la guerra privata del subcomandante Boris alle storie

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in forma vagamente diversa sul mio antico blog, nel 2008, dicevo queste cose:
Ricordate quanto sosteneva Fassbinder? “E noi non abbiamo che scarse informazioni su quella bella anarchia che, nel regno dei folli, rende fruibile la libertà”.
E’ vero. Troppi pensano che noi si abbia solo due guide, bellissime e troie, per farci strada nel regno della libertà. Di cui invece, per me, dovremmo imparare a fare a meno. La psicanalisi (Freud e Reich mica Jung) e la storia. No. Non quella che traccia il cammino della nostra fottuta umanità cercando di dacerne memoria. Quella è indispensabile. La storia, quella che ci raccontavano prima di dormire. Perché la libertà, ci hanno insegnato i secondini del consenso, è un sogno. Cazzate. Il Sogno. Ci vuole un secondino come Gaiman a dirci che un sogno sognato collettivamente può cambiare l’ intero universo. Un sogno collettivo è il sogno per antonomasia: l’ utopia. Appunto. Scordatevela lettori ebeti la vostra libertà. Non c’è possibilità d’interpretazione. Non potete fare da soli. Vi ci vuole il partito. Le cose stanno così.
L’ immaginazione sarà pure il solo luogo, come diceva Bunuel, dove la libertà dell’ uomo è totale. L’ unico luogo dove non esistono barriere, leggi, regole. Niente divisioni tra bene e male. Niente colpe e niente innocenze. Per questo l’hanno segregata nelle storie.
Gaiman ce li racconta tutti questi tentativi di ingabbiare la creativita umana in quella bellissima storia in cui due scritturocoli di regime tengono, a turno, prigioniera Calliope, la musa della poesia epica. Questi due omuncoli che, stuprandola, ingabbiavano la creazione fantastica, vengono condannati dal Signore dei Sogni al misero destino che dovrebbe spettare a tutti coloro che svolgono il meschino ufficio di scrittori e sceneggiatori secondo modello e progetto.
Sono radicale certo. Sono dogmatico. Ideologico e il cazzo che volete.
Comunque me non mi fregate con i vostri trucchetti. Se anche ci mettete Verne nel vostro Tex e lo chiamate Zagor, la struttura non cambia. Resta una gabbia.
No. Adesso non tiratemi in ballo la menata che già ci hanno pensato alle storie in forma di farfalla.
Quella era una questione formale.
Quello che dico io no. E’ una questione strutturale.
Perche non può esserci distinzione. Tra forma e contenuto intendo.
Godard e Jim mc Bride raccontano la stessa storia se la riassumiamo in una trama: ma sai bene che non è così. Interessarsi ai soggetti delle storie (sono le trame?) significa azzerare una cinquantina di anni di indagine antropologica strutturalistica. Appunto. La struttura. Significa dimenticarsi che Propp e Campbell hanno isolato il nucleo della trama ancestrale che sottende ad ogni storia. Scrivere soggetti significa andare in giro a vendere qualcosa che non ci appartiene. Che è proprietà dell’umanità tutta. Soggettisti vi appropriate di un bene collettivo per trarne profitto. Sceneggiatori appiccicate a quella struttura ancestrale dettagli che spacciate per rivoluzioni.
La storia è sempre quella, con le sue tot possibili varianti: quindi più che al cosa viene raccontato mi pare importante interessarsi al cosa viene raccontato come…
In questo caso è fondamentale l’autore.
A bout de soufle è quella cosa lì perchè l’ha fatta Godard. Se la faceva un altro veniva Breathless. Cosa cazzo potremmo mai dirci sulla storia e basta che racconta se non parliamo dell’autore, e non di un autore modello e di tutte quelle cagate ecolaliche, ma dell’autore che proprio la racconta… ci sono cose più interessanti nella cartella medica di un autore che nelle cose che racconta… ma poi ci aveva gia pensato desanctis, anche se lui parlava di inscindibilità tra forma e contenuto, che non è possibile separare in un opera la storia da quello si dice lo stile… cioè la voce dell’autore, perché lo stile è la voce che racconta quella storia… e che la rende proprio quella storia… l’idea della trama in se e per sè è impossibile, è come se a un racconto orale gli togli il suono della voce, se a un film gli togli il montaggio, se a un fumetto gli togli i disegni, se a un romanzo gli togli la punteggiatura… insomma è un’altra cosa.
La storia.. Onestamente io penso non solo che non conti nulla, ma che non abbia nemmeno senso parlarne. Nemmeno della forma, quello lo facevano i santoni fumati alla Moebius e i pubblicitari in forma di avanguardie del fumetto anni ’80.
Quella che conta è la struttura.
Quale sia la natura ancestrale delle storie lo sappiamo grazie ai fin troppi manuali di derivazione proppiana che vi propianano nelle scuole di scrittura. Ma perché allora se quelle storie sono sempre le stesse le troviamo sempre interessanti, se non per le varianti, spesso insignificanti raramente rivoluzionarie, che ci apportano gli autori? E gli autori hanno un nome e un cognome e una faccia da riempire di sputi e di pugni, quando sono ancora vivi, e hanno una biografia, tutta roba che ci pesa in quelle storie, ci conta eccome. Certo, certo… è roba vecchia anche questa. Altri l’hanno detta e meglio di me. Ce l’aveva già spiegata Bazin la politica degli autori. Ma ho l’impressione che oggi si tenda a dimenticarla quella lezione, a buttarla a cesso in nome di questa cosa che non capisco, questo incenso che brucia sull’altare della storia e toglie accademicamente responsabilità all’autore. Io non voglio essere amico di tutti e nemico delle brutte storie. Io a chi racconta male brutte storie, invece di fare chessò, il contabile, voglio dirglielo.
Le storie, dioporco!, non sono entità incondizionate. Sono strutture basilari che vengono condizionate e rese fruibili dalla voce che le racconta. E’ quella voce che fa la differenza. Rispetto a una storia l’autore è l’istanza che pone la condizione di relatività. E in questa condizione si esercita la mia libertà di interpretazione e di godimento estetico.

La struttura è la voce mortale dell’autore.

Ma se tu mi cancelli l’autore rendi la storia immortale e fai solo teologia.

E la teologia è roba che agli uomini non dovrebbe interessare.

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