Le fate cadavere. Ancora su Pinocchio, la vita, le storie e tutto quanto

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Tutti noi, per durare il più a lungo possibile in questa bella civiltà della cristianissima religione del capitale che ci siamo lasciati costruire addosso, riconosciamo di avere bisogno della, e aneliamo alla nostra razione di narrazione quotidiana: quale che ne sia la qualità, dall’epica greco latina al romanzo ottocentesco, dall’opera al cantautorato, dal fotoromanzo al fumetto, dal cinema allo sceneggiato televisivo, tutti i giorni ci facciamo la nostra bella dose di trame e sottotrame dove tutto, sempre, alla fine si tiene. Il linguaggio simbolico –per usare categorie aduste ma sempre valide- organizzato in sceneggiatura ci garantisce l’inamovibilità della rimozione. Fin da bambini siamo educati alla travisazione simbolica in storie del nostro morire quotidiano di lavoro e di mercato e di dei e di repressione dei sentimenti. Questo ci permette appunto di rimuovere la percezione del nostro morire. Così possiamo far finta di vivere ed evitare sofferenze.

Dice Raul Vaneigem nella prefazione al bellissimo e lancinante libro di Philippe Godard “ladri d’infanzia” : “Il bambino è la prima vittima della società di mercato, perché porta in sé la promessa di una vita il cui slancio è spezzato dalla legge del profitto. Non essere redditizio è il suo crimine, diventarlo in fretta è il solo modo che ha per espiarlo.” Come fa il bambino a diventare redditizio? Beh: calcando le assi di un palcoscenico o alla catena di montaggio di una fabbrica dall’età di tre anni, a prendere botte con la faccia composta e imperturbabile, per pochi spiccioli a serata. Oppure: venendo educato e cresciuto nella occidentalissima necessità del consumo. Certo. Compra bambino bello, che se non compri continuiamo a bombardarti con le arti magiche delle nostre televisive fate cadavere: non preoccuparti se non hai più prati, strade, terra e polvere e cielo e pioggia da prendere e fango per costruire battaglie a piedi nudi, tanto hai la merce che sostituisce tutto. Che è tutto.

Porca puttana: quando ero bambino Geronimo era un ferocissimo capo indiano oggi un topo lavoratore e perbenista. Una di quelle stramaledette fate cadavere.

Continua Vaneigem:“L’infanzia, in quanto manifestazione della vita in tutta la sua esuberanza, è inconciliabile con l’economia. Imparare a sopravvivere nella giungla del mercato non è imparare a vivere. Noi rifiutiamo un insegnamento per cui la competizione, la concorrenza, il diritto del più forte e del più furbo trasformano in un gioco di guerra, di odio, d’aggressività e di morte il gioco dei verdi paradisi dell’infanzia, dove germoglia la passione del conoscere”.

La storia di Pinocchio all’incontrario. Puro disorientamento. Un canto di resistenza per l’infanzia massacrata e annullata dalla società dello spettacolo e del controllo economico. Meglio, molto meglio, essere una pianta piuttosto che un bambino nel vostro mondo di villette ed esselunghe.

Dio porco! Smettiamo di raccontarci storie. E’ tempo, piccoli borghesi progressisti, di accettare di soffrire. Piccolo passo verso una possibile rivoluzione: consentirsi il disorientamento e cercare di usare gli occhi in modo nuovo per vedere almeno una volta la bellezza. Quella delle cose del mondo. Certo è rischioso. Lo sappiamo che una volta è per sempre. Poi magari ci tocca di renderci conto di quanta bruttezza c’è nelle cose dei supermercati nei quali viviamo. E allora magari poi ci mettiamo pure a smontarli i supermercati. A cambiare il mondo magari.

Bene. Per non soffrire, per non trovarci disorientati nella foresta dei nostri infantili pugni levati a richiedere soddisfazione per la nostra fame di verità, che nessuno mai, né maestro né padre né quel cazzo che volete, ci ha insegnato a esprimere e soddisfare; per non soffrire, dicevo, ci lasciamo rubare l’infanzia. E la gioia.

Buster Keaton divenne famoso per l’impassibilità del suo volto mentre le gag in cui si buttava a rotta di collo strappavano salve di risate ai suoi spettatori. Sul volto di Keaton non traspariva nulla perché mentre divertiva il prossimo, lui non si divertiva affatto. Dall’età di tre anni i suoi genitori –attori ambulanti- lo avevano obbligato a salire sul palcoscenico, dove esilaravano il pubblico maltrattando e umiliando il bambino Buster (fino alle lesioni fisiche) che era obbligato a non battere ciglio. Se sul volto di Buster Keaton non ci fu mai un sorriso è perché non aveva nulla da ridere e nulla di quello che era la sua vita, far ridere, lo divertiva. Non ci vedeva nessuna bellezza, perché gli era stata rubata l’infanzia. Forse quando, durante le riprese di Due marines e un generale, Franco Franchi si lamentava (panzana raccontata da Lucio Fulci ne L’occhio del testimone) che Buster Keaton non faceva ridere per niente, coglieva molto meglio di intellettuali e agiografi, la natura dell’uomo Keaton; quello che veramente c’era dietro la maschera dell’impassibilità: un bambino ferito e disorientato e represso. Sofferenza rimossa. Niente sentimenti da esprimere. Niente da ridere. Sarà un caso, ma nella sequenza finale di quel bruttissimo film Buster Keaton si rivolge ai due comicastri italiani e pronuncia l’unica parola di tutta la sua filmografia:”grazie”.

 

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