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Archivio mensile:gennaio 2013

piatti

Alla fine la questione del voto o dell’astensione è tutta lì. Chi cazzo li lava i piatti, stasera?!

Va bene. Mi spiego.

Non lo so se quando Carlo Lorenzini racconta sulle pagine del Giornale per bambini (1881) di Geppetto che si vende la casacca per comprare l’abbecedario a Pinocchio, ha in mente il ricordo di Giovanni Passannante che si era venduto la giacca per comprare il coltello con il quale tentò di uccidere Umberto I. Non lo so, ma mi piace crederlo. Anche perché proprio in quell’anno, quello dell’attentato (il 1878) Lorenzini pubblicava un libro, Minuzzolo, dove raccontava di un ragazzetto che coglionava i borghesi impegnati a insegnargli la loro educazione e se ne fuggiva via a cavallo di un ciuco. Piccolo, inconsapevole, anarchico.

Nel 1881 Pietro Acciarito aveva 10 anni. Benché di umilissime origini sapeva leggere e scrivere. Non lo so se gli capitasse tra le mani ogni tanto il Giornale per bambini e ci leggesse le Avventure di Pinocchio. Non lo so, ma mi piace crederlo.

Il 22 aprile del 1897 Acciarito ha 26 anni. Non deve vendersi la giacca per procurarsi un coltello. E’ fabbro, sa come forgiare una lama. E ha una storia a cui riscrivere il finale.

Pare che Carlo Lorenzini non volesse finire Pinocchio come lo conosciamo, con quel finale consolatorio impostogli dall’editore, ma in modo assai più anticonvenzionale. Con l’impiccagione del burattino. Anche a Giovanni Passannante il finale non era proprio venuto come l’avrebbe voluto. Umberto I godeva di ottima salute e lui impazziva in un carcere oscuro. E’ per rimettere le cose a posto che Acciarito si scaglia contro il sovrano quel 22 aprile, nei pressi dell’Ippodromo di Roma, dove il Savoia doveva presenziare alle corse ippiche. Nemmeno ad Acciarito riesce di scrivere un finale degno. Umberto I schiva il suo colpo di pugnale. Acciarito si allontana, percorre 50 mt e viene immobilizzato. Finirà la sua vita tra l’isolamento del carcere e il manicomio criminale.

Già.

Probabilmente è un problema mio. Tanto che avevo deciso di arrendermici. Basta. E morta lì.

Stavo in una insuperabile empasse dovuta a mia personalissima inadeguatezza al “fare”, quell’inadeguatezza che le pettegole informate dei fatti chiamano fancazzismo. Ero e sono molto critico, forse addirittura avverso (politicamente e culturalmente) alle modalità del “fare” di chi gli riesce di farlo questo “fare”. Non ci si riusciva nell’ottocento, non credo proprio sia possibile oggi: a uccidere il tiranno con un coltello. Figurarsi insegnare a distinguere il BELLO (è lì il segreto per trasformare la resistenza in offesa, nel BELLO) ai bambini dalle pagine di giornaletti con punteggiatura e finale obbligati. Il fare all’interno del paradigma contemporaneo mi “scandalizza”, perché alla fine, quando chiude la fiera, non è altro –questo fare- che il chiedersi chi sparecchia e chi cazzo li lava i piatti, stasera? Nemmeno mi dispiacerebbe assumerla una posizione da positivista di rigidissima osservanza. Convinto che il valore della speculazione intellettuale sia determinato esclusivamente dal suo tradursi in azione. Ma c’è un problema. Che si rischia di convincersi, a furia di vedere tutto finalizzato al lavare i piatti, che sia l’azione a formare l’interpretazione. In quest’ottica di prevalenza dell’azione non si può costruire un nuovo paradigma. Si può solo operare storicisticamente all’interno del paradigma esistente. Un paradigma, a mio avviso, sbagliato. Perché il suo orizzonte, universalistico e inclusivo è necessariamente insuperabile. Lo so, ho letto Foucault (magari non tutto), poi ho letto Deleuze(magari non tutto) e le loro declinazioni agambeniane. Ho appena finito di leggere quel fine ceramista di Antonio Negri. Quelle cose in cui si sostiene che non ci sia più, se mai c’è stato, alcun FUORI. Che non esiste possibilità di alterità. Che siamo immersi completamente nel biopotere e nella sua rappresentazione: il feticismo delle merci. Che il paradigma è unico e con quello bisogna fare i conti: il potere capitalistico, un potere trascendente, che si manifesta in forma di rapporto. All’interno del quale non possiamo far altro che lavare i piatti. Non mi convince. Non ci credo. E non mi basta. Sono e resto bakuniniano. Vedete, c’è sempre alla fine da qualche parte – e prima o poi arriva- un Gaetano Bresci (o, che siamo gente moderna che va al cinema, un dottor King Schultz) pronto a spiegarci che se si vuole uccidere il tiranno è meglio avere una pistola. A insegnarci che l’unica possibilità è nell’insurrezione. Del linguaggio. Nello scardinamento continuo del paradigma. Si aspettano il coltello. Noi gli spariamo. Si aspettano il burattino che diventa bambino. Bisogna dargli il bambino che ritorna tronco di legno. La soluzione è nel tenersene sempre e comunque fuori. Dal paradigma. Perché qualsiasi cosa fatta al suo interno, resistenza e critica comprese, non fa che rinforzarlo. FUORI. Sarà pure snob, ma solo così si ottiene l’espressione della propria eccedenza. Nell’eccedenza c’è la libertà. Mica nel lavare i piatti.

