meglio ladro che critico di fumetti

le mie riflessioni su una situazione imbarazzante

pugno

 

E’ tanto che non vado a nuotare. Quando è tanto che non nuoto, devo compensare almeno camminando. Quindi, ovunque debba andare quando è tanto che non nuoto, ci vado a piedi. Capita che dovendo andare al mio solito aperitivo con lo Zampa (aperitivo al Bar Basso, che odio perché fanno il Margarita con il Cointreau invece che con il Triple Sec, barbari!) ci vado dunque a piedi