L’abc dell’anarchismo- di Alexander Berkman – capitolo 2: l’anarchismo è violenza?

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Avrai sentito dire in continuazione che gli anarchici mettono le bombe, che credono solo nella violenza, e che Anarchia è sinonimo di caos e disordine. Non c’è da stupirsi se alla fine ti sei convinto che sia la verità, visto che giornalisti, preti e politici non fanno altro che ripetertelo.

Loro la conoscono la verità, ma hanno buone ragioni per non volertela raccontare. E’ ora che qualcuno lo faccia. Voglio parlarti nel modo più franco e aperto che conosco, e tu mi ascolterai non fosse altro perchè io sono uno di quegli anarchici accusati di seminare violenza e distruzione. Conosco la verità e non ho alcun interesse a nascondertela.

“Allora dimmi” –mi chiederai-  “anarchismo significa veramente disordine e violenza?” No, amico mio, sono il capitalismo e i suoi governi che si reggono su disordine e violenza. L’anarchismo ne è l’esatto contrario: ordine senza guerra e pace senza violenza.

“E come sarebbe possibile questo?” insisti a chiedermi. Te lo spiego subito. Prima però trovo giusto scioglierti il dubbio se gli anarchici abbiano mai tirato bombe e usato la violenza. Si. Gli anarchici hanno lanciato bombe e alle volte sono ricorsi alla violenza.

Qualcuno potrà esclamare: “Ecco! Lo sapevo!”

Niente conclusioni affrettate, però. Se gli anarchici qualche volta hanno impiegato la violenza, questo implicherebbe necessariamente che anarchismo significa violenza? Fatti questa domanda e datti onestamente una risposta.

Quando un cittadino viene chiamato alle armi, può capitargli di dover lanciare bombe e uccidere. Te la sentiresti di sostenere, in questo caso, che la società funziona grazie alle bombe e alla violenza? No. Respingeresti questo sillogismo con indignazione. E replicheresti che significa soltanto che, in certe condizioni, a un uomo (sia esso un democratico, un monarchico, un socialista, un comunista, un anarchico) può essere necessario l’uso della violenza. Finiresti poi con l’ammettere che è una situazione applicabile a tutti gli uomini, in tutte le epoche.

Bruto uccise Cesare perché temeva che il suo mentore intendesse tradire la Repubblica e proclamarsi re. Questo non significa che Bruto “amasse Cesare di meno, ma che amava Roma di più[a1] ” . Bruto non era un anarchico: era un fedele repubblicano.

Guglielmo Tell, come ci racconta la leggenda, uccise il tiranno per liberare il suo paese dall’oppressione. Nessuno lo ha mai sospettato di anarchismo.

Ho menzionato questi due personaggi per sottolineare il fatto che da tempi immemori i tiranni incontrano il proprio destino per mano di coraggiosi amanti della libertà. Da sempre gli uomini si sono ribellati alla tirannide. Sono stati spesso patrioti, democratici o repubblicani, qualche volta anche socialisti o anarchici. Le loro azioni erano atti individuali di ribellione contro il torto e l’ingiustizia.

L’anarchismo non c’entra niente con questo.

C’è stato un tempo in Grecia in cui uccidere un despota era considerato un atto virtuoso. La legge oggi lo condanna, ma il sentimento umano più profondo sembra essere rimasto lo stesso di quei giorni antichi. Il comune sentire non condanna il tirannicidio; la maggior parte degli uomini anche se pubblicamente non le apprezza, comprende e spesso, segretamente, gioisce per questo tipo di azioni.

Non c’erano forse in America migliaia di giovani patrioti disposti ad assassinare il Kaiser tedesco perché lo ritenevano responsabile dello scoppio della Guerra Mondiale? Un tribunale francese non ha forse recentemente assolto l’uomo che ha ucciso Symon Pletura [a2] per vendicare le migliaia di uomini, donne  e bambini assassinati nei suoi pogrom contro gli ebrei ucraini.

In ogni epoca, in ogni paese ci sono stati dei tirannicidi; cioè degli uomini e delle donne che amavano il loro paese al punto da sacrificare addirittura la propria vita per esso. Naturalmente non erano affiliati di un qualche partito o di un’idea politica, ma semplici cittadini stanchi del tiranno.

C’è stato persino qualche fanatico religioso, come il cattolico integralista Kullman, che il 13 luglio 1874 tentò di assassinare Bismarck, o la fanatica Charlotte Corday che uccise Marat durante la Rivoluzione Francese.

