la linea del fronte

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Il finto liberalismo di chi attualmente governa l’Italia me ne ricorda un altro. Quello che caratterizzò le classi dirigenti europee tra il 1870 (ti faccio notare in volata una cosa che ci può interessare per ciò di cui andremo a chiacchierare tra qualche riga: la Terza Repubblica di Francia nasce esattamente l’anno dopo) e il 1914 e che sfociò, proprio a causa dell’incapacità del potere a capire e gestire la complessità sociale, nella prima guerra mondiale. Inevitabilmente le élites intellettuali borghesi, che a dispetto dei vantaggi che aveva portato alla loro classe si erano fatte portavoci di una battaglia contro la modernità -con la quale mascheravano la battaglia contro il socialismo, considerarono quella guerra come l’unica opportunità per rigenerare una società che ritenevano, a causa proprio della modernizzazione tecnica scientifica e sociale, in piena decadenza (consiglio bibliografico: Angelo Ventrone, La seduzione totalitaria. Guerra, modernità, violenza politica, Donzelli, 2003; Angelo Ventrone, Piccola storia della Grande Guerra, Donzelli, 2005). Per darti un esempio. Scriveva quell’immane coglione di Filippo Tommaso Marinetti, proprio nel 1914, che “la guerra non può morire, perché è una legge della vita. Vita = aggressione. Pace universale = decrepitezza e agonia delle razze. Guerra = collaudo sanguinoso e necessario della forza di un popolo” (altro piccolo consiglio bibliografico: Angelo D’Orsi,I chierici alla guerra. La seduzione bellica sugli intellettuali da Adua a Baghdad, Bollati e Boringhieri, 2005).E siamo arrivati al punto.Dove c’è qualcosa che non funziona. I soldati arrivati al fronte questo collaudo non lo trovano poi così necessario. Ci abbiamo noi un bel film di Monicelli a raccontarcelo. Però adesso parliamo di fumetti. Allora.Per capire perché questo collaudo sociale non funziona lo Stato Maggiore Francese decide di mandare al fronte un disegnatore che sappia ritrarre con la sua arte la verità della prima linea e dei soldati che là combattono. In modo che i generali e lo stronzissimo Presidente Raymond Poincaré possano capire perché il popolo non sia poi così entusiasta di questa sanguinosa rigenerazione.Non ci mandano però uno qualunque. No. Ci mandano Van Gogh.Questa è l’idea geniale del libro di Larcenet che si intitola: La Ligne de Front.L’intero Stato Maggiore francese con a capo Poincaré (splendidamente caricaturato da Larcenet nella sua infinita arrogante piccolezza di burocrate nazionalista) decide, per comprendere il malumore e il disfattismo dei soldati al fronte, di inviare il caporale Van Gogh per realizzare una specie di reportage disegnato. Ora. Tutti sappiamo che Van Gogh muore nel 1890. Perché è accettabile, già all’inizio quando ancora non ne sappiamo il come mai (verrà spiegato, eccome, ma dopo un po’), che Van Gogh abbia tutte e due le orecchie e quel che più conta la vita nel 1914, senza fastidio alcuno, anzi con piacere sommo.Forse perché è un fumetto? Vabbene, ma perché in un fumetto accettiamo quello che ci innervosirebbe altrove? Forse perché per sua natura il fumetto è libero, a differenza delle altre forme di narrazione, da quel noioso principio di imitazione del mondo che si chiama mimesi. Forse perché il fumetto viene utilizzato per raccontare storie ben sceneggiate solo per una serie di circostanze storiche e politiche, forse perché il suo potere, la sua vera natura sta altrove. Già ma dove? Ce lo spiega Van Gogh/Larcenet dove sta. Come prima di lui ce lo avevano spiegato Hergè e Tardi. Ce lo spiega quando, più o meno verso tavole 6 e 7 (adesso non ricordo, ma dovrebbero corrispondere a pagine 8 e 9 dell’ edizione Dargaud), si tiene tra Van Gogh e Morancet, il generale che lo accompagna –suo malgrado, che come ogni moderno ma antimodernista generale è un perfetto cacasotto- una lunga conversazione splendidamente costruita a smontare il formato standard dell’editoria a fumetti francese: l’album.

