Chi li lava i piatti stasera? due tre cose ancora sul non votare

piatti

Alla fine la questione del voto o dell’astensione è tutta lì. Chi cazzo li lava i piatti, stasera?!

Va bene. Mi spiego.

Non lo so se quando Carlo Lorenzini racconta sulle pagine del Giornale per bambini (1881) di Geppetto che si vende la casacca per comprare l’abbecedario a Pinocchio, ha in mente il ricordo di Giovanni Passannante che si era venduto la giacca per comprare il coltello con il quale tentò di uccidere Umberto I. Non lo so, ma mi piace crederlo. Anche perché proprio in quell’anno, quello dell’attentato (il 1878) Lorenzini pubblicava un libro, Minuzzolo, dove raccontava di un ragazzetto che coglionava i borghesi impegnati a insegnargli la loro educazione e se ne fuggiva via a cavallo di un ciuco. Piccolo, inconsapevole, anarchico.

Nel 1881 Pietro Acciarito aveva 10 anni. Benché di umilissime origini sapeva leggere e scrivere. Non lo so se gli capitasse tra le mani ogni tanto il Giornale per bambini e ci leggesse le Avventure di Pinocchio. Non lo so, ma mi piace crederlo.

Il 22 aprile del 1897 Acciarito ha 26 anni. Non deve vendersi la giacca per procurarsi un coltello. E’ fabbro, sa come forgiare una lama. E ha una storia a cui riscrivere il finale.

Pare che Carlo Lorenzini non volesse finire Pinocchio come lo conosciamo, con quel finale consolatorio impostogli dall’editore, ma in modo assai più anticonvenzionale. Con l’impiccagione del burattino. Anche a Giovanni Passannante il finale non era proprio venuto come l’avrebbe voluto. Umberto I godeva di ottima salute e lui impazziva in un carcere oscuro. E’ per rimettere le cose a posto che Acciarito si scaglia contro il sovrano quel 22 aprile, nei pressi dell’Ippodromo di Roma, dove il Savoia doveva presenziare alle corse ippiche. Nemmeno ad Acciarito riesce di scrivere un finale degno. Umberto I schiva il suo colpo di pugnale. Acciarito si allontana, percorre 50 mt e viene immobilizzato. Finirà la sua vita tra l’isolamento del carcere e il manicomio criminale.

Già.

Probabilmente è un problema mio. Tanto che avevo deciso di arrendermici. Basta. E morta lì.

Stavo in una insuperabile empasse dovuta a mia personalissima inadeguatezza al “fare”, quell’inadeguatezza che le pettegole informate dei fatti chiamano fancazzismo. Ero e sono molto critico, forse addirittura avverso (politicamente e culturalmente) alle modalità del “fare” di chi gli riesce di farlo questo “fare”. Non ci si riusciva nell’ottocento, non credo proprio sia possibile oggi: a uccidere il tiranno con un coltello. Figurarsi insegnare a distinguere il BELLO (è lì il segreto per trasformare la resistenza in offesa, nel BELLO) ai bambini dalle pagine di giornaletti con punteggiatura e finale obbligati. Il fare all’interno del paradigma contemporaneo mi “scandalizza”, perché alla fine, quando chiude la fiera, non è altro –questo fare- che il chiedersi chi sparecchia e chi cazzo li lava i piatti, stasera? Nemmeno mi dispiacerebbe assumerla una posizione da positivista di rigidissima osservanza. Convinto che il valore della speculazione intellettuale sia determinato esclusivamente dal suo tradursi in azione. Ma c’è un problema. Che si rischia di convincersi, a furia di vedere tutto finalizzato al lavare i piatti, che sia l’azione a formare l’interpretazione. In quest’ottica di prevalenza dell’azione non si può costruire un nuovo paradigma. Si può solo operare storicisticamente all’interno del paradigma esistente. Un paradigma, a mio avviso, sbagliato. Perché il suo orizzonte, universalistico e inclusivo è necessariamente insuperabile. Lo so, ho letto Foucault (magari non tutto), poi ho letto Deleuze(magari non tutto) e le loro declinazioni agambeniane. Ho appena finito di leggere quel fine ceramista di Antonio Negri. Quelle cose in cui si sostiene che non ci sia più, se mai c’è stato, alcun FUORI. Che non esiste possibilità di alterità. Che siamo immersi completamente nel biopotere e nella sua rappresentazione: il feticismo delle merci. Che il paradigma è unico e con quello bisogna fare i conti: il potere capitalistico, un potere trascendente, che si manifesta in forma di rapporto. All’interno del quale non possiamo far altro che lavare i piatti. Non mi convince. Non ci credo. E non mi basta. Sono e resto bakuniniano. Vedete, c’è sempre alla fine da qualche parte – e prima o poi arriva- un Gaetano Bresci (o, che siamo gente moderna che va al cinema, un dottor King Schultz) pronto a spiegarci che se si vuole uccidere il tiranno è meglio avere una pistola. A insegnarci che l’unica possibilità è nell’insurrezione. Del linguaggio. Nello scardinamento continuo del paradigma. Si aspettano il coltello. Noi gli spariamo. Si aspettano il burattino che diventa bambino. Bisogna dargli il bambino che ritorna tronco di legno. La soluzione è nel tenersene sempre e comunque fuori. Dal paradigma. Perché qualsiasi cosa fatta al suo interno, resistenza e critica comprese, non fa che rinforzarlo. FUORI. Sarà pure snob, ma solo così si ottiene l’espressione della propria eccedenza. Nell’eccedenza c’è la libertà. Mica nel lavare i piatti.

