il corpo coatto

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I personaggi del fumetto hanno molto in comune con l’homunculus.

Lo sai no? Il corpo artificiale; l’ “essere animato da una oscura e semicosciente vita vegetale” grazie a riti magici o alchemici, come ce lo descrive G. MEYRINK nel suo Golem; la creatura di laboratorio creato dalla chirurgia o dalla genetica; l’automa, l’androide, il robot. La letteratura è ricchissima di questi corpi creati dall’uomo non con le normali pratiche riproduttive (come dice Wagner a Mefistofele nel Secondo Faust di Goethe: “Il procreare che fu già di moda, noi lo dichiaramo una vuota farsa”). Ma con mille artifici. Dal Golem a Frankenstein, da Pinocchio all’andreide Hadaly (termine per indicare il femminile di androide, andreide fu coniato per la prima volta da Villiers de L’ Isle – Adam nel, per me, illeggibile romanzo Eva futura), dai robot di Asimov fino agli androidi di Dick. Un sabba letterario. Per la cui completa, o quasi, ricognizione leggiti il bel saggio di G. P. CESERANI, I falsi Adami. Storia e mito degli automi, Milano, Feltrinelli, 1969.

E il fumetto non è certo da meno. Anzi. Proprio qui, in questo ambito, forse perché anche il fumetto è, in qualche modo, un corpo coatto, esso da il suo meglio. Quello popolare soprattutto.

 

Non quando, vittima della sindrome di incompreso, si è limitato a proporre corpi coatti mutuati dalla letteratura – pensate a Frankenstein (da quello realizzato dal grande Mike Ploog per la Marvel nel 1973 alla schifezza di Paolo Morisi), a Pinocchio (affrontato da maestri del calibro di Jacovitti e Mattotti) -, ma quando ha dato briglia sciolte alla fantasia dei suoi autori e ha creato in proprio una folta schiera di corpi assemblati e animati da aspiranti demiurghi. Cybersix ne è l’ esempio più recente, ma non si deve dimenticare che essa è stata preceduta da una pletora di fratellini e sorelline. L’automa, la creatura di laboratorio, e tendenzialmente costruita dal suo creatore per fungere da oggetto, da servitore, un po’ come le giovinette d’oro fabbricate da Vulcano secondo quanto ci racconta Omero (Iliade, XVIII); non stupisce quindi che l’inventore quando costruisce automi femminili lo faccia in funzione della sua voglia sessuale, che l’andreide dovrà naturalmente servire e soddisfare: così la già citata Hadaly, l’Olimpia di Hoffmann o la bambola amata dal principe Oronaro. Nel fumetto possiamo rintracciare queste caratteristiche nel corpo vuoto della Doll di Colwell, o in quella simpaticissima robotina che è stata la Cosmine di Pisu e Rizzardi. Come le sue cugine letterarie anche Cosmine è un essere artificiale, costruito e programmato dal suo amante/padrone Jesus. Cosmine non è una bambola amorfa come Doll, ma non è comunque libera di disporre del proprio corpo. Jesus l’ha condizionata ad amarlo e a dedicarglisi con totale remissione: ad essere cioè sua proprietà, secondo la più retriva morale maschilista.

 

Non si può dimenticare Necron di Ilaria Volpe e Magnus (1981). Solo un piccolo particolare: non so se per la prima volta, ma comunque non credo sia avvenuto molto spesso, è una donna a mettere insieme con pezzi di cadaveri un corpo maschile in laboratorio e a dotarlo di vita per soddisfare le proprie voglie necrofilo – sessuali. Il corpo, come sosteneva Epicuro (Lettera a Meneceo, in Opere, Torino, Einaudi, 1960) e su questo quel paraculo di Borges ci scriverà il primo racconto dell’Aleph, non può conoscere la propria morte, perché la presenza della morte significa necessariamente la nostra assenza. Non si può fare che esperienza della morte altrui. Se la sessualità è strumento di conoscenza, e se è vero che essa è stata ridotta, dalla liberazione sessuale, all’equivalenza sessualità uguale vita (leggiti J. BAUDRILLARD, lo scambio simbolico e la morte), far scopare Frieda Boher con un cadavere (per quanto animato), significa farle fare esperienza diretta della morte, e restituire alla sessualità quella sua ambivalenza tra morte e vita, la cui rappresentazione Bazin avrebbe definito “un’ oscenità ontologica”. Si comprende dunque come tra Necron e il mostro di Frankenstein non vi sia che un’apparente somiglianza. Magnus non ha alcun debito con Mary Shelley, se non formale. Diversissime sono le motivazioni che portano il barone della Shelley ha costruire il suo mostro e quelle che ci portano invece Frieda Boher. Il primo vorrebbe abolire la morte ridando vita a un corpo morto, la seconda conoscerla con il proprio corpo vivo. D’ altra parte se come dice Bataille l’ orgasmo è, già di per sé una “piccola morte” (ne L’ erotismo), raggiungerlo grazie a un cadavere deve avere, per forza, implicazioni con la morte biologica.

