il silenzio del samurai

Non ti fare immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque, sotto terra”. Il divieto contenuto in Esodo 20, 2-5, quando il suo dio comincia a dettare a Mosè il decalogo, sembra alla nostra sensibilità di mangiatori di immagini, un po’ sproporzionato. Eppure è il primo sintomo (indistinzione la definisce Francesco Antinucci in Parola e Immagine. Storia di due tecnologie, La Terza, 2011) di quella incapacità di distinguere tra immagine e cosa che caratterizza tutta la cultura giudeo-cristiana. L’immagine spaventa perché viene confusa con la cosa: se poi parliamo di dio che è una cosa che non esiste, l’immagine di dio è proprio dio, perché non esiste riferimento alcuno. L’immagine è troppo potente: può essere dio. Quindi interdirla. Forse però interdirla era troppo: c’è sempre qualche Aronne pronto a violare un simile divieto, con conseguenze difficilmente controllabili. E’ quella setta eretica ebraica che poi si farà chiamare cristianesimo, e che diiverrà ben presto dominante tra Roma e Bisanzio, a risolvere genialmente (secondo consiglio di Nicea, 787 d.c.) il problema della legittimità delle immagini. Se l’immagine è così potente da venire addirittura prima dell’idea, allora piuttosto che proibirla meglio disarmarla affermandone l’impotenza linguistica. Addomesticarla alla parola (operazione che Regis Debray definisce felicemente materialismo religioso – cfr. Vita e morte dell’immagine, Il castoro, 1999) togliendo all’immagine il vantaggio naturale che ha sul linguaggio, vantaggio dovuto all’autonomia e all’immediatezza della percezione visiva. L’immagine che per sua natura non potrebbe essere letta ma solo mostrata (un’immagine richiede intelligenza anche nella minima percezione) viene derubricata a segno, mezzo comunicativo solo in quanto istanza del linguaggio. In una parola: illustrazione. Chi legge, legge vedendo ciò che legge.

Dal punto di vista narrativo è un problema “la cui logica conseguenza è che il testo va formulato in una forma che sia tale da prestarsi a essere illustrato dall’immagine” (p.112 del libro di Antinucci).

Uno dei luoghi della cultura popolare italiana dove questa forzata sottomissione dell’immagine alla parola ebbe il suo più fertile trionfo, fu il fumetto seriale. Quello bonelliano in particolare dove attualmente la parola scritta assume fastidiosissime forme di didascalismo ammazzaimmagini: penso per esempio al recente Sul Pianeta Perduto dove la chiara bellezza dei disegni è soffocata da ballon e didascalie di inutile e involuto dialogo che li spiega. I personaggi devo addirittura dirti sto correndo, sto saltando, benché le immagini mostrino senza ombra di fraintendimento che lo stanno facendo.

Certo è vero: c’è una manciata di tavole in cui Bacilieri prende il controllo, che sono grandissimo silenzioso fumetto, ma sono l’opera di un autore che non mi riesce proprio di identificare con quel formato di fumetto.

Invece Roberto Recchioni entra a pieno titolo in quella categoria. Eppure ne La Redenzione del Samurai ha innestato (molto molto timidamente) qualcosa di nuovo. Recchioni è di una generazione cresciuta ad anime e videgiochi e conosce la potenza esplicita delle immagini. Non mi piace la sua sfacciataggine postmoderna, che sconfina spesso in furberia o ingenuità – anche in questa storia dove a livello di soggetto Yojimbo incontra Sanjuro e Zatoichi, perdendo per strada tutto l’umorismo di Mifune e Kitano e restando però sempre western (no, non alla Leone) quanto piuttosto alla Boselli; ma per la prima volta in una storia Bonelli ho trovato, a livello di sceneggiatura così tante tavole in cui, alla Kazuo Koike, il protagonista è il silenzio. Va detto che il merito è anche in buona parte di Accardi che ispirandosi (forse anche un po’ troppo) ai disegni di Kojima, se non riesce a dare alle tavole il respiro di quelle di Lone Wolf and Cub, riporta comunque alla memoria alcune atmosfere di Ken Parker.

Non è certo la rivoluzione che, nell’intervista a Paolo Guiducci su Fumo di China di ottobre 2012, Recchioni sostiene di aver sognato di fare, ma  sicuramente un interessante tentativo di andare, zoppicando, in una direzione nuova. C’è solo da augurarsi che dopo aver cercato di fare veramente fumetto, pur nella gabbia del racconto illustrato, non facciano entrambi la fine di Berardi e Milazzo. Vedremo questi Orfani.

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