Vestita di niente. Barbarella come la vedo io. 3 (parte seconda)

E’ vero che nel 1951 lo strappo con Tito si era già consumato da almeno due anni, ma Stalin godeva allora ancora di buona salute e del totale asservimento dei partiti comunisti occidentali alle direttive del Cominform. I fatti d’Ungheria e la rottura sino-sovietica che tante crisi di coscienza avrebbero scatenato negli intellettuali tesserati a quei partiti, erano ancora lontani. Anzi. Mao Tze Tung aveva appena concluso un lungo viaggio in URSS, coronato con il riconoscimento staliniano della neonata Repubblica Popolare Cinese.

Ovvio che a criticare il Grande Timoniere, in un lungo articolo su Le Nouvel Observateur, un giovane dirigente comunista lanciato verso già fulgida carriera nel Partito Comunista Francese, qualche rischio lo correva.

Infatti. Quell’anno lì, proprio mentre entrava al CNRS come ricercatore del dipartimento di sociologia, Edgar Morin veniva espulso dal PCF.

Una legnata basta; alle volte avanza. Fuori dal mondo borghese per scelta, escluso da quello comunista per forza, a Morin manca, per sua stessa ammissione, il coraggio di mettere a rischio anche la carriera accademica continuando gli studi e la ricerca sul soggetto che lo ossessiona, il comunismo internazionalista. Gli ci vollero anni per liberarsi dall’autorità ideologica di quel monolite da cui era stato espulso. Così la racconta lui: “in quegli anni non potevo scrivere un articolo senza pesare le mie parole, misurare il tono, verificare se la mia formulazione non poteva provocare o essere ritenuta inopportuna. Ero controllato e fino all’ottobre 1956 restai come inibito. La spontaneità è una lenta, strana, dura riconquista” (Autocritique, Seuil, 1975, p. 202).

Georges Friedmann, suo mentore all’interno del CNRS gli consiglia un soggetto conveniente: il cinema. Conveniente si, ma marginale, epifenomenico (agli occhi di un sociologo dell’epoca) rispetto alla vita quotidiana di quel periodo di piena guerra fredda. Ma. Essendo la sua (racconta sempre Morin) probabilmente la prima generazione la cui formazione culturale ed esistenziale può dirsi inscindibile dal cinema, ci si mise al lavoro di buzzo buono.

Nel procedere della ricerca Morin mette da parte le problematiche del cinema come fenomeno storico-sociologico, perché gli salta subito agli occhi la questione “antropologica” del cinema. Dice Morin: hanno ragione i filosofi illuministi quando sostengono che l’uomo è sia faber (cioè realizzatore di attrezzi) che sapiens (logico e razionale), ha ragione Marx quando dice che queste due caratteristiche si fondono nell’uomo economicus e che per capirlo dobbiamo analizzare i sistemi economici; ma -aggiunge Morin – l’uomo è in buona misura anche demens (cretaore di miti e di fantasmi) e questa sua caratteristica contribuisce a formare il reale tanto quanto le altre. Non si può più trascurarla. E’ importante, anzi, farlo da un’ottica materialista. Il cinema è la chiave per capire come queste nature si leghino insieme: attraverso l’immagine.

Nel 1956 Morin da alle stampe il frutto di questa ricerca. Le cinema ou l’homme imaginaire, nel quale sostiene apertamente e contro la dominate interpretazione sartriana, che l’immagine non è un ponte (per quanto di assoluta libertà, come lo voleva Sartre) tra il reale e l’immaginario, quanto piuttosto l’atto costituitivo radicale e simultaneo del reale e dell’immaginario: la nostra realtà antropo-sociale è fatta di trasmutazioni e di fusioni continue tra il reale e l’immaginazione. Paradossalmente senza la capacità di leggere le immagini (capacità antropologica, sviluppata quando l’uomo comincia a creare miti e dei, cosa già indagata da Morin in uno studio del 1951: L’homme et la mort) non c’è possibilità di comprendere il reale, ma senza la conoscenza del reale non puoi decifrare le immagini.

Ecco. Morin innesca una bomba dicendo che Sartre ha torto. Negli anni in cui Sartre comanda a bacchetta tutta la cultura francese. Ma lo fa in un libro sul cinema, che nemmeno lo inserisce, il cinema, nelle problematiche culturali e sociali che la sua macchina produttiva solleva.

Così tutto tace. Finchè, cinque anni dopo, Morin deciderà di dover affronatre anche quella questione.

Allora sono cazzi.

(continua)

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