con l’amore nel pugno – considerazioni sull’anarchia, l’astensionismo e tutto quanto (1)

Uno.

Kambujia II, che successe al padre Kurus sul trono di Babilonia nel 529 a.c., fu un grandissimo generale. Portò i confini dell’Impero Persiano fino a dove l’Egitto prende il nome di Nubia. Secondo quanto ci racconta Erodoto (nel terzo libro delle Storie) Kambujia morì il settimo anno del suo regno a causa di un’infezione causata da una brutta ferita. Uscito indenne dalle infinite battaglie della campagna con cui aveva conquistato l’Egitto, si ferì mentre era in viaggio per Elam. Il fodero della sua spada aveva perso il puntale e, mentre balzava a cavallo la lama nuda gli si conficcò nella coscia.

Era il 522 a.c. Kambujia non lasciava eredi. Chi avrebbe regnato sullo sconfinato Impero Persiano?

Un sacerdote zoroastriano, tale Gautama, usurpò il trono spacciandosi per il fratello di Kambujia. Senonchè lo stesso Kambujia aveva fatto uccidere suo fratello anni prima dai suoi Immortali (la guardia privata del re di Persia). Hai letto Frank Miller e hai sicuramente visto il film di Zack Snyder, sai chi erano gli immortali. Però non sai che il più alto ufficiale degli Immortali era in quel tempo colui che sarà il padre di quel Serse che diverrà, nella fantasia milleriana, l’antagonista di Leonida. Quell’uomo si chiamava Dario. Ben conoscendo la fine che aveva fatto il vero fratello del re, Dario e alcuni altri ufficiali della guardia reale, cospirano contro il Mago (così, come è giusto che sia, venivano chiamati i preti a Babilonia) Gautama.

Con altri sei generali, alla guida degli Immortali, costringe il Mago e i suoi fedeli alla fuga e dopo un breve assedio della fortezza dove si erano rifugiati, gli spicca via la testa.

Bene. E adesso, visto che i congiurati sono sette, chi lo fa il re?

“Io penso – dice Otanes, uno dei sette – che dovremmo rinunciare alla monarchia… avete sperimentato la prepotenza del Mago, e adesso lo sapete che fosse anche l’uomo migliore del mondo, e non lo è mai, un re investito di questa totale autorità si troverà al di fuori di ogni consueto modo di pensare… come potrà restare un buon governante se potrà fare tutto quello che vorrà senza rendere conto a nessuno? Non sarebbe meglio se da oggi istituissimo il governo del popolo? Se tutte le cariche pubbliche si ottenessero per elezione diretta? Se le decisioni del governo fossero sempre sottoposte al rendiconto popolare?”.

“No- gli rispondono gli altri sei. E uno per uno elencano i motivi per cui la monarchia sarebbe meglio. Ora non ho voglia di elencarteli, li trovi nelle Storie di Erodoto, libro III, 81-83.

“Va bene- ribatte Otanes – miei cari compagni di lotta, visto che avete deciso che uno di voi dovrà essere re, che questo avvenga almeno per sorteggio. Io me ne tiro fuori: non voglio né comandare, né obbedire. Rinuncio al potere alla condizione che nessuno di voi pretenda mai di imporre i suoi ordini a me e ai miei figli”.

I sei accettarono. Dario divenne re di Persia.

La famiglia di Otanes, ci racconta sempre Erodoto, continuava ancora ai tempi dello storico greco, a essere l’unica famiglia persiana, completamente libera.

C’è addirittura chi considera questo nobile persiano, Otanes, come un antesignano dei pensatori libertari. Non è questo il punto. Certa è però una cosa. Che nel pensiero di Otanes, almeno per come ce lo racconta Erodoto, era chiarissima la netta dicotomia tra il come le cose avrebbero dovuto essere e come invece attualmente stavano. Non potendo, per ovvia disparità di forza di convinzione, mutare completamente la situazione a favore del come le cose –cioè il governo della Persia- avrebbero dovuto essere, Otanes si accontentò di agire su di esse per quel tanto che servisse a garantire, almeno a lui e alla sua schiatta, la più totale libertà.