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in forma vagamente diversa sul mio antico blog, nel 2008, dicevo queste cose:
Ricordate quanto sosteneva Fassbinder? “E noi non abbiamo che scarse informazioni su quella bella anarchia che, nel regno dei folli, rende fruibile la libertà”.
E’ vero. Troppi pensano che noi si abbia solo due guide, bellissime e troie, per farci strada nel regno della libertà. Di cui invece, per me, dovremmo imparare a fare a meno. La psicanalisi (Freud e Reich mica Jung) e la storia. No. Non quella che traccia il cammino della nostra fottuta umanità cercando di dacerne memoria. Quella è indispensabile. La storia, quella che ci raccontavano prima di dormire. Perché la libertà, ci hanno insegnato i secondini del consenso, è un sogno. Cazzate. Il Sogno. Ci vuole un secondino come Gaiman a dirci che un sogno sognato collettivamente può cambiare l’ intero universo. Un sogno collettivo è il sogno per antonomasia: l’ utopia. Appunto. Scordatevela lettori ebeti la vostra libertà. Non c’è possibilità d’interpretazione. Non potete fare da soli. Vi ci vuole il partito. Le cose stanno così.
L’ immaginazione sarà pure il solo luogo, come diceva Bunuel, dove la libertà dell’ uomo è totale. L’ unico luogo dove non esistono barriere, leggi, regole. Niente divisioni tra bene e male. Niente colpe e niente innocenze. Per questo l’hanno segregata nelle storie.
Gaiman ce li racconta tutti questi tentativi di ingabbiare la creativita umana in quella bellissima storia in cui due scritturocoli di regime tengono, a turno, prigioniera Calliope, la musa della poesia epica. Questi due omuncoli che, stuprandola, ingabbiavano la creazione fantastica, vengono condannati dal Signore dei Sogni al misero destino che dovrebbe spettare a tutti coloro che svolgono il meschino ufficio di scrittori e sceneggiatori secondo modello e progetto.
Sono radicale certo. Sono dogmatico. Ideologico e il cazzo che volete.
Comunque me non mi fregate con i vostri trucchetti. Se anche ci mettete Verne nel vostro Tex e lo chiamate Zagor, la struttura non cambia. Resta una gabbia.
No. Adesso non tiratemi in ballo la menata che già ci hanno pensato alle storie in forma di farfalla.
Quella era una questione formale.
Quello che dico io no. E’ una questione strutturale.
Perche non può esserci distinzione. Tra forma e contenuto intendo.
Godard e Jim mc Bride raccontano la stessa storia se la riassumiamo in una trama: ma sai bene che non è così. Interessarsi ai soggetti delle storie (sono le trame?) significa azzerare una cinquantina di anni di indagine antropologica strutturalistica. Appunto. La struttura. Significa dimenticarsi che Propp e Campbell hanno isolato il nucleo della trama ancestrale che sottende ad ogni storia. Scrivere soggetti significa andare in giro a vendere qualcosa che non ci appartiene. Che è proprietà dell’umanità tutta. Soggettisti vi appropriate di un bene collettivo per trarne profitto. Sceneggiatori appiccicate a quella struttura ancestrale dettagli che spacciate per rivoluzioni.
La storia è sempre quella, con le sue tot possibili varianti: quindi più che al cosa viene raccontato mi pare importante interessarsi al cosa viene raccontato come…
In questo caso è fondamentale l’autore.
A bout de soufle è quella cosa lì perchè l’ha fatta Godard. Se la faceva un altro veniva Breathless. Cosa cazzo potremmo mai dirci sulla storia e basta che racconta se non parliamo dell’autore, e non di un autore modello e di tutte quelle cagate ecolaliche, ma dell’autore che proprio la racconta… ci sono cose più interessanti nella cartella medica di un autore che nelle cose che racconta… ma poi ci aveva gia pensato desanctis, anche se lui parlava di inscindibilità tra forma e contenuto, che non è possibile separare in un opera la storia da quello si dice lo stile… cioè la voce dell’autore, perché lo stile è la voce che racconta quella storia… e che la rende proprio quella storia… l’idea della trama in se e per sè è impossibile, è come se a un racconto orale gli togli il suono della voce, se a un film gli togli il montaggio, se a un fumetto gli togli i disegni, se a un romanzo gli togli la punteggiatura… insomma è un’altra cosa.
La storia.. Onestamente io penso non solo che non conti nulla, ma che non abbia nemmeno senso parlarne. Nemmeno della forma, quello lo facevano i santoni fumati alla Moebius e i pubblicitari in forma di avanguardie del fumetto anni ’80.
Quella che conta è la struttura.
Quale sia la natura ancestrale delle storie lo sappiamo grazie ai fin troppi manuali di derivazione proppiana che vi propianano nelle scuole di scrittura. Ma perché allora se quelle storie sono sempre le stesse le troviamo sempre interessanti, se non per le varianti, spesso insignificanti raramente rivoluzionarie, che ci apportano gli autori? E gli autori hanno un nome e un cognome e una faccia da riempire di sputi e di pugni, quando sono ancora vivi, e hanno una biografia, tutta roba che ci pesa in quelle storie, ci conta eccome. Certo, certo… è roba vecchia anche questa. Altri l’hanno detta e meglio di me. Ce l’aveva già spiegata Bazin la politica degli autori. Ma ho l’impressione che oggi si tenda a dimenticarla quella lezione, a buttarla a cesso in nome di questa cosa che non capisco, questo incenso che brucia sull’altare della storia e toglie accademicamente responsabilità all’autore. Io non voglio essere amico di tutti e nemico delle brutte storie. Io a chi racconta male brutte storie, invece di fare chessò, il contabile, voglio dirglielo.
Le storie, dioporco!, non sono entità incondizionate. Sono strutture basilari che vengono condizionate e rese fruibili dalla voce che le racconta. E’ quella voce che fa la differenza. Rispetto a una storia l’autore è l’istanza che pone la condizione di relatività. E in questa condizione si esercita la mia libertà di interpretazione e di godimento estetico.

La struttura è la voce mortale dell’autore.

Ma se tu mi cancelli l’autore rendi la storia immortale e fai solo teologia.

E la teologia è roba che agli uomini non dovrebbe interessare.

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La questione non è nella forma della storia. La questione è che Amleto era veramente pazzo. E’ lui che dice ad Ofelia “C’era una volta un paradosso. Ma il tempo l’ha risolto”. Cazzate. Non c’è niente di risolto. Tanto meno il paradosso che questa tragedia, con tutta la feroce genialità shakespeariana, ci evidenzia.

Ma andiamo con ordine.

