perversione, cui nessuno può resistere. Sembrerebbe il trionfo dell’idea sadiana: il re di Sogo, un libertino più perverso del Duca di Blangis, organizza ogni giorno una festa di sesso e di sangue alla quale nessuno riesce a sottrarsi. C’è però un problema.

Sogo sottostà a una severissima legge morale secondo la quale chiunque ceda alla tentazione di quelle perversioni inventate dal suo re, viene duramente punito. Non puoi evitare di cadere nella depravazione organizzata dal re della città, e al contempo vieni punito per averlo fatto: con l’esilio nel labirinto che circonda la città. Un luogo terribile e sinistro dal quale non c’è alcuna possibilità di fuga. Non si può nemmeno salire sulla cima del muro del labirinto per vedere quale sia la strada da fare: se ci provi c’è una razza di pescicani volanti, che non possono abbassarsi mai al di sotto delle mura e che nemmeno possono volare più alti, pronta a divorarti nel tempo di una vignetta.

Lo vedi da te. Nemmeno sono cominciate le sue avventure e Barbarella si trova già davanti a questa situazione teorica (che forest svilupperà in modo ineccepibile in ICI MEME) paradossale e apparentemente insanabile. Apparentemente, sì.

Ma per farti capire perché devo raccontarti una cosa.

A metà di febbraio del 1940, mentre Jean-Paul Sartre, assegnato (e vai a capire il criterio logico di queste assegnazioni) al servizio meteorologico dell’Esercito Francese, è di stanza in Lorena sul fronte occidentale, a Parigi Gallimard publica la sua prima opera filosofica di ampio respiro: L’imaginaire.

La storia era iniziata però un po’ di anni prima. Più o meno nel 1933 quando il ventottenne Sartre si trovava, grazie al viatico di Raymond Aron, a Berlino a seguire le lezioni di Husserl.

Sartre resta molto colpito dalla scoperta del pensiero di Husserl: primo ad avere sviluppato una vera e organica fenomenologia dell’immagine.

Per come l’ho capita io, che sono orso di duro cervello, Husserl sosteneva che l’immagine di un oggetto, a differenza del segno linguistico che lo designa, mantiene (per quanto possa essene distante) in comune con l’oggetto stesso diverse determinazioni. Si può quindi sostenere che l’immagine riproduce l’oggetto e se fa questo vuol dire che partecipa in pieno dell’attività cognitiva. Attenzione però, che Husserl era pur sempre intriso di empirismo, che se l’immagine partecipa attivamente alla costituzione della conoscenza, questa può compiersi in modo definitivo solo attraerso il contatto con l’oggetto. La rappresentazione ci serve per conoscere, ma senza il dato percettivo non può esserci nemmeno rappresentazione. La conclusione è scontata: per Husserl l’immagine è ontologicamente legata alla percezione. L’immagine di un oggetto viene appresa attraverso la manifestazione sensibile dell’oggetto stesso alla nostra percezione, ma serve al contempo a portare notevoli informazioni alla nostra coscienza per costruirci la conoscenza dell’oggetto in questione.

Ecco.

Questa cosa qui a Sartre mica lo convince fino in fondo. Ci mette anni a costruire la sua fenomenologia dell’immagine, dal 1936 al 1939, che vedrà la luce in due testi fondamentali: L’imagination, pubblicato nel 1936 e quel L’imaginaire che già ti ho citato, pubblicato nel 1940.

Husserl, dice Sartre, ha torto quando sostiene la capacità dell’immaginazione di confrontarsi, attraverso i legami dell’immagine con l’oggetto, con l’essenza della realtà. Perché l’immagine, afferma Sartre, è un’intenzione nientificante. Cioè un nulla d’essere, visualizzazione di un oggetto sullo schermo della sua assenza. Ma se l’oggetto è assente, potrebbe addirittura non esistere. Infatti, conclude Sartre, l’immagine dà il suo oggetto come non-esistente. Non ci lega ad alcun oggetto. Ne consegue che percezione e immaginazione sono inconciliabili e l’immaginazione può essere espressione di una vertiginosa libertà.

Bello. Però cazzo, abbiamo finalmente un dibattito fenomenologico sull’immagine e si tratta di due posizioni nettissime che determinano le immagini con una proprietà ontologica unilaterale: l’essere per Husserl, il nulla per Sartre. Ricazzo! Se buttiamo, come meritano, nel cesso i deliri heideggeriani sulla natura immanente e al contempo trascendente dell’immagine, non è possibile una posizione mista, fondata sulla congiunzione di queste due posizioni e non sulla loro contrapposizione?

Certo che è possibile. Ci penserà un signore che si chiama Edgar Morin, e che nel 1956 pubblica un libro intitolato le cinema ou l’homme imaginaire, a fonderle in una sintesi ineccepibile.

(continua)

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