Negli Stati Uniti tre presidenti furono uccisi da individui isolati. John Wilkes Booth che era un democratico sudista, sparò a Lincoln nel 1865; Charles Jules Guiteau, repubblicano, sparò a Garfield nel 1881; Leon Czolgosz sparò, nel 1901 a McKinley. Dei tre solo l’ultimo era un anarchico.

E’ naturale: il paese che ha i peggiori oppressori produce anche il più gran numero di tirannicidi.

Prendi la Russia, per un momento.

Quando sotto gli Zar ci fu la totale soppressione della libertà di stampa e di pensiero, non rimase che “scagliare un divino terrore” nel cuore del tiranno sperando di mitigare il suo dispotico regime. Questi vendicatori erano soprattutto figli e figlie della più alta nobiltà, giovani idealisti che amavano la libertà e il popolo russo. Costoro si sentirono obbligati a ricorrere alle pistole e alla dinamite solo quando non ci fu più altra speranza di alleviare le miserabili condizioni del loro paese. Sono stati definiti nichilisti e terroristi. Non erano anarchici.

Nei tempi moderni gli atti individuali di violenza politica sono diventati più frequenti che nel passato. Le suffragette inglesi, per esempio, vi sono ricorse frequentemente per propagandare e diffondere le loro richieste di uguaglianza. In Germania, prima della guerra, uomini dalle idee politiche ultraconservatrici hanno usato metodi violenti nella speranza di restaurare l’Impero. Fu un monarchico quello che uccise Karl Erzberger[a3] , il ministro delle finanze prussiano; mentre Walter Rathenau, ministro degli esteri, fu eliminato da un militante [a4] del suo stesso partito.

La causa originaria, o meglio: la scusa per scatenare la Grande Guerra, fu l’assassinio dell’erede al trono austriaco per mano di un irredentista serbo che, certo, non aveva neanche mai sentito parlare di anarchismo.

In Germania, Ungheria, Francia, Italia, Spagna, Portogallo e in ogni altro paese d’Europa uomini delle più diverse appartenenze politiche hanno fatto ricorso alla violenza, per non parlare del sistematico terrorismo politico messo in atto da organizzazioni come il fascismo in Italia, il ku klux klan in America e la chiesa cattolica in Messico.

Vedi bene che gli anarchici non hanno il monopolio della violenza. Il numero di atti violenti compiuti da anarchici è infinitesimale se lo paragoni a quelli commessi da persone di altre convinzioni politiche. La verità è che da sempre, in ogni paese, in ogni movimento sociale la violenza è stata una parte della lotta politica. Persino Gesù, solito a predicare il ritornello della pace, si lasciò andare alla violenza per scacciare i mercanti dal tempio.

Come ti ho detto, gli anarchici non hanno il monopolio della violenza.

Anzi. I fondamentali insegnamenti dell’anarchismo parlano di pace e armonia, di rispetto, di sacralità della vita e di libertà. Ma gli anarchici sono esseri umani come gli altri. Come gli altri soffrono per i torti e le ingiustizie, non tollerano assolutamente l’oppressione e qualche volta non esitano a dar voce alla propria protesta con atti di violenza. Azioni che restano sempre e comunque espressioni di decisioni personali, non di una teoria generale.

Certo, a questo punto è lecito il sospetto che siano le idee rivoluzionarie a spingere gli uomini ad atti di violenza.

Personalmente non lo credo. Abbiamo già visto che i metodi violenti sono anche e più spesso impiegati da persone di idee decisamente reazionarie. Se persone di idee politiche diametralmente opposte commettono azioni simili, è ragionevolmente difficile attribuirne la responsabilità alle loro idee.

Ogni azione ha una causa, vero, ma quella causa non è da ricercarsi nelle convinzioni politiche, quanto piuttosto nel temperamento individuale e soprattutto nell’esperienza personale della violenza.

“Potresti anche avere ragione sul temperamento, “mi obbietterai “ posso concederti che le idee rivoluzionarie non siano la causa diretta degli atti di violenza, però ogni rivoluzionario li commette. Come la spieghi questa cosa?”

E’ un errore di prospettiva. Se ci pensi attentamente ti accorgerai che è solo un preconcetto. La miglior prova di questo è che gli anarchici che sostengono la nocività di qualsiasi forma di governo e la necessità di abolirla, quasi tutti rifuggono da ogni espressione di violenza.

Certo: se ci sono anarchici che approvano o al limite giustificano la violenza politica, ce ne sono tantissimi, come gli anarchici tolstojani e molti individualisti, che la condannano. Quindi è irragionevole sostenere che le idee anarchiche siano responsabili della violenza o ne influenzino gli atti! Anzi, ti dirò che molti anarchici che una volta credevano nella violenza come mezzo di propaganda, hanno cambiato idea.