Pensaci un momento. Cosa sarebbe stata la vita di Amleto ad Elsinore se non avesse avuto questa debolezza per le storie. Gozzoviglie con i suoi due amici Rosencrantz e Guildersten, sesso selvaggio con Ofelia e una bella scazzottata con Fortebraccio.

Invece. Amleto adora le storie. Quelle che gli vengono raccontate ed è un surrogato di presenza, l’effetto speciale di un qualsiasi film dell’orrore: un fantasma (certo, ma anche personaggio della storia e che personaggio!), a svelargli che Claudio ha ucciso suo padre. Amleto crede all’apparenza – e per questo sappiamo che è veramente pazzo- e fa inscenare a una compagnia di guitti l’assassinio di suo padre per scandalizzare Claudio e quella puttana di sua madre. Eppoi Amleto e sua madre proprio per questo litigheranno e Polonio, nascosto dietro la tenda/sipario povero spettatore, verrà ucciso da Amleto. Ancora una volta la voglia di storie causa dolore. Eppure alle storie non possiamo rinunciare. A meno che non si abbia noi la forza e il coraggio di Ofelia, perché per questo Ofelia si suicida, mica per la morte del padre Polonio. Perché a differenza di Amleto lei sa che alle storie non c’è via di scampo se non nel cominciare a vivere, ma il personaggio di una storia non può vivere se non nella storia stessa. Questa è la tragedia senza fine che racconta shakespeare. E noi miseabili spettatori non possiamo nemmeno permetterci la libertà di Ofelia. Siamo costretti ad aspettare come quei due idioti di Rosencranz e Guildersten che tutto si tenga come è stato scritto e che poi ricominci uguale a prima.

C’è un’altra cosa.

Testori, prima dell’Alzheimer e della conversione al dongiussanesimo, quando insomma le cose le capiva, sapeva che Amleto è solo un guitto pazzo convinto che sia vera la fola in cui vive e recita. Infatti è caduto e ha battuto la testa sul trono mentre ci si arrampicava da bambino (L’Ambleto, 1972). Però come per tutti i folli c’è del vero in quello che pensa.

Ci sono vere storie e storie che no.

Lo sa bene il Franzese, poeta frocio amante di Ambleto (insomma l’intellettuale impegnato). Così, quando Ambleto muore, decide di andarsene in giro per il mondo a raccontarne la vera storia. Compito ingrato. Che al pubblico non piacciono le vere storie, al limite gli piacciono le storie vere e quelle finte (come i telefilm) ma che sembrano vere e che siano iterative.

Facci attenzione c’è una sottile differenza tra una vera storia e una storia accaduta veramente. Sai che diceva Gertruda, madre puttana di Ambleto? Diceva che il Franzese era un anarchico sovversivo. Perchè andava in giro a dire quali sono le vere storie.

Pochissime. Ecco. Non odio le storie.

Non ci muovo guerra.

E’ solo che forse, più che con Amleto mi identifico con Ofelia e con il Franzese, e sono alla disperata ricerca di una via di scampo. E questa via di scampo somiglia a una linea del fronte.

E’ un compito duro.

Ma ognuno deve giocare il proprio ruolo.

amleto_de_lucaPoi però mi chiedo: avesse ragione Gadda? Che Amleto non è pazzo? Sono gli altri che lo credono tale per un errore di apprezzamento? Se, come dice Lou ,Amleto alla fine è l’unico che esiste –in mezzo a quella favola-, e per dimostrarlo fa uso del pugnale? Infatti uccide Polonio. Quindi agisce.

Esce dalla finzione e commette un’azione la cui conseguenza non sarà risolvibile.

Ma via.

In questo caso Amleto sarebbe solo un guitto furbo. Sa che Polonio è un personaggio e che la sua morte è solo finzione. Per quanti sforzi facciate tutti voi, infatti, Amleto non potrà mai uscire dal suo stato di idea rappresentata. La sua vita è un inganno.

Io preferisco pensarlo pazzo e inconsapevole della propria natura piuttosto che piegato alle necessità di scena.

Il resto fai tu.

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Mi chiedi: “Non riesci a spiegarmi brevemente cos’è l’Anarchismo?”

Ci proverò. In poche parole, l’Anarchismo sostiene che è possibile vivere in una società priva di qualsiasi forma di potere; e che sia possibile una vita senza coercizioni di sorta: il che significa condurre il tipo di vita che più ci aggrada, liberi da obblighi e forzature. Non è possibile condurre un’esistenza di questo tipo se prima non ci si libera delle istituzioni e dalle condizioni che imbrigliano la nostra libertà e interferiscono con la nostra vita, obbligandoci continuamente ad agire in modo contrario alla nostra volontà.

Già. Ma quali sono queste istituzioni e queste condizioni? Semplicemente tutte quelle cose di cui dobbiamo sbarazzarci per assicurarci una vita armoniosa e libera. Una volta che sapremo con esattezza quali sono queste cose e quali vadano messe a loro posto, il modo per farlo seguirà naturalmente.

Allora: di cosa dobbiamo liberarci per assicurarci la libertà?

Prima di tutto, ovviamente, la cosa più invasiva di tutte, quella che più ostacola o impedisce l’espressione della tua libertà; la cosa che più interferisce nella tua vita e ti obbliga a vivere diversamente da come vorresti.

Questa cosa si chiama “governo”.

Riflettici e vedrai che l’istituzione del governo è il peggior crimine che l’uomo abbia mai commesso contro se stesso. Con esso ha riempito il mondo di violenza, inganno, falsità, oppressione e miseria. Ha corrotto ogni cosa. Mi darai ragione: “Certo, governo significa violenza ed è sicuramente il male”, ma mi obbietterai “come possiamo però farne a meno?”

E’ proprio di questo che voglio discutere. Ora, se io ti chiedessi a cosa ti serve un governo, sono certo che mi risponderesti che non è per te, ma è per gli altri che si rende necessario. Se tu chiedessi la stessa cosa a chiunque altro, sono sicuro che risponderebbe come te: ti direbbe che non è per lui che è necessario, ma per gli altri.

