miseria della partecipazione elettorale

marinaginesta

Faceva un freddo cane a Parigi quell’inverno.
Sì, vabbene. Però adesso la tua letteratura da fumetto seriale te la ficchi da qualche parte e vieni al dunque.
Hai ragione, scusa. Il problema è che a leggerne continuamente i blog, di quei tipi lì- i fumettari-, ti viene da parlare come scrivono loro. Dovrei smettere. Di leggerli.
Effettivamente la temperatura che faceva quel 7 febbraio del 1848 a Parigi è assolutamente irrilevante, persino per un fumetto bonelli.
Quel giorno viene diffuso per le strade della capitale francese il primo numero di “Le rapresentant du people”. Lo dirige un signore di trentanove anni. E’ nato nel 1809. A trent’anni pubblica un libro destinato a lunga fortuna, che gli costerà processi vari per oltraggio alla religione e incitamento all’odio contro il governo. Come non hai letto Qu’est-ce que la proprieté?! Rimedia subito: l’edizione Laterza del 1978 non la trovi più di certo, quindi prenditi quella di Zeroincondotta (mi sembra del 2000). Nel 1843 polemizza a lungo con Marx. Inutile che ti dica che a mio avviso aveva ragione lui. Comunque leggiti che sono bellissimi i due pamphlet della polemica: Filosofia della miseria, il suo; Miseria della filosofia quello di Karl.
Già. Ancora non ti ho detto che questo signore si chiamava Pierre-Joseph Proudhon. Ti sto raccontando di lui perché tra qualche giorno andrai a votare. Se giri da queste parti probabile che il tuo voto sia indirizzato verso qualche partito di sinistra. O verso i grillini. Lo farai convinto di fare l’unico atto politico e di opposizione sociale possibile. Dopo resterai lì, davanti al televisore ad aspettare i risultati.
Vedi. In quelle pagine, quelle di quel periodico che pubblicò a Parigi in quel fatidico 1848 (che arrivò a vendere 40.000 copie), Proudhon sosteneva che non può esserci un cambiamento soltanto politico, tale da interessare cioè solo il potere. Una rivoluzione non può essere se non è prima di tutto sociale. La democrazia rappresentativa, con i suoi continui cambi di potere ma con il mantenimento imperterrito della dimensione sociale data, è la forma di dominio più mistificatoria: perché gli uomini, illusi di esercitarla, cedono volontariamente la propria autonomia al potere costituente.
Quell’anno, tra il 22 e il 24 febbraio, Parigi insorge. I francesi cacciano Luigi Filippo e instaurano la seconda repubblica. Proudhon è sulle barricate e imbraccia il suo Dreyse. Accetterà di essere eletto nell’Assemblea Nazionale. Ma ci tornerà sulle barricate, nel giugno di quello stesso anno, in mezzo agli operai parigini , dopo un infuocato discorso contro la borghesia, traditrice della causa sociale, che aveva scelto un altro Luigi, Bonaparte questo, quale presidente per la nuova repubblica.
Mentre Marx, suo antico avversario ideologico, seguiva concitatamente gli avvenimenti da Colonia, dove scriverà il 18 brumaio di luigi Bonaparte, bellissimo testo di fine analisi politica (leggilo se non lo hai ancora fatto); Proudhon invece faceva a schioppettate con la Guardia Nazionale perché sapeva che non esiste determinismo storico, e che in quel preciso momento lì la libertà andava difesa sul serio e non con gesti simbolici.
L’unico modo per difenderla era usare il fucile.
Proudhon finirà in carcere.

Ora.
Il problema che, chiacchierando a destra e a manca, mi sembra doveroso porre, e quando lo faccio nel migliore dei casi mi becco del frustrato sparacazzate da salotto, è: perchè tu, andando a votare, ti comporti come Marx –con i dovuti distinguo: che lui scrisse quel gioiellino là, tu al limite metterai un’anonima crocetta su un qualche simbolo- e non come Proudhon?

3 commenti
  1. Perchè tu, non andando a votare, ma rimanendo in poltrona a leggere un buon fumetto, pensi di essere più vicino a Proudhon che a Marx?

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  2. sono un retore. lo sai che la stavo aspettando questa osservazione, vero? ci faccio sopra il prossimo post.

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  3. Quello dell’assist-man è spesso un ruolo ingrato, ma fondamentale nell’economia del pallone, così come in quella della retorica.

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