con l’amore nel pugno (3) – considerazioni sull’anarchia, l’astensionismo e tutto quanto

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Può anche darsi che Errico Malatesta avrebbe trovato interessante l’epistemologia evoluzionista teorizzata da Konrad Lorenz; il problema è che il cofondatore dell’etologia ne elabora i fondamenti negli anni sessanta del secolo scorso, quando Malatesta è morto da trent’anni.

Perché mai invece un anarchico razionalista e insurrezionalista come Malatesta, sempre preso dall’azione, avrebbe dovuto (come pretende Valerio Evangelisti nella prefazione al volumetto Dialoghi sull’anarchia, Gwynplaine edizioni,2009) perdere tempo a conoscere il pensiero aforistico di un filosofo reazionario irrazionalista e apota come Nietzsche, il cui agire si limitava alle passeggiate lungo il lago di Poschiavo, questo non riesco a capirlo. Come sostiene Lukacs il tentativo nietzchiano – tentativo che lo porterà anche a un’apparentemente condivisibile rifiuto della metafisica cristiana- di affrancare l’uomo da quello che secondo lui era il “giogo” della storia e della razionalità, ebbe come risultato solo la sua- di Nietzsche- incapacità di leggere la realtà, e conseguentemente la natura umana.

Attribuire a Malatesta, a causa della sua mancata lettura di Nietzche e in opposizione alla visione emersoniana che Nietzsche eleborò della natura umana, la presupposizione di “un’essenza umana naturalmente volta alla fraternità e alla cooperazione”, che farebbe sì che, “eliminati comando statale e sfruttamento tutto si aggiusterebbe, più o meno spontaneamente, in un quadro armonico, coincidente con le pulsioni istintive dell’uomo”, è pericolosamente fuorviante.

Kropotkin sì, era assolutamente convinto, nel suo determinismo naturalistico, che l’evoluzione umana fosse indefinitamente progressiva e che compito della scienza fosse di renderci consci delle leggi costanti e naturali del mutuo apoggio tra gli uomini. Malatesta invece coglie perfettamente che, per quanto razionale e positivista, l’impostazione di un tale sistema chiude (e in buona misura disarma) l’anarchia in una sorta di deduzione necessitante. Malatesta sa, e lo scrive ripetutamente, che l’anarchia non è fondata su nessuna vera o supposta necessità naturale. Per lui l’anarchia è un’aspirazione umana che può realizzarsi solo attraverso la volontà. E sostenendo questo fissa, primo tra i pensatori libertari, una sostanziale distinzione epistemologica tra i giudizi di valore e quelli di fatto. L’anarchia non coincide con l’anarchismo. L’anarchia non è l’essere, è l’ideale, cioè il come le cose dovrebbero essere. L’anarchismo è l’aspirazione verso quel dover essere: è il voler essere. La volontà è il momento fondante dell’ inesauribile cammino verso la libertà. Non è un caso che proprio tra il 1924 e il 1926 – in piena affermazione del regime fascista- Malatesta fondi e diriga la sua rivista più programmatica e teorica: Pensiero e Volontà.

Ora però, tirando in ballo la volontà umana quale più grande forza della storia umana, il discorso si complica e si fa problematico. Malatesta non se lo nasconde. E ancor meno se lo nasconderà Berneri – ma questa è un’altra storia.

Capisco che agli accoliti della nuova epica italiana necessitino di eroi e non di problemi. Non mi disturba se all’interno delle loro strutture narrative raccontano semplificandolo e disarmandolo facendone un mito, il pensiero e l’azione anarchici. Mi disturba quando si fanno, in nome di una letteratura popolare maleintesa e da classifica, banalizzatori di un pensiero e di una riflessione epistemologica tra i più problematici tra quelli sociali e politici.

Allora. La volontà umana, dice Maltesta, è la più grande forza della storia e il presupposto irrinunciabile per cambiare la società. Ma c’è un problema. La volontà è stata ed è nella maggior parte delle volte, volontà di sopraffazione. Anticipando gli studi Lorenziani sull’aggresività, Malatesta critica il materialismo storico e la sua lettura della storia dell’umanità a storia della lotta di classe. La violenza è stata una costante nella storia degli uomini, non solo determinata dalla necessità di possedere i mezzi di produzione, ma anche e soprattutto per giungere al potere e sopraffare gli altri.