E’ così. Ognuno di noi pensa che se fosse per lui non ci sarebbe bisogno di nessuna polizia, ma che purtroppo il manganello è necessario per gli altri. A questo punto puoi ribattermi che “se non ci fossero leggi e governi le persone si deruberebbero e si ammazzerebbero a vicenda”. Fosse anche vero, perché lo farebbero? Lo farebbero solo per divertimento o per cause e ragioni precise? Forse se esaminiamo questi motivi, ne scopriremo la cura.

Immaginati che tu, io e altre persone, dopo essere scampati a un naufragio, si sia approdati su un’isola ricca di frutti di ogni genere. Naturalmente dovremmo darci da fare per raccoglierli. Ma se uno di noi, d’improvviso, sostenesse che è tutto di sua proprietà e che nessuno può averne nemmeno un boccone se prima non gli versa un tributo, noi altri ci indigneremmo, non è vero? E rideremmo delle sue pretese. Se insistesse e ci creasse problemi, lo ributteremmo a mare senza pensarci su troppo, no?

Supponi poi che una volta riusciti a coltivare l’isola e a organizzarci con tutto ciò che è necessario a una vita confortevole, arrivasse uno a sostenere che l’isola e quello che abbiamo fatto è tutto suo. Che gli diremmo? Lo ignoreremmo, no? Oppure lo inviteremmo a unirsi a noi e a condividere il nostro lavoro.

Adesso immaginati che quello invece insiste con questa cosa della proprietà e tira fuori un pezzo di carta e dice che quella è la prova che lì tutto gli appartiene. Gli daremmo del pazzo e torneremmo al lavoro.

Ma se lui avesse dietro di se un governo, potrebbe chiamarlo in difesa dei suoi “diritti”. Il governo invierebbe polizia ed esercito che ci caccerebbero da lì, ristabilendovi il “legittimo proprietario”.

I governi hanno questa funzione, esistono per questo ed è questo quello che fanno.

Pensi ancora che senza questa cosa chiamata governo ci deruberemmo e ci ammazzeremmo l’un l’altro?

Non è vero piuttosto che proprio con il governo ci derubiamo e ci ammazziamo? Perché non esiste governo che garantisca a tutti ciò che è di tutti, al contrario ce lo porta via a beneficio di pochi che non ne avrebbero diritto.

Se ti svegliassi domattina e scoprissi che non c’è più alcun governo, il tuo primo pensiero sarebbe di uscire in strada e uccidere qualcuno?

Certo che no! Sarebbe un’assurdità. Stiamo parlando di una maggioranza di gente sana e normale. I pazzi che non resistono all’impulso di ammazzare, mica si chiedono prima se c’è oppure no un governo. Questa gente qui deve essere affidata alle cure di psicologi e alienisti, devono essere ricoverati in ospedale e curati per la loro malattia.

La cosa più probabile, il giorno che tu o chiunque altro scopriste svegliandovi che non c’è più alcun governo, è che vi dareste da fare per vivere al meglio in queste nuove condizioni.

Naturalmente se ci fosse gente che si abbuffa mentre tu patisci la fame, avresti pieno diritto di reclamare la tua parte di cibo. E questo vale per tutto il resto, perché non può esserci uno solo che monopolizza tutte le cose che servono alla vita: esse vanno divise tra tutti. Questo significa che in un mondo senza governo il povero non tollererà di vivere in miseria mentre altri sguazzano nel lusso. Che gli operai si rifiuteranno di lavorare per un padrone che pretenda di sua esclusiva proprietà sia la fabbrica che quello che vi viene prodotto. Significa che nessun agricoltore lascerà incolti migliaia di ettari se c’è qualcuno che non ha cibo sufficiente per sfamare la propria famiglia. Significa che nessuno possiederà la terra e i mezzi di produzione. La proprietà privata delle risorse vitali sarà un’ipotesi intollerabile. Possedere più di quanto si possa consumare in una dozzina di vite, mentre i propri vicini non hanno pane sufficiente per i propri figli sarà considerato come un crimine infamante.

Significa che le ricchezze della società verranno equamente divise tra tutti gli uomini, e che tutti saranno chiamati a partecipare alla loro produzione.

Per fartela breve: sarà la prima volta nella storia dell’umanità che diritto, giustizia ed e uguaglianza trionferanno al posto della legge.

Ecco. Farla finita con l’idea di governo significa contemporaneamente l’abolizione dei monopoli e della proprietà individuale dei mezzi di produzione e distribuzione. Ne consegue che quando il governo sarà abolito, scompariranno con lui schiavitù, salario e capitalismo, perché essi non possono esistere senza il supporto e la protezione del governo.

Questa cosa qui, che sostituisce il governo con la libertà, è l’Anarchia. Quella in cui l’uso pubblico sostituisce la proprietà privata sarebbe il Comunismo.

In una parola Anarcocomunismo.

Oh! Comunismo” esclamerai “ ma non avevi detto che non eri un bolscevico?”

No. Non sono un bolscevico, perché i bolscevichi credono fermamente nel potere dello stato, mentre gli anarchici vogliono farne a meno, dello stato.

Ma i bolscevichi non sono comunisti?” mi chiedi.

Si. I bolscevichi sono comunisti, ma pensano di poter instaurare il comunismo con la dittatura. Anarcocomunismo invece significa comunismo come scelta libera e volontaria.

Capisco la differenza” ammetti, ma poi ribatti “credi che sia veramente possibile?”

la traduzione continua a essere di Boris medesimo

 

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Avrai sentito dire in continuazione che gli anarchici mettono le bombe, che credono solo nella violenza, e che Anarchia è sinonimo di caos e disordine. Non c’è da stupirsi se alla fine ti sei convinto che sia la verità, visto che giornalisti, preti e politici non fanno altro che ripetertelo.

Loro la conoscono la verità, ma hanno buone ragioni per non volertela raccontare. E’ ora che qualcuno lo faccia. Voglio parlarti nel modo più franco e aperto che conosco, e tu mi ascolterai non fosse altro perchè io sono uno di quegli anarchici accusati di seminare violenza e distruzione. Conosco la verità e non ho alcun interesse a nascondertela.

“Allora dimmi” –mi chiederai-  “anarchismo significa veramente disordine e violenza?” No, amico mio, sono il capitalismo e i suoi governi che si reggono su disordine e violenza. L’anarchismo ne è l’esatto contrario: ordine senza guerra e pace senza violenza.