C’era un tempo, per esempio, in cui gli anarchici teorizzavano atti di violenza individuale, che chiamavano “la propaganda dei fatti”. Non è che pensassero così di cambiare il mondo, di trasformare il capitalismo in anarchismo; non è che credevano che far fuori un despota bastasse ad abolire il dispotismo. No, consideravano il terrorismo un modo per vendicare un torto subito dal popolo, per ispirare paura negli avversari e attirare l’attenzione sul male contro cui l’atto terroristico era diretto.

Ma la maggior parte degli anarchici oggi non crede più nella “propaganda dei fatti” e non considera favorevolmente azioni di quella natura. L’esperienza gli ha insegnato che sebbene l’impiego del terrorismo fosse giustificato nel passato, le moderne condizioni di vita lo hanno reso inutile e addirittura dannoso alla diffusione delle loro idee. Idee che sono le stesse di allora; cosa che dimostra come nell’anarchismo non sia implicita nessuna attitudine alla violenza. E conferma che non sono certo le idee o gli “ismi” a portare alla violenza, quanto piuttosto cause specifiche.

E’ in questa direzione che dobbiamo guardare se vogliamo trovare una spiegazione sensata. Abbiamo già visto che gli atti di violenza politica non sono stati commessi solo da anarchici, socialisti e rivoluzionari di ogni natura, ma anche da patrioti e nazionalisti, da democratici e repubblicani, da suffragette, da conservatori e reazionari, da monarchici e lealisti, e spesso da religiosi, persino da devotissimi cristiani. Possiamo concludere che non può essere stata una particolare idea o un “ismo” a influenzare le loro azioni, perché come e possibile che le più diverse idee e “ismi” producano tutte gli stessi fatti? La vera causa ne è l’inclinazione individuale legata alla considerazione generale in cui è tenuta la violenza.

Questo è il punto. Qual è il comune sentimento verso la violenza? Se ci sforziamo di rispondere correttamente a questa domanda, l’intera questione ci apparirà chiarissima. La verità infatti è che tutti crediamo nella violenza e la pratichiamo, ma siamo subito pronti a criticarla negli altri.

E’ un fatto. Tutte le istituzioni, se non addirittura l’intero concetto di esistenza nella società attuale, affondano le loro radici nella violenza. Che cos’è quella cosa che chiamiamo governo se non altro che violenza organizzata? Quello che puoi o non puoi fare ti è imposto per legge, e se non fai così sarai obbligato con la forza.

Non stiamo ancora affrontando la questione se sia giusto o sbagliato, se debba o non debba essere così. Al momento ci interessa solo il fatto che le cose stanno così: che tutti i governi, tutte le leggi e tutte le autorità si mantengono sulla forza e sulla violenza, sul concetto di punizione e sul timore di essa.

Anche l’autorità spirituale e religiosa della Chiesa poggia sulla forza e sulla violenza, perché è la paura dell’ira e della vendetta divine a esercitare potere su di te, a spingerti a obbedire e, spesso, a credere in dio contro ogni logica. Comunque la rigiri non potrai fare a meno di ammettere che la tua intera vita è costruita sulla violenza o sulla paura che essa ti suscita. Da bambino sei soggetto alla violenza dei genitori o dei ragazzi più grandi. A casa, a scuola, in ufficio, in fabbrica, nei campi c’è immancabilmente l’autorità di qualcuno a tenerti sotto controllo e a farti fare quello che vuole.

Il diritto che ti costringe si chiama autorità. La paura della punizione costruita attorno al dovere si chiama obbedienza. E’ in questa atmosfera di forza e violenza, di autorità e obbedienza, di dovere paura e punizione che veniamo cresciuti; la respiriamo per tutta la vita. Siamo talmente immersi in questo spirito di violenza che non ci fermiamo mai a riflettere se sia giusta o sbagliata. Ci chiediamo solo se sia legale, se una legge lo consenta.

 

Non metti mai in dubbio il diritto del governo di confiscare, imprigionare e uccidere. Se una persona qualsiasi fosse colpevole delle cose che il governo fa di continuo, lo marchieresti come un ladro, un mascalzone, un assassino. Ma non appena la violenza diventa “legale” sei pronto ad accettarla e a sottomettertici. Non è la violenza in se quella che deplori, ma chi la pratica “illegalmente”.

Questa violenza legale e la paura che ci infonde, dominano la nostra intera esistenza, individuale e collettiva. L’autorità nei suoi tanti aspetti (parentale, religiosa, politica, economica, sociale e morale) controlla le nostre vite dalla culla alla tomba.