Malatesta rifiuta il modello antropologico kropotkiniano. L’uomo non cammina necessariamente verso la realizzazione dell’utopia. Perché è determinato, costretto, limitato, dalla propria natura animale e dall’azione di tutti gli altri uomini. Questo non fa di lui ovviamente nè un meccanicista hobbesiano nè un nichilista nietzschiano (la volontà di potenza nietzschiana non ha niente a che vedere con la libera volontà malatestiana).

Il presente, sa benissimo Malatesta, è continua mutazione casuale e violenta. L’anarchia non può dipendere da questa mutazione. Deve esserne, attraverso la volontà degli anarchici, la causa. L’anarchia non si può fare per forza –l’imposizione violenta diventa sempre, nonostante tutte le migliori intenzioni, dittatura- e non si farà di sua necessità – la natura degli uomini ne è ostacolo. Malatesta però non precipita in un qualche realismo contrattualista nè nella disperazione nichilista. Torna semmai a un certo illuminismo (anche leopardiano volendo: chè sarebbe interssante approfondire le teorie malatestiane sulla dicotomia tra natura e cultura alla luce dell’esoperienza poetica di Leopardi). All’impegno graduale nella dialettica sociale. Impegno che trasformi, lavorando e stratificando verità libertarie nelle pieghe contradditorie della società, la volontà di servaggio e di violenza in volontà di giustizia e libertà.

Bisogna dunque contare sulla libera volontà degli altri, e la sola cosa che possiamo fare è quella di provocare il formarsi e il manifestarsi di detta volontà”. Il programma anarchico, in E. Malatesta, Scritti II, Ginevra, 1935.

Il punto è questo. Solo la volontà di farlo non porta all’emancipazione umana. Perché, ci spiega Malatesta, tutti i movimenti sociali -al suo tempo quello operaio, oggi le mille forme dei movimenti giovanili e della società civile – non sono, questi movimenti, rivoluzionari “nel senso di negazione delle basi giuridiche e morali della società attuale” (leggiti assolutamente Sindacalismo e Anarchismo raccolto in Errico Malatesta, Scritti I, Edizioni del Risveglio, Ginevra, 1934 – ristampato anastaticamente dal Movimento Anarchico Italiano nel 1975, pp. 344 ss.). Tutti questi movimenti sono per loro natura riformisti, non rivoluzionari.

Non possiamo quindi aspettare che le masse diventino anarchiche per fare la rivoluzione. “Non lo diventeranno mai se prima non si abbattono violentemente le istituzioni che le tengono in schiavitù” (Malatesta, Discorrendo di rivoluzione in Scritti II, Edizioni del Risveglio, Ginevra, 1935 – ristampato anastaticamente dal Movimento Anarchico Italiano nel 1975, pp. 201-202).

E adesso che cazzo facciamo? Senza violenza non si fa la rivoluzione che può portare all’abbattimento della società così com’è, ma la violenza rischia di trasformarsi da mezzo a fine.

Da qui Malatesta elabora una teoria dell’azione che risponda sia all’esigenza razionale dell’uso della violenza, sia all’istanza etica che escluda il trasformarsi di quella violenza in una dittatura qualsiasi, fosse pure quella del proletariato.

Ogni fine vuole i suoi mezzi; stabilito lo scopo a cui si vuol raggiungere, per volontà o per necessità, il gran problema della vita sta nel trovare il mezzo che secondo le circostanze conduce con maggior sicurezza e più economicamente allo scopo prefisso” (Malatesta, Un po’ di teoria… in Scritti II, Edizioni del Risveglio, Ginevra, 1935 – ristampato anastaticamente dal Movimento Anarchico Italiano nel 1975, p.15).

Come abbiamo visto precedentemente, per Malatesta l’anarchismo- e non l’anarchia- è il mezzo per agire nella società e raggiungere quello scopo che sarebbe la società come dovrebbe essere. Forza che agisce nella storia, dunque. La storia non ha finalità morali intrinseche, e non avendole risponde innanzitutto alla logica della forza. E la logica della forza porta con sè il problema dell’uso della violenza.