“E come sarebbe possibile questo?” insisti a chiedermi. Te lo spiego subito. Prima però trovo giusto scioglierti il dubbio se gli anarchici abbiano mai tirato bombe e usato la violenza. Si. Gli anarchici hanno lanciato bombe e alle volte sono ricorsi alla violenza.

Qualcuno potrà esclamare: “Ecco! Lo sapevo!”

Niente conclusioni affrettate, però. Se gli anarchici qualche volta hanno impiegato la violenza, questo implicherebbe necessariamente che anarchismo significa violenza? Fatti questa domanda e datti onestamente una risposta.

Quando un cittadino viene chiamato alle armi, può capitargli di dover lanciare bombe e uccidere. Te la sentiresti di sostenere, in questo caso, che la società funziona grazie alle bombe e alla violenza? No. Respingeresti questo sillogismo con indignazione. E replicheresti che significa soltanto che, in certe condizioni, a un uomo (sia esso un democratico, un monarchico, un socialista, un comunista, un anarchico) può essere necessario l’uso della violenza. Finiresti poi con l’ammettere che è una situazione applicabile a tutti gli uomini, in tutte le epoche.

Bruto uccise Cesare perché temeva che il suo mentore intendesse tradire la Repubblica e proclamarsi re. Questo non significa che Bruto “amasse Cesare di meno, ma che amava Roma di più[a1] ” . Bruto non era un anarchico: era un fedele repubblicano.

Guglielmo Tell, come ci racconta la leggenda, uccise il tiranno per liberare il suo paese dall’oppressione. Nessuno lo ha mai sospettato di anarchismo.

Ho menzionato questi due personaggi per sottolineare il fatto che da tempi immemori i tiranni incontrano il proprio destino per mano di coraggiosi amanti della libertà. Da sempre gli uomini si sono ribellati alla tirannide. Sono stati spesso patrioti, democratici o repubblicani, qualche volta anche socialisti o anarchici. Le loro azioni erano atti individuali di ribellione contro il torto e l’ingiustizia.

L’anarchismo non c’entra niente con questo.

C’è stato un tempo in Grecia in cui uccidere un despota era considerato un atto virtuoso. La legge oggi lo condanna, ma il sentimento umano più profondo sembra essere rimasto lo stesso di quei giorni antichi. Il comune sentire non condanna il tirannicidio; la maggior parte degli uomini anche se pubblicamente non le apprezza, comprende e spesso, segretamente, gioisce per questo tipo di azioni.

Non c’erano forse in America migliaia di giovani patrioti disposti ad assassinare il Kaiser tedesco perché lo ritenevano responsabile dello scoppio della Guerra Mondiale? Un tribunale francese non ha forse recentemente assolto l’uomo che ha ucciso Symon Pletura [a2] per vendicare le migliaia di uomini, donne  e bambini assassinati nei suoi pogrom contro gli ebrei ucraini.

In ogni epoca, in ogni paese ci sono stati dei tirannicidi; cioè degli uomini e delle donne che amavano il loro paese al punto da sacrificare addirittura la propria vita per esso. Naturalmente non erano affiliati di un qualche partito o di un’idea politica, ma semplici cittadini stanchi del tiranno.

C’è stato persino qualche fanatico religioso, come il cattolico integralista Kullman, che il 13 luglio 1874 tentò di assassinare Bismarck, o la fanatica Charlotte Corday che uccise Marat durante la Rivoluzione Francese.

Negli Stati Uniti tre presidenti furono uccisi da individui isolati. John Wilkes Booth che era un democratico sudista, sparò a Lincoln nel 1865; Charles Jules Guiteau, repubblicano, sparò a Garfield nel 1881; Leon Czolgosz sparò, nel 1901 a McKinley. Dei tre solo l’ultimo era un anarchico.

E’ naturale: il paese che ha i peggiori oppressori produce anche il più gran numero di tirannicidi.

Prendi la Russia, per un momento.

Quando sotto gli Zar ci fu la totale soppressione della libertà di stampa e di pensiero, non rimase che “scagliare un divino terrore” nel cuore del tiranno sperando di mitigare il suo dispotico regime. Questi vendicatori erano soprattutto figli e figlie della più alta nobiltà, giovani idealisti che amavano la libertà e il popolo russo. Costoro si sentirono obbligati a ricorrere alle pistole e alla dinamite solo quando non ci fu più altra speranza di alleviare le miserabili condizioni del loro paese. Sono stati definiti nichilisti e terroristi. Non erano anarchici.

Nei tempi moderni gli atti individuali di violenza politica sono diventati più frequenti che nel passato. Le suffragette inglesi, per esempio, vi sono ricorse frequentemente per propagandare e diffondere le loro richieste di uguaglianza. In Germania, prima della guerra, uomini dalle idee politiche ultraconservatrici hanno usato metodi violenti nella speranza di restaurare l’Impero. Fu un monarchico quello che uccise Karl Erzberger[a3] , il ministro delle finanze prussiano; mentre Walter Rathenau, ministro degli esteri, fu eliminato da un militante [a4] del suo stesso partito.

La causa originaria, o meglio: la scusa per scatenare la Grande Guerra, fu l’assassinio dell’erede al trono austriaco per mano di un irredentista serbo che, certo, non aveva neanche mai sentito parlare di anarchismo.

In Germania, Ungheria, Francia, Italia, Spagna, Portogallo e in ogni altro paese d’Europa uomini delle più diverse appartenenze politiche hanno fatto ricorso alla violenza, per non parlare del sistematico terrorismo politico messo in atto da organizzazioni come il fascismo in Italia, il ku klux klan in America e la chiesa cattolica in Messico.

Vedi bene che gli anarchici non hanno il monopolio della violenza. Il numero di atti violenti compiuti da anarchici è infinitesimale se lo paragoni a quelli commessi da persone di altre convinzioni politiche. La verità è che da sempre, in ogni paese, in ogni movimento sociale la violenza è stata una parte della lotta politica. Persino Gesù, solito a predicare il ritornello della pace, si lasciò andare alla violenza per scacciare i mercanti dal tempio.