In quella conversazione tra Van Gogh e il generale Morancet oltre a spiegarci come mai l’artista sia vivo vegeto e con tutte e due le orecchie attaccate ai lati della testa, Larcenet ci da una bellissima lezione di teoria. Probabilmente queste due tavole le hai lette e rilette. Mi perdonerai quindi se te le racconto lo stesso.A un certo punto Morancet chiede al caporale Van Gogh come faccia a essere ancora vivo, quando le cronache lo davano per morto suicida nel 1890. Si stupisce il caporale che il generale non sia al corrente dei fatti. E non abbia mai sentito parlare dell’organizzazione “Tempesta sull’arte moderna”. (Lo vedi, sia detto tra noi, dove porta l’antimodernismo sentimentale degli ignoranti di potere!). Era presidente, allora –ma il nome Van Gogh non lo fa- Sadi Carnot (della fine che giustamente fece per mano di Sante Geronimo Caserio, fornaio, ti racconterò un giorno nella mia Storia dell’anarchia raccontata alle bambine delle scuole elementari* che scriverò appena trovo l’editore che mi dia cospicuo anticipo) il quale assegnò a Van Gogh – in alternativa a una fucilazione alla schiena- la delicatissima missione di sradicare il Cubismo.Perché ti chiedete? Perché da buon ignorante antimodernista Sadi Carnot era convinto che sua figlia di cinque anni disegnasse meglio di Braque e che quell’orribile scuola andasse estirpata. Adesso non stare lì a menarla, che nel 1890 Braque aveva si e no otto anni. E’ irrilevante. Ai fini del discorso teorico. Eppoi. Stiamo parlando di un fumetto! E come già abbiamo osservato queste cose nel fumetto non minano minimamente la verosimiglianza della storia. In fondo, poi, ci sta tutto nella verosimiglianza il confronto tra due bambini e l’invidia di un padre.Infiltratosi tra gli artisti di quel movimento che poi si sarebbe chiamato cubismo, Van Gogh avrebbe dovuto farli fuori, con una palla nella testa, uno per uno. Ma sfortunatamente Van Gogh è uno che disegna, uno – come dice dopo aver preso a pugni il generale Morancet per alcune osservazioni inopportune sui suoi quadri- che ha “destructurè la nature, donnè un sens à la matiere”, è inevitabile quindi che resti affascinato dal loro lavoro. Ne consegue che invece di eliminarli li aiuti ad affermarsi. Van Gogh pagherà questo con l’emarginazione, con la riduzione al silenzio, con la farsa del suo falso suicidio.Ma questo non ci interessa. Interessa solo gli ottusi adoratori della trama. Quello che importa è il perché Van Gogh non portò a termine quella missione. Perché come ci dice lui: “je les ai vus de mes propres yeux dèstructurer l’espace, distordre la temporalité apparemment immuable de la matiére avec une facilité déconcertante… ils changeaint ce putain de monde !!! ». Sta parlando del fumetto, mica di altro.E’ ovvio. Perché è proprio a questo punto che Van Gogh interviene sulla realtà, prima salvando la vita a Morancet, poi commuovendo alle lacrime il gigantesco e brutale disertore Totor semplicemente dipingendo: “j’aime beaucoup chromatiser les masse et structurer l’espace avec ce jolies feuilles vertes…”.Quando poi Van Gogh arriverà al fronte darà vita, con la sua arte, alla verità sulla guerra. Ritrarrà creandolo, e questo gli costerà consapevolmente la sua di vita, il volto della guerra. Non te le racconto perché sono pagine delicatissime e tragiche, se non le hai ancora lette te le rovinerei.Sappi solo che Van Gogh, sotto i bombardamenti, crea dal nulla la realtà di quei bombardamenti. Quando i suoi quadri verranno ritrovati, Presidente e generali non saranno in grado di comprendere quella realtà. Parafrasando Peirce mi azzardo a dire che per Larcenet (e per me soprattutto) l’oggetto fumetto non è mai segno di qualcosa d’altro, ma è segno di ciò che è. Quindi il fumetto non è un atto di comunicazione, non è mai mimetico. Non è un caso che i generali alla fine della storia di Larcenet non riescano a capire niente dei disegni di Van Gogh.

*Piacerebbe me che capissero da subito che i cuori di regine e principesse meglio è se vengono spezzati, non da amori non corrisposti, ma da sei pollici di acciaio damascato.

1 commento
  1. M.G. ha detto:

    Bravo Boris, ti sei meritato una bottiglia di quello buono. Vermentino nero.
    M.G.

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