Il merito principale di Kant, secondo Deleuze (l’hai letto vero L’isola deserta e altri scritti, Einaudi,2007? – tra l’altro mi sembra, vado a memoria, che Deleuze dicesse questo all’interno di uno scritto su quel Nietzsche, che secondo Evangelisti Malatesta avrebbe dovuto conoscere), è di avere posto le basi per una critica immanente della ragione. Solo che, dice sempre Deleuze, il sistema di Kant ha anche un limite forte: che si limita a separare le applicazioni false della ragione da quelle vere. E’ lo stesso limite che sarà poi di Hegel: la sintesi hegeliana, sempre secondo Deleuze (l’hai letto vero Nietzsche e la filosofia, Einaudi,2002?), è solo un gioco di prestigio –occazzo! Che avesse ragione Proudhon, allora!?- per mascherare la conservazione di ciò che è superato dall’antitesi. Questa contraddizione se la trascinerà dietro anche Marx; ovvio: sempre secondo Deleuze (l’hai letto vero L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, Einauidi, 1975, scritto a quattro mani con Guattari?). La dialettica hegeliana trasposta nella lotta di classe comporta una versione ineffettuale della lotta stessa. La sintesi legittima sempre la tesi (leggi: l’istanza repressiva) contro cui si organizza l’antitesi (leggi: l’idea della società come dovrebbe essere). La questione non è fare la guerra, o prendere una parte all’interno di una guerra in cui le due parti siano già perfettamente definite – intendiamoci una volta che la guerra è iniziata una parte va presa, comunque- quanto piuttosto stabilire, ed è quello che Malatesta aveva capito ben prima di Deleuze, per che cosa si fa la guerra.

Il punto non è criticare la falsa moralità, la religione, il mercato. E sostituirli con surrogati di stato. Il punto è distruggerli. Se ti accontenti di criticare il falso, non corri certo il rischio di fare male a nessuno. Su questa posizione si attesteranno i socialisti italiani, e poi i comunisti togliattiani e tutti i loro eredi successivi.

Non gli anarchici, però.

Dunque, dicevamo che per Malatesta costruire la società come dovrebbe essere comporta agire all’interno dei processi storici usando, visto che l’umanità non marcia volontariamente e deterministicamente verso sorti meravigliose e progressive, necessariamente la violenza. Ma l’anarchismo non può prescindere dai criteri metodologici della coerenza tra fini e mezzi, cioè da quel “per cosa” si fa la guerra. Ne consegue che la violenza è indispensabile, ma può essere usata solo per abbattere la violenza dei governi e dei privilegiati, MAI per costruire la nuova società.

Noi consideriamo la violenza necessaria e doverosa per la difesa, ma solo per la difesa. Tutta la violenza necessaria per vincere, ma niente di più o di peggio…” (leggiti di Malatesta, Morale e violenza… in Scritti II, Edizioni del Risveglio, Ginevra, 1935 – ristampato anastaticamente dal Movimento Anarchico Italiano nel 1975, p.191-192). Per far rientrare la violenza rivoluzionaria in questo concetto basta considerare quale azione di difesa ogni azione volta a liberare le masse dallo sfruttamento e dall’oppressione. E’ per questo che dalla violenza anarchica resterebbe comunque escluso, secondo Malatesta (leggiti la sua polemica con Emile Henry in Colpo su colpo, Vulcano,1978), l’atto terroristico.

Intrinsecamente vendicativo, e di conseguenza autoritario, l’atto terroristico non è coerente con gli scopi della rivoluzione, quindi censurabile. Insomma: la violenza accettabile è solo quella delle masse che si sollevano contro la propria oppressione. Ma queste masse, l’abbiamo già visto, non sono rivoluzionarie. Per Malatesta sarebbe addirittura un errore (leggiti Sindacalismo e Anarchismo, in Scritti III, Edizioni del Risveglio, Ginevra, 1935 – ristampato anastaticamente dal Movimento Anarchico Italiano nel 1975, pp. 162-163) scambiare la prassi sindacale e la sua forma più estrema di lotta, lo sciopero generale, per un atto rivoluzionario. E’ un momento fondamentale di crescita solidaristica del proletariato, certo; ma la rivoluzione si realizza – non dimentichiamoci che Malatesta è un insurrezionalista – solo con l’insurrezione armata.

Questa la contraddizione che Malatesta, pur dedicandoci tutti gli ultimi anni della sua vita, non supererà mai veramente.

Rivoluzionaria è una minoranza agente e cosciente, ma il cui immaginario è abitato da un idea semplicistica della violenza rivoluzionaria: quella per la presa del potere. Minoranza che cade, come hanno fatto i bolscevichi, nel “paradosso delle conseguenze”. Ottiene cioè il contrario di quanto si prefigge. Per instaurare la libertà, realizza la tirannide.

Da questa empasse uscirà, a mio avviso, anche attraverso l’esperienza della rivoluzione libertaria spagnola, Camillo Berneri.

(continua)

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