Come ti ho detto, gli anarchici non hanno il monopolio della violenza.

Anzi. I fondamentali insegnamenti dell’anarchismo parlano di pace e armonia, di rispetto, di sacralità della vita e di libertà. Ma gli anarchici sono esseri umani come gli altri. Come gli altri soffrono per i torti e le ingiustizie, non tollerano assolutamente l’oppressione e qualche volta non esitano a dar voce alla propria protesta con atti di violenza. Azioni che restano sempre e comunque espressioni di decisioni personali, non di una teoria generale.

Certo, a questo punto è lecito il sospetto che siano le idee rivoluzionarie a spingere gli uomini ad atti di violenza.

Personalmente non lo credo. Abbiamo già visto che i metodi violenti sono anche e più spesso impiegati da persone di idee decisamente reazionarie. Se persone di idee politiche diametralmente opposte commettono azioni simili, è ragionevolmente difficile attribuirne la responsabilità alle loro idee.

Ogni azione ha una causa, vero, ma quella causa non è da ricercarsi nelle convinzioni politiche, quanto piuttosto nel temperamento individuale e soprattutto nell’esperienza personale della violenza.

“Potresti anche avere ragione sul temperamento, “mi obbietterai “ posso concederti che le idee rivoluzionarie non siano la causa diretta degli atti di violenza, però ogni rivoluzionario li commette. Come la spieghi questa cosa?”

E’ un errore di prospettiva. Se ci pensi attentamente ti accorgerai che è solo un preconcetto. La miglior prova di questo è che gli anarchici che sostengono la nocività di qualsiasi forma di governo e la necessità di abolirla, quasi tutti rifuggono da ogni espressione di violenza.

Certo: se ci sono anarchici che approvano o al limite giustificano la violenza politica, ce ne sono tantissimi, come gli anarchici tolstojani e molti individualisti, che la condannano. Quindi è irragionevole sostenere che le idee anarchiche siano responsabili della violenza o ne influenzino gli atti! Anzi, ti dirò che molti anarchici che una volta credevano nella violenza come mezzo di propaganda, hanno cambiato idea.

C’era un tempo, per esempio, in cui gli anarchici teorizzavano atti di violenza individuale, che chiamavano “la propaganda dei fatti”. Non è che pensassero così di cambiare il mondo, di trasformare il capitalismo in anarchismo; non è che credevano che far fuori un despota bastasse ad abolire il dispotismo. No, consideravano il terrorismo un modo per vendicare un torto subito dal popolo, per ispirare paura negli avversari e attirare l’attenzione sul male contro cui l’atto terroristico era diretto.

Ma la maggior parte degli anarchici oggi non crede più nella “propaganda dei fatti” e non considera favorevolmente azioni di quella natura. L’esperienza gli ha insegnato che sebbene l’impiego del terrorismo fosse giustificato nel passato, le moderne condizioni di vita lo hanno reso inutile e addirittura dannoso alla diffusione delle loro idee. Idee che sono le stesse di allora; cosa che dimostra come nell’anarchismo non sia implicita nessuna attitudine alla violenza. E conferma che non sono certo le idee o gli “ismi” a portare alla violenza, quanto piuttosto cause specifiche.

E’ in questa direzione che dobbiamo guardare se vogliamo trovare una spiegazione sensata. Abbiamo già visto che gli atti di violenza politica non sono stati commessi solo da anarchici, socialisti e rivoluzionari di ogni natura, ma anche da patrioti e nazionalisti, da democratici e repubblicani, da suffragette, da conservatori e reazionari, da monarchici e lealisti, e spesso da religiosi, persino da devotissimi cristiani. Possiamo concludere che non può essere stata una particolare idea o un “ismo” a influenzare le loro azioni, perché come e possibile che le più diverse idee e “ismi” producano tutte gli stessi fatti? La vera causa ne è l’inclinazione individuale legata alla considerazione generale in cui è tenuta la violenza.

Questo è il punto. Qual è il comune sentimento verso la violenza? Se ci sforziamo di rispondere correttamente a questa domanda, l’intera questione ci apparirà chiarissima. La verità infatti è che tutti crediamo nella violenza e la pratichiamo, ma siamo subito pronti a criticarla negli altri.

E’ un fatto. Tutte le istituzioni, se non addirittura l’intero concetto di esistenza nella società attuale, affondano le loro radici nella violenza. Che cos’è quella cosa che chiamiamo governo se non altro che violenza organizzata? Quello che puoi o non puoi fare ti è imposto per legge, e se non fai così sarai obbligato con la forza.

Non stiamo ancora affrontando la questione se sia giusto o sbagliato, se debba o non debba essere così. Al momento ci interessa solo il fatto che le cose stanno così: che tutti i governi, tutte le leggi e tutte le autorità si mantengono sulla forza e sulla violenza, sul concetto di punizione e sul timore di essa.

Anche l’autorità spirituale e religiosa della Chiesa poggia sulla forza e sulla violenza, perché è la paura dell’ira e della vendetta divine a esercitare potere su di te, a spingerti a obbedire e, spesso, a credere in dio contro ogni logica. Comunque la rigiri non potrai fare a meno di ammettere che la tua intera vita è costruita sulla violenza o sulla paura che essa ti suscita. Da bambino sei soggetto alla violenza dei genitori o dei ragazzi più grandi. A casa, a scuola, in ufficio, in fabbrica, nei campi c’è immancabilmente l’autorità di qualcuno a tenerti sotto controllo e a farti fare quello che vuole.

Il diritto che ti costringe si chiama autorità. La paura della punizione costruita attorno al dovere si chiama obbedienza. E’ in questa atmosfera di forza e violenza, di autorità e obbedienza, di dovere paura e punizione che veniamo cresciuti; la respiriamo per tutta la vita. Siamo talmente immersi in questo spirito di violenza che non ci fermiamo mai a riflettere se sia giusta o sbagliata. Ci chiediamo solo se sia legale, se una legge lo consenta.