Questa oscenità ontologica investe di una luce originale la necrotica creatura di Frieda Boher. E la innalza, sul piano artistico, a fianco del più grande dei coatti: Ranxerox.

 

Ranxerox non è un mostro messo insieme in laboratorio grazie a alchimia, chirurgia e genetica, è un robot. “Il gigante, l’ orco, il mostro, sono sostituiti dal Robot, generalmente costruito da qualche scienziato traviato…, erede degli automi del XVIII secolo, il robot non ha né la loro grazia e neppure la loro fantasia. Invece di suonare il flauto o di scrivere motti improntati a saggezza, colui che ci viene consegnato da film e romanzi fantastici, spaventa, ruba, uccide” (cit. PIERRE ROUSSEAU, La science du vingtième siècle, Hachette,1964, p. 96). Questo ritratto, fatto da Pierre Rousseau, ben si attaglia al coatto di Tamburini e Liberatore. Colosso dai muscoli ipertrofici e con un inquietante muso porcino, Ranxerox non ha mai rispettato nessuna delle tre leggi della robotica di asimoviana memoria. Il corpo di Ranxerox è una macchina, ma è perfettamente equivalente al corpo umano, ne svolge tutte le funzioni. Non è come Necron o Frankenstein, non porta scritti sul corpo i segni del suo essere creatura coatta (forse per questo è un po’ meno fumetto- nel senso di -popolare di Necton), e se non fosse per il fatto che magari girandogli un capezzolo si accendono i transistor di una radio, o per il fatto che perda la calotta cranica lasciando in vista tutte le valvole che gli sostituiscono il cerebro, non ci si accorgerebbe che è un robot. Il corpo di Ranxerox, come quello di Cosmine, resta ambivalente, diviso tra l’apparenza umana e la realtà artificiale. Un corpo senza carne, solo uno schema, una possibilità di corpo, un’immagine, nevrotica, psicotica, schizoide: no! Cambio idea, altro che palle, questo è fumetto eccome! Una realtà fatta dall’uomo, che ne ricalca la somatica e la psicosomatica. Un alienato senza corpo che si trova a suo agio nella violenza di una società reificata e senza legge (la nostra?), che gli permette di scardinare impunemente i corpi reali. Come i suoi autori scardinano il fumetto.

 

Un’altra caratteristica comune a molte di queste creature è la tendenza a ribellarsi al proprio creatore. Non è nuovo, certo, questo tema. La ribellione del servo/creatura al padrone/creatore è un topos abbastanza diffuso in letteratura; basti pensare al dantesco Capaneo che squadra le fiche a Dio, o al miltoniano Satana del Paradise Lost, al Caino di Bayron e al Golem di Meyrink, al mostro di Frankenstein. Il fumetto popolare non è da meno. Anzi è, come sempre, da più. Nei manga giapponesi, ad esempio, la rilettura del conflitto creatura – creatore è presente in abbondanza: so poco di manga, mi vengono in mente i corpi di Baoh e di Xenon, corpi non costruiti, ma contaminati da scienziati al servizio del potere, che ripropongono in chiave ciberpunk (si può dire?) l’antica titanica disubbidienza di Lucifero al suo noioso creatore.

 

Anche Necron si ribella a Frieda Boher (per riavvicinarlesi nel penultimo episodio della serie), come (per ben altri motivi e con diversa coscienza) Cybersix si ribella e combatte contro Von Reichter. Mai come per questi corpi coatti è vero quanto afferma Sartre, cioè che l’individuo “nasce in un mondo che è mondo per altri” ( L’ essere e il nulla, Milano, Il Saggiatore, 1968) ; alla creatura di laboratorio, infatti, il mondo si presenta non come uno spazio da abitare con il proprio corpo, ma come una realtà altrui nella quale il suo corpo serve, tutt’al più, da strumento. La condizione fisica e psicologica del coatto, priva completamente di identità, non è diversa da quella dello schiavo. Con la ribellione la creatura attribuisce un senso e un’identità al proprio corpo. O a quella del lettore, di fumetti, va da se.

 

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