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Archivio mensile:giugno 2012

Non ci ho più voglia.

Dalla fine del secolo scorso ho perso tutte le mie battaglie. Lo riconosco e mi arrendo.

La solitudine individualista del blog mi ha sfiancato. Scriverci mi costa fatiche sisife.

Non c’è in giro progetti collettivi interessanti (anche solo mediamente intelligenti) cui aggregarmi.

Ci vediamo al bar.

 

 

Dicembre 1963. Sul numero 211 di Les Temps modernes, Pierre Bourdieu e Jean-Claude Passeron, pubblicavano un articolo intitolato “Sociologues des mythologies et mythologies de sociologues”. Si trattava di un pesantissimo attacco a un libro reo di sostenere quella “patetica vulgata” dell’esistenza della cultura di massa; libro di cui i due autori si auguravano la messa al bando dall’universo scientifico della sociologia. Questo libro, L’Esprit du Temps, pubblicato l’anno prima era stato scritto da Edgar Morin.
Un libro che segnava un netto superamento da un lato degli studi sociologici americani che, pur andando al di là delle fesserie mcluhaniche,restavano comunque troppo mediacentrici, dall’altro della denuncia francofortese degli aspetti corruttori e aliennati della massificazione. Due estremi che Umberto Eco (ammettendo nella prefazione alla seconda edizione del libro di aver letto quello di Morin) stigmatizzerà come integrati e apocalittici.
I cultural studies di Stuart Hall erano ancora lontani (quasi un decennio) e il libro di Morin deflagrò come una bomba. Ciò che si proponeva era ambiziosissimo: uno studio antropologico sul passaggio dalla società industriale a quella post-industriale, privilegiando come luogo d’osservazione la cultura di massa: le dinamiche di produzione e fruizione dell’immaginario comune. Partendo dalla sua fenomenologia dell’immagine, Morin sostiene che l’immaginario non è l’immaginario di tutti, ma l’immaginario conosciuto da tutti, che al contempo permette a tutti una conoscenza diffusa.
L’immaginario, dice Morin, non è una cosa esterna alla realtà realtà, né ci si oppone, né la plasma: ne è semmai una parte fondamentale. Il reale è costituito indissolubilmente da una dimensione attuale e da una virtuale. Ciò che noi viviamo pensiamo e agiamo come la realtà non è altro che il momento attuale di un più ampio spazio virtuale nel quale si sviluppa senza sosta l’immaginario comune, che potrebbe portare gli individui addirittura a voler cambiare la realtà. La cultura di massa non può quindi essere considerata, per Morin, come una forma corrotta e degradata di cultura (come vorrebbero i francofortesi) né una forma trascurabile di espressione di gruppi umani particolari (come la vorrebbero i sociologi americani), quanto una forma specifica del reale. Con questa antropologica novità: per la prima volta nella storia dell’umanità una cultura non è prodotta da istituzioni politiche ma da una vera e propria industria. Della quale la contraddizione dinamica tra innovazione e standardizzazione è il fulcro su cui ruotano il suo adattamento ai desideri del pubblico e l’adattamento del pubblico a essa. Una dinamica necessariamente sincretica, globale, ma mai (o quasi) mistificante e unificante. Anzi: contraddittoria, dialettica, reversibile e persino rivoluzionaria.
Insomma. Nello spazio di un volume buttati in discarica Sartre, Horkheimer, Adorno e pure, per un certo verso, Barthes.
Ovvio che quegli intellettuali borghesi civettuoli e marxisteggianti si incazzassero. E mandassero Bordieu a killerarlo.

Messo al bando. Per quasi tre decenni.
Poi finalmente dei tipi come Eric Maigret e Eric Macè lo riprendono in mano e si accorgono della novità essenziale di questo idea di morin della cultura di massa, che ribattezzano mediacultura.
Ma tutto questo con Barbarella e Forest, cazzo ci entra?

(continua)

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