 

Non metti mai in dubbio il diritto del governo di confiscare, imprigionare e uccidere. Se una persona qualsiasi fosse colpevole delle cose che il governo fa di continuo, lo marchieresti come un ladro, un mascalzone, un assassino. Ma non appena la violenza diventa “legale” sei pronto ad accettarla e a sottomettertici. Non è la violenza in se quella che deplori, ma chi la pratica “illegalmente”.

Questa violenza legale e la paura che ci infonde, dominano la nostra intera esistenza, individuale e collettiva. L’autorità nei suoi tanti aspetti (parentale, religiosa, politica, economica, sociale e morale) controlla le nostre vite dalla culla alla tomba.

Ma qualunque sia il carattere di quell’autorità è sempre lo stesso il boia che esercita, in un modo o nell’altro, potere su di te attraverso la tua paura della punizione. Hai paura di dio e del diavolo, del prete e del tuo prossimo, del tuo datore di lavoro e del tuo caporeparto, del politico e del poliziotto, del giudice e del galeotto, della legge e del governo. Tutta la tua vita è un lungo rosario di paure, paure che prostrano il tuo corpo e piegano il tuo spirito. Su queste paure poggia l’autorità di dio, della chiesa, dei genitori, del capitalista e del governatore.

Fai un piccolo esame di coscienza e dimmi se le cose non stanno così.

Come il fratello maggiore tiranneggia, dall’alto della sua forza fisica, i fratellini;a sua volta viene fatto filare da suo padre grazie alla superiorità fisica di quest’ultimo e al fatto che il ragazzo dipenda ancora da lui per il sostentamento. Tu ti sottometti all’autorità clericale perché sei convinto che possa attirare su di te l’ira divina. Ti sottometti al tuo capo, al giudice, al governo perché è in loro potere farti perdere il lavoro, portarti via tutto, sbatterti in prigione. Un potere che, dobbiamo sottolinearlo, tu stesso hai messo nelle loro mani.

Così l’autorità controlla la tua intera esistenza, e la tua vita è costellata di invasioni e violazioni della tua sfera più intima, che ti obbligano alla costante sottomissione alla volontà di qualcun altro. E siccome la tua vita viene costantemente invasa e violata, trovi soddisfazione vendicandoti sulla vita di tutti gli altri su cui riesci ad avere autorità o a esercitare potere fisico e psicologico.

In questo modo l’intera storia umana diviene un folle balletto di autoritarismo, dominazione e sottomissione, di potere e obbedienza, di coercizione e di assoggettamento, di governanti e governati, di forza e di violenza in mille forme diverse.

Non c’è quindi da stupirsi se capita che gli idealisti, anch’essi ancora impigliati tra le maglie di questa società autoritaria e violenta, sono spesso condotti dalle circostanze a compiere azioni in totale discordanza con le loro idee.

Siamo tutti ancora dei barbari che ricorrono alla forza e alla violenza per risolvere i propri dubbi, le difficoltà, i problemi. La violenza è lo strumento dell’ignorante, l’arma del debole. I forti d’animo e d’intelletto non hanno bisogno della violenza, perché restano imbattibili nella consapevolezza di essere nel giusto.

Più ci allontaneremo dallo stato primitivo dell’età della pietra, meno avremo necessità di ricorrere alla violenza e alla forza. Più l’uomo si doterà di ragione, meno impiegherà costrizione e coercizione. Quando l’uomo completerà la propria civilizzazione sarà libero da ogni paura e autorità. Si solleverà da terra e starà eretto: non si inginocchierà più a nessun potere, né umano né divino. Diventerà pienamente umano quando non gli importerà più di governare e rifiuterà di essere governato. Sarà completamente libero solo quando non ci saranno più padroni.

L’Anarchia è la realizzazione di queste condizioni: di una società libera dalla forza e dalla coercizione, dove tutti gli uomini siano uguali, vivano in libertà, pace e armonia. La parola Anarchia deriva dal greco, e significa assenza di violenza o assenza di governo, perché il governo è la vera origine di ogni violenza, costrizione e coercizione. Come vedi, al contrario di quanto pensavi prima, Anarchia non significa disordine e caos, semmai il loro contrario: significa assenza di governo, cioè libertà e ordine. Il disordine è figlio dell’autorità e del potere. La libertà è madre dell’ordine.

“Che bella società!” esclamerai, “Ma solo gli angeli sarebbero in grado di realizzarla”.

Resta quindi adesso da vedere come possiamo farci spuntare le ali per raggiungerla.

la traduzione è di Boris, così anche le note:

 [a1] È una citazione da Shakespeare, Giulio Cesare, atto 3 scena 2. Berkman, molto più fiducioso di me nelle tue conoscenze non mette note. Io invece, scanso equivoci, te lo faccio notare.

 [a2] varrebbe la pena mettere una nota che racconti di Pletura e dei pogrom antiebraici in Ucraina, e dell’anarchico ebreo che lo uccise. ma non ne ho voglia, cercatelo su Wikipedia o dove diavolo preferisci

 [a3] colpevole agli occhi dei reazionari di aver firmato l’armistizio con le forze dell’Intesa

 [a4] Al quale non era andata giù la firma del trattato di Rapallo (1920)

abc

Voglio parlarti dell’Anarchismo.

Voglio raccontarti che cos’è; penso che ce ne sia assoluto bisogno. Anche perché se ne sa così poco, e quel poco è solo per sentito dire e spesso falso.

Voglio parlartene perché credo che l’Anarchismo sia l’idea più bella e più grande che sia mai stata pensata. L’unica che ritiene contemporaneamente realizzabili libertà e giustizia. L’unica che possa portare al mondo pace e serenità.

Voglio parlartene con estrema semplicità, in modo che non ci sia possibilità di fraintendimento. Paroloni e frasi altisonanti servono solo a confondere. A un pensiero chiaro bastano parole semplici.

Ma prima di raccontarti cos’è l’Anarchismo, devo dirti cosa non è. Questo è necessario a causa dei troppi pregiudizi che lo circondano. Anche persone intelligenti ne hanno spesso un’idea completamente sbagliata. Troppa gente parla di Anarchismo senza avere la più pallida idea di cosa sia in realtà, e troppo spesso diffondono su di esso falsi luoghi comuni con l’intento di impedirti di conoscere la realtà.

