11,34

per una storia degli anni di piombo ad uso delle giovani generazioni.

Capita, quando andiamo al mare tutta la famiglia, di finire a cenare in un posto greco su viale Millo. A Chiavari.  Olive kalamata, pita feta e una bottiglia di retzina. Sullo stesso viale, avanti cento, centocinquanta metri, in direzione del mare c’è un albergo. Oggi, in questi tempi prosaici, si chiama Stella del Mare. Anni fa, esibiva un  più colto Stella Maris.  Era proprietà, quando portava il nome latino, di un istituto religioso che faceva capo alla curia.

Venendo via dal ristorante greco, ci passiamo sempre davanti. L’altra sera ho la malaugurata idea di accennare a mio figlio, quello grande che di Storia è appassionato, una storia di quando ero molto, molto piccolo. Gli indico l’albergo e gli racconto.

Lo sai quanto è complesso il mondo? Pensa che qui, erano i primi giorni di novembre del 1969 –avevo quasi due anni-,  si tenne una specie di congresso cui parteciparono l’Azione Cattolica, Potere Operaio, il Movimento Studentesco e il Collettivo Politico Metropolitano. Dibattono del peso della presenza dei cattolici del dissenso nelle lotte sociali di quegli anni. Ma, che fosse un pretesto o meno, quello che ne uscirà, pensa! da un congresso in cui era presente una rappresentanza dello scautismo cattolico, è il manifesto costitutivo delle Brigate Rosse.

Sai, gli dico… me li immagino io Margherita Cagol e Renato Curcio che escono dalla sala Marchegiani, quella lì, di fianco all’albergo, all’epoca non c’erano il bigliardino e i tavoli per il ramino… era una sala che veniva affittata per i congressi… dicevo, me li immagino che escono a notte fonda, finito il congresso… anzi se fossi un regista ho già in mente la sequenza da girare… cadrò nel romanticismo, lo so ma in fondo sono un borghese un po’ brillo di retzina, mi si perdonerà… ho delle idee … vabbè dai… ecco: campo lungo, con loro che vanno verso il lungomare, fa freddo… è il quattro di novembre, stringo con una carrellata sul piano americano di loro due: un brivido li fa abbracciare stretti, sarà il freddo… sarà la consapevolezza dell’irreversibilità di quello che hanno deciso, di quello che comporterà… carrellata all’indietro e poi panoramica fino a inquadrare la luna. Quella contro cui, tutto sommato, spareranno.

Mio figlio mi guarda sbigottito. Non capisce di cosa e di chi sto parlando. Cosa sono, mi chiede, l’Azione Cattolica e Potere Operaio? Cos’è il Collettivo Politico Metropolitano? Chi sono questi Curcio e Cagol? Chi sono le Brigate Rosse ma soprattutto che cos’è il ramino?

Rido.

Nel 1991, non mi ricordo che mese, Corrado Stajano pubblica una serie di riflessioni sul settimanale Cuore, intitolate provocatoriamente Piazza Lontana, un po’ retoriche ma comunque seriamente interlocutorie a proposito di un’inchiesta che aveva svelato quanto poco, punto nulla, i giovani studenti delle scuole medie superiori milanesi sapessero dei fatti di Piazza Fontana e degli anni di piombo. La cosa diede la stura a una ridda di lettere e interventi tutti centrati sulla retorica stantia del “dovere di non dimenticare” e della complicità (non ho mai capito con chi e cosa) di chi dimentica. Avevo ventidue anni, zoppicavo nella mia fallimentare carriera accademica alla facoltà di lettere e filosofia dove stavo lavorando a una tesi in storia contemporanea e ricordo di avere provato verso l’autoreferenzialità del moralismo d’accatto di tutti quei progressisti che non dimenticavano perché quei fatti li avevano vissuti nella loro età più bella, un profondo fastidio. Come cazzo facevano quegli idioti ad accusare i ragazzini adolescenti degli anni novanta di dimenticare qualcosa che non sapevano fosse mai successa? Qualcosa che nessuno aveva mai raccontato loro? Come si fa a non dimenticare ciò che non si è mai saputo?

Ritrovai molti e molti anni dopo (nel 2009) affrontata scientificamente questa serissima problematica da un bravo storico anglosassone, John Foot, nel suo Fratture d’italia (Rizzoli).

La cosa interessante che Foot sostiene nei due capitoli di questo libro dedicati al 1968 e al delitto Moro (pp.372 -440) è che la storia di quel periodo lì è assolutamente autoreferenziale. Gli storici, anche ottimi, che se ne sono occupati ne sono stati tutti protagonisti: Guido Crainz, Paul Ginsborg, Marco Revelli, Giovanni De Luna, Luisa Passerini. Il resto è memorialistica. Tutta, di destra e di sinistra, autoreferenziale, giustificatoria e reticente per statuto ontologico. La memoria dei protagonisti, dice Foot comporta un serio problema: la retorica stantia che sconfina nell’assunzione di quel decennio nella sfera della religiosità. “La storia” diceva correttamente Maurice Halbwachs “iniza quando finisce la memoria”. (La memoria colletiva, Unicopli, 1987).

Avevo quasi due anni alla fine del 1969. Non ho di quegli anni nessuna memoria. Non ne ho nessuna partecipazione emotiva. Ma una viva conoscenza storica. Accademica purtroppo, che non c’è su quel periodo un buon testo (serio eh! Non tirarmi in ballo la pettegola cronaca reazionaria  montanelliana sugli anni di piombo, che scritta pur bene, di storico non ha niente) di divulgazione.

Mio figlio, quello grande, ha dodici anni. Per lui quei fatti sono lontani quanto le campagne napoleoniche, ma lo interessano e lo affascinano allo stesso modo. Anzi, molto di più. Lo sa che possono servirgli a capire qualcosa del mondo in cui vive. Dall’altra sera davanti all’hotel di Chiavari continua a tempestarmi di domande. Io, quasi, quella storia mi ci provo a raccontargliela come si deve. Farebbe bene anche a me. Penso.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: