la foglia e la buccia

Questo dovrebbe essere il capitolo con cui chiudo la faccenda de Le Storie.

Ti spiegherei che quella inquietante ma affascinante chiusura sul linguaggio come unico statuto ontologico del reale, che Tiziano Sclavi maneggiava così bene, diventa solo volgarmente reazionario nelle mani dei suoi epigoni. Da Chiaverotti a Recchioni. Focalizzandomi, per cavalleria, su Paola Barbato.

Andrei a ripescare le sue storie di Dylan Dog e ti mostrerei tavola per tavola perchè sono brutte, perchè non funzionano, perchè sono reazionarie.

Poi la prenderei alla larga, e raccontandoti di come la Rivoluzione Francese sia stata – secondo la più moderna storiografia- il conflito risolutivo tra due ideologie che si fronteggiavano da un secolo, ti avrei raccontato di quel grandissimo biologo illuminista di Xavier Bichat, autore sul finire del XVIII secolo (riguarda caso) di una fondamentale rivoluzione epistemologica, secondo cui la vita è l’insieme delle forze (rivoluzionarie) che si oppongono alla morte. A questo punto, ritirando in ballo purtroppo quella merda nazista di Heidegger e passando poi per Gadamer e per Foucault ti avrei portato in evidenza le manchevolezze strutturali e contenutistiche del “Boia di Parigi”, proprio riguardo al tema che più sembra stare a cuore all’autrice: la morte.

Ti avrei dimostrato, usando Vladimir Jankelevitch (la Morte, edito da Einaudi in ritardo di 43 anni sull’edizione francese nel 2009), come la consapevolezza (presente anche nelle persone più profondamnete religiose che non mentano patologicamente a se stesse) della totale impossibilità di un avvenire escatologico, diventi – in quelle pagine- solo una morbosa cronaca necrofila.

E l’avrei chiusa lì. Magari con una battuta scatologica sul futuro di una certa idea di fumetto.

Ma.

Non ne ho voglia. Perchè se c’è una cosa vera è che sono un cazzaro, sì. E che ai fumetti metto davanti: il vino e la vita. Cioè. Stasera devo fare un salto in Scighera a bere con i miei compagni di sbronze. Quindi, arrangiati.

Ah, dimenticavo. Il titolo di questo epilogo è preso da un verso di una poesia sulla morte di quel fottuto, ma sublime, reazionario di Rilke. Se ti interessa cercatela nel Libro della povertà e della morte (Einaudi,1994), sennò è uguale.

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