L’Anarchismo ha molti nemici che non ti diranno mai la verità su di esso. Perché abbia tanti nemici e chi siano lo vedremo dopo. Per adesso posso dirti che nessun politico, nessun imprenditore, nessun capitalista, nessun poliziotto ti parlerà mai onestamente dell’Anarchismo. Molti di loro neppure sanno cosa sia, però tutti lo odiano. Quotidiani e periodici borghesi non perdono occasione per denigrarlo. Persino molti socialisti e comunisti lo disprezzano. In realtà la maggior parte di loro non ne sa quasi niente. Ma anche quelli, tra loro, che lo conoscono meglio, quasi sempre mentono parlandoti di “caos e disordine” quando ti parlano di Anarchia.

Quanto siano in malafede lo puoi vedere da te: i due più grandi teorici del Socialismo – Karl Marx e Freidrich Engels – erano convinti che la naturale evoluzione del Socialismo sarebbe stato l’Anarchismo. Dicevano che il socialismo, una volta consolidato, si sarebbe trasformato in anarchismo, e che questo avrebbe significato vivere in una società ancora più libera e bella di quella socialista.

Invece i socialisti di oggi, bestemmiando Marx ed Engels, insistono nel definire l’anarchia come “caos e disordine”, il che dimostra quanto siano disonesti e ignoranti.

I comunisti commettono lo stesso errore nonostante la loro più autorevole guida, Lenin, abbia sostenuto che l’anarchismo è il traguardo cui punta il comunismo, dove la vita sarà migliore e più libera.

Quindi, prima di tutto, mi tocca dirti cosa non è l’anarchismo.

Non è disordine, terrorismo o caos.

Non è rapina né omicidio.

Non è guerra di tutti contro tutti.

Non è ritorno alla barbarie, né a un qualche stato di natura.

In realtà l’anarchismo è l’esatto contrario di tutto questo.

La realizzazione dell’anarchismo non sarà altro che la realizzazione della tua libertà; l’impossibilità per chiunque di sfruttarti, comandarti, derubarti, importi la propria volontà. La realizzazione dell’anarchismo non sarà altro che la realizzazione della tua possibilità di fare le cose che ti vanno e l’impossibilità per chicchessia di obbligarti a fare ciò che non vuoi. Significherà poter scegliere il tipo di vita che più ti aggrada e viverla senza l’interferenza di alcuna autorità. Diritti e libertà di scelta che avranno tutti, indistintamente.

Significherà per tutte le donne e tutti gli uomini un’esistenza solidale di pace e armonia. Vale a dire che non ci saranno più guerre, violenze dell’uomo sull’uomo; non ci saranno più ricchezze né povertà, niente più oppressione né sopraffazione.

In breve. L’anarchismo è una condizione, anzi un’idea di società in cui tutte le donne e gli uomini saranno liberi, godendo in egual misura dei benefici di una sensata organizzazione economica.

“Succederà questo? Davvero?”, ti chiederai ,“e quando?”.

“Non prima che ci si sia tutti trasformati in angeli” ti risponderanno i tuoi amici.

Bene. Ascoltami un attimo. Credo di poterti convincere che si può essere persone degne e condurre una vita degna senza, per forza, aspettare che ci spuntino le ali.

(traduzione mia)

patricia

Il punto che sfugge, non so se per superficialità o per malafede, agli agguerriti sanfedisti difensori di chi detiene i diritti di sfruttamento editoriale di alcuni personaggi di fantasia, è che ciò di cui parlano non è successo in luogo qualunque. Ma su Facebook. Sulla Rete.

Non ha alcuna rilevanza, o ne ha pochissima e riguarda la preoccupazione di salvaguardia della propria immagine ecumenica di qualche editore, che a usare quei personaggi siano stati degli aderenti a un partito politico.

Non ha alcuna rilevanza, o ne ha pochissima nell’ambito della riflessione estetica, che i cartelli realizzati con quei personaggi siano ben fatti o mal fatti.

Non hanno alcuna rilevanza, o ne hanno pochissima per qualche giornalista  e  per qualche sociologo, i motivi per cui sono stati scelti quei personaggi e la considerazione in cui sono tenuti i fumetti.

Ha rilevanza invece, e ne ha tanta, il modo e la virulenza con cui alcuni fumettisti hanno gridato alla lesa maestà del diritto d’autore e invocato la legalità. Qui. Sulla Rete.

Ricorderai che nel luglio del 2011 una delibera dell’AgCom suscitò una decisa reazione  e una vivace polemica unitamente all’accusa di attuare un tentativo di controllo censorio sulla Rete.  Te lo ricordi cosa diceva quella delibera? Minacciava la chiusura amministrativa di tutti quei siti che, anche per uso non commerciale, fossero stati accusati dalla stessa AgCom non solo di rendere disponibile (scaricabile) materiale protetto da Copyright, ma anche di riprodurlo.

La struttura portante della legge italiana sul diritto d’autore è quella  del 22 aprile 1941.  E’, nonostante le modifiche successive, una legge fascista nella forma e gutemberghiana nell’ispirazione.

Il punto che sfugge, non so se per superficialità o per malafede, agli agguerriti sanfedisti difensori di chi detiene i diritti di sfruttamento editoriale di alcuni personaggi di fantasia, è che l’epoca gutemberghiana è tramontata da almeno un decennio. Che i nuovi ambiti di comunicazione hanno rimesso tutto in discussione, riportando in vita un’antica idea di condivisione e continua commistione dell’opera dell’ingegno umano di contro a quella gutemberghiana di mera riproduzione.

Il punto che sfugge, non so se per superficialità o per malafede, agli agguerriti sanfedisti difensori di chi detiene i diritti di sfruttamento editoriale di alcuni personaggi di fantasia, è che un concetto così inteso di diritto d’autore tende quasi sempre (era il 1941, capisci) a essere utilizzato per limitare proprio quella libertà d’espressione che dovrebbe difendere. Manco fossimo tutti figli di Ma Barker.

Sei così convinto che la nostra libertà debba correre il rischio di essere sacrificata nel nome di una legalità concepita, nelle sue linee guida,  più di settant’anni fa,  più vecchia persino di Tex Willer?

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