il perchè delle mosche (riflessioni ateologiche)

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Uno.

Sant’Agostino, uno che appartiene a quella categoria di spacciatori di vanvere -detti teologi- tutti simboli e fremiti mistici, ammetteva la propria perplessità (nel settimo capitolo del quinto libro della Città di Dio) davanti all’insolubile problema della giustificazione della creazione delle mosche.

Martin Lutero, che forse come teologo non valeva l’Agostino ma come politico lasciò qualche traccia di più, alla questione delle mosche trovò, un giorno che era probabilmente ispirato da stinco di maiale e birra, una discreta soluzione. Dice infatti, nei Discorsi a tavola (Einaudi, 1969), di odiare le mosche: immagini del diavolo e di tutti gli eretici. Dice poi che appena apri un bel libro le mosche ci si posano sopra e ci passeggiano mostrandoti il culo, come se volessero dirti. Ecco, lascerò su questo libro sporcizia e merda. Bene, conclude Lutero, il diavolo fa lo stesso: appena trova un cuore immerso nella purezza, ci caga dentro.

Giuro.

L’immagine, di rara potenza evocativa, del culo della mosca che scagazza su un bel libro, mi rimanda a un’altra epifania. Quando Dio, che non fa altro per tutto il libro –l’Esodo-, si presenta nuovamente a Mosè e gli dice che non vedrà la sua faccia ma il suo culo ( Esodo,33, 20-23) (in realtà Dio gli dice a Mosè, nella versione approvata dalla CEI, che di lui vedrà solo le terga, culo lo traduco io che funziona di più). Non starò qui ad ammorbarvi con l’interpretazione agostiniana (da qualche parte nelle Confessioni) in cui la faccia di Dio simboleggia la divinità invedibile per l’uomo, mentre il suo didietro l’esperienza cristica che è l’unica forma del divino esperibile dall’uomo.

Cazzate.

Come tutto quel libro piagnucoloso: le Confessioni. Come tutta la teologia. Ma non è questo il punto.

Due.

Le mosche infestano Argo. Sono il simbolo del rimorso per una qualche colpa; cosa naturale ovviamente, per una forma di potere (la religione, in particolare quella cattolica) che ha la confessione come strumento di governo. In fondo, basta che ti penti e la colpa viene cancellata. Ti resta da startene buono nel brodetto del tuo rimorso. Robetta da niente. Abbiamo fior di professori di catechismo (altrimenti detti teologi) ad allenarci al galleggio e alla sopportazione della noia delle mosche.

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Ma.

Capita, come ci racconta Sartre nel suo primo lavoro teatrale (Le mosche, 1943), che Oreste arrivi da Corinto per compiere la sua vendetta e liberare la città da questo osceno senso di colpa. Sapete come, conoscete il mito. Oreste si assume consapevolmente la responsabilità del suo agire; gliene sbatte a Oreste del pentimento, quello che è fatto non si può disfare nemmeno se piagnucoli come sant’Agostino. Oreste sputa in faccia a Giove la verità. Se mai anche un dio avesse creato l’uomo, non potrà mai esserne il padrone, perché l’ha creato libero. Bene, dice Giove, somiglia molto a una scusa questa libertà di cui ti dici schiavo.

Balle, risponde Oreste, perché io non sono né il padrone né lo schiavo, io sono la mia libertà.

Oreste se ne va inseguito dalle Erinni.

Che gli abitanti di Argo si tengano le mosche.

Insomma, alla faccia dei teologi, che le mosche non gli piacciono, sembra proprio che siano la creazione più riuscita del loro dio.

Tre.

Se ha ragione Max Weber –io non lo so- il capitalismo è figlio diretto del cristianesimo; di quello protestante in particolare. Sebbene Michael Novak sia sollecito a rivendicare questa paternità al cattolicesimo. Niente da stupirsi allora quando Bruto Saracini dalle mosche del capitale non riuscirà a liberarsi e dal sistema della colpa e del profitto resterà sopraffatto.

Il capitalismo dipende dal profitto, la religione dalla colpa, come le mosche dalla sporcizia e dalla putrefazione.

Quanta agghiacciante verità ci descrive Golding in quella testa di maiale conficcata su un palo e divorata dagli insetti che viene adorata come –anzi perché – dio.

Quattro.

E’ che adesso capisco il perché della domanda teologica sulla necessarietà delle mosche nel disegno divino. Capisco che le mosche sono il simbolo del male. Aveva ragione Lutero. Il problema è che né lui né Agostino si rendevano conto di adorarlo anche loro, come i ragazzetti di Golding.

E’ che non c’è niente da fare. E’ il culo (quello che dio mostra a Mosè) che produce la merda. E’ la merda che attira le mosche.

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