9 commenti
  1. Finale consolatorio? Imposto dall’editore? Voleva finirlo con l’impiccagione?
    Mica l’hai letto Pinocchio!

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  2. uuuh, spari. la so la storia dei lettori che sono insorti che non gli bastava mica quello che aveva raccontato e ne volevano ancora e quasi lo linciavano e allora il Lorenzini è andato avanti e il finale non è per niente consolatorio, semmai consolatorio sarà quello disneyano, quello del Lorenzini è tragico: la vittoria della classe media.Per i Passannate e gli Acciarito non c’è spazio nel mondo che sarà. ma non mi sembrava quello il punto.

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  3. Il punto è che se stai FUORI non lavi i piatti, ma devi mangiare lo stesso. E i piatti allora te li lava qualcun altro.

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  4. la mia è rotta e non ho voglia di comprarne una nuova (aggiustarla costa tanto quanto), ma so un sacco di gente usa la lavastoviglie.

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  5. micgin65 ha detto:

    la “metafora” del lavare i piatti rovina tutto il tuo discorso che fila sino alla conclusione del rimanere “fuori”.
    il “lavare i piatti” è tutt’altro discorso. e ha ragione paolo a ricordarti che alla fine qualcuno (o qualcosa) che li deve lavare al posto tuo deve esserci.
    a me sembra che il tuo discorso abbia ben altro senso.

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  6. no Michele il senso è quello. probabilmente mi sono spiegato male o per niente. il mio problema quando decido di non votare è che lo decido nel dentro del paradigma stabilito dall’attuale organizzazione sociale. Al punto che c’è addirittura prevista la possibilità di far mettere a verbale, al seggio, il proprio rifuto di votare. Il mio non votare è questo: una scelta all’interno del gioco in cui si decide (fittizziamente) su chi deve lavare i piatti. il mio problema è questo. al punto che paradossalmente se decido di uccidere il re accetto il gioco in cui il re è contemplato come personaggio. la questione che sollevavo ma che a quanto pare vi interessa meno delle intenzioni di Lorenzini, è come si fa a trpvare la strada per uscire?

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  7. micgin65 ha detto:

    le tue motivazioni per il non voto sono sacrosante. anche non votare è un diritto. io invece sicuramente voterò. ognuno farà come si sente. ti seguo sul discorso che fai rispetto all’uscire dal sistema. però, come dire, anche grazie a come scrivi (bene) la recepisco in modo un po’ romantico, etico. invece, siamo sicuri che ci sia UN sistema? Un sistema solo con cui fare i conti? La nostra società è molto complessa. Si distingue da un punto di vista generazionale, per esempio. E ormai è chiaro che c’è anche un livello virtuale dove sempre più persone si “rifugiano” per ridefinire la propria identità.
    Per me tutto parte dai valori ed è sulla base di questi che cerco di comportarmi. Non sempre sono soddisfatto di come mi comporto e di quello che faccio. Ma non è solo colpa del “sistema” o dei “sistemi”. Ci sono anche i miei limiti e le mie debolezze. La politica e le regole di gestione della società ne sono il riflesso, innanzitutto. E poi diventano la gabbia in cui ci muoviamo, in cui crediamo di doverci muovere. Ma è una gabbia innanzitutto psicologica. La nozione di sistema, se proprio la vogliamo utilizzare, è decisamente più complessa da rappresentare…

    Il passaggio iniziale su Collodi mi è piaciuto. Quello che scrivi l’avevo letto sul saggio di Spinazzola anni orsono.
    Bye
    mic.

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