Ma qualunque sia il carattere di quell’autorità è sempre lo stesso il boia che esercita, in un modo o nell’altro, potere su di te attraverso la tua paura della punizione. Hai paura di dio e del diavolo, del prete e del tuo prossimo, del tuo datore di lavoro e del tuo caporeparto, del politico e del poliziotto, del giudice e del galeotto, della legge e del governo. Tutta la tua vita è un lungo rosario di paure, paure che prostrano il tuo corpo e piegano il tuo spirito. Su queste paure poggia l’autorità di dio, della chiesa, dei genitori, del capitalista e del governatore.

Fai un piccolo esame di coscienza e dimmi se le cose non stanno così.

Come il fratello maggiore tiranneggia, dall’alto della sua forza fisica, i fratellini;a sua volta viene fatto filare da suo padre grazie alla superiorità fisica di quest’ultimo e al fatto che il ragazzo dipenda ancora da lui per il sostentamento. Tu ti sottometti all’autorità clericale perché sei convinto che possa attirare su di te l’ira divina. Ti sottometti al tuo capo, al giudice, al governo perché è in loro potere farti perdere il lavoro, portarti via tutto, sbatterti in prigione. Un potere che, dobbiamo sottolinearlo, tu stesso hai messo nelle loro mani.

Così l’autorità controlla la tua intera esistenza, e la tua vita è costellata di invasioni e violazioni della tua sfera più intima, che ti obbligano alla costante sottomissione alla volontà di qualcun altro. E siccome la tua vita viene costantemente invasa e violata, trovi soddisfazione vendicandoti sulla vita di tutti gli altri su cui riesci ad avere autorità o a esercitare potere fisico e psicologico.

In questo modo l’intera storia umana diviene un folle balletto di autoritarismo, dominazione e sottomissione, di potere e obbedienza, di coercizione e di assoggettamento, di governanti e governati, di forza e di violenza in mille forme diverse.

Non c’è quindi da stupirsi se capita che gli idealisti, anch’essi ancora impigliati tra le maglie di questa società autoritaria e violenta, sono spesso condotti dalle circostanze a compiere azioni in totale discordanza con le loro idee.

Siamo tutti ancora dei barbari che ricorrono alla forza e alla violenza per risolvere i propri dubbi, le difficoltà, i problemi. La violenza è lo strumento dell’ignorante, l’arma del debole. I forti d’animo e d’intelletto non hanno bisogno della violenza, perché restano imbattibili nella consapevolezza di essere nel giusto.

Più ci allontaneremo dallo stato primitivo dell’età della pietra, meno avremo necessità di ricorrere alla violenza e alla forza. Più l’uomo si doterà di ragione, meno impiegherà costrizione e coercizione. Quando l’uomo completerà la propria civilizzazione sarà libero da ogni paura e autorità. Si solleverà da terra e starà eretto: non si inginocchierà più a nessun potere, né umano né divino. Diventerà pienamente umano quando non gli importerà più di governare e rifiuterà di essere governato. Sarà completamente libero solo quando non ci saranno più padroni.

L’Anarchia è la realizzazione di queste condizioni: di una società libera dalla forza e dalla coercizione, dove tutti gli uomini siano uguali, vivano in libertà, pace e armonia. La parola Anarchia deriva dal greco, e significa assenza di violenza o assenza di governo, perché il governo è la vera origine di ogni violenza, costrizione e coercizione. Come vedi, al contrario di quanto pensavi prima, Anarchia non significa disordine e caos, semmai il loro contrario: significa assenza di governo, cioè libertà e ordine. Il disordine è figlio dell’autorità e del potere. La libertà è madre dell’ordine.

“Che bella società!” esclamerai, “Ma solo gli angeli sarebbero in grado di realizzarla”.

Resta quindi adesso da vedere come possiamo farci spuntare le ali per raggiungerla.

la traduzione è di Boris, così anche le note:

 [a1] È una citazione da Shakespeare, Giulio Cesare, atto 3 scena 2. Berkman, molto più fiducioso di me nelle tue conoscenze non mette note. Io invece, scanso equivoci, te lo faccio notare.

 [a2] varrebbe la pena mettere una nota che racconti di Pletura e dei pogrom antiebraici in Ucraina, e dell’anarchico ebreo che lo uccise. ma non ne ho voglia, cercatelo su Wikipedia o dove diavolo preferisci

 [a3] colpevole agli occhi dei reazionari di aver firmato l’armistizio con le forze dell’Intesa

 [a4] Al quale non era andata giù la firma del trattato di Rapallo (1920)

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