Non mi interessa sapere se già questa rivoluzionaria dichiarazione: “non voglio né obbedire né comandare”, fatta più di duemilacinquecento anni prima della sua comparsa storica, sia riconducibile al paradigma dell’anarchismo. So però che spesso si accusa l’astensionismo anarchico, i rifiuto di partecipare alla farsa della democrazia rappresentativa, come qualunquistico. Mentre se il qualunquismo di questo paese ha una matrice essa è squisitamente dovuta al cretinismo partecipativo per il quale sarebbe strategico scegliere il meno peggio, il meno liberista, il meno fascista. Quello degli italiani, della maggioritaria corte prima berlusconiana e ora montiana è un perfetto qualunquismo di mercato. Di supermercato. Perché, nonostante le balle che ci propinano il mercato non è mai stato né sarà mai libero. Liberale, liberista o il cazzo che vuoi, ma mai, assolutamente mai, libero. Il problema di chi usa a vanvera il termine “anarchia” è quello di chi vede come stanno le cose ma pensa che questo stato di cose non sia natura intrinseca –conseguenza ontologica direi – di quella stessa realtà fattuale.

In soldoni. I buoni e virtuosi borghesi progressisti vedono il liberismo finanziario  per l’oscenità che è ma non riescono a comprendere che esso non è una devianza anarcoide del liberalismo democratico, quanto piuttosto la naturale evoluzione del governo della loro maledetta classe sociale. Questa crisi è un male borghese, democratico, cattolico, liberale. C’entra un cazzo l’anarchia. Che ne è semmai il naturale nemico. Per capirlo ci sarebbero un po’ di luoghi comuni da spazzare via dai propri pregiudizi, difficile quasi quanto rinunciare a un paio di levi’s 501 o alle Camper, e cioè che non c’era nulla di buono nella repubblica democratica uscita dalla guerra civile. Che i germi che ci infettano furono gettati da Togliatti e da De Gasperi e dal loro cattocomunistume persuasivo. Le cose avrebbero dovuto andare ed essere in modo ben diverso. Già allora.

Mi lascia perplesso e incazzato che gli ultras del liberalismo confondano l’anarchia con l’arbitrio e non si rendano conto che quel diritto su cui invece si fonderebbe, secondo loro, quel liberalismo di cui sono sostenitori, è diritto sì, ma di così pochi da essere- alla resa dei conti- più arbitrio di quell’arbitrio che, appunto e secondo loro, starebbe a fondamento dell’anarchia. Arbitrio che al limite sarebbe (se ciò di cui blaterano fosse vero) arbitrio di tutti quindi diritto. In fondo non è mica da archetipi divini quanto piuttosto dall’incontro dell’arbitrio di ciascuno che nasce, per necessaria autoregolazione, il diritto.

Questi esegeti del liberalismo invece di ammettere che la subcultura berlusconiana non è un fortuito incidente ma il prodotto abbastanza conseguente del liberalismo capitalista, lo interpretano addirittura come il prodotto di un sistema sociale (purtroppo) mai realizzato (l’anarchia); non capisco se più per denigrare il berlusconismo o l’anarchia.

Uno dei loro maestri, quel Tocqueville con il cui pensiero gli esegeti del liberalismo non smettono di farsi i gargarismi… questo loro maestro –dico- sapeva già bene e con estrema chiarezza che tra il liberalismo democratico e la sua conseguenza estrema: il totalitarismo massmediatico, il confine è alquanto labile. La democrazia liberale, che già in Italia ha dimostrato come conseguentemente può scivolare nel fascismo, ancora più facilmente può strutturarsi in quello che Toqueville chiamava il “totalitarismo beneducato”. Per inciso: Berlusconi e i suoi cortigiani non sono particolarmente educati… ma siamo in Italia, dove la cultura dei geometri brianzoli è dominante da quaranta e passa anni (altro che quella dei chierici di sinistra!) e l’educazione o meno del sultano non eccepisce al suo dispotismo esteso e mite. Nessuno gli resiste. Gli uomini non sono degradati dalla costrizione, dal confino e dai tormenti,  ma dal cartellino del loro prezzo.

A onor del vero Tocqueville diceva che la democrazia liberale ha in se gli anticorpi per resistere a questa pestilenza. Può darsi. Non certo quella italiana. La storia del nostro paese non ci ha permesso di trovare il vaccino: il berlusconismo si è trasformato oggi nel montismo: una malattia terminale del liberalismo italiano che ci porterà dritti alla catastrofe.

Era ed è necessario essere anarchici per comprenderlo.

In fondo è una questione di episteme, e così arriviamo a Malatesta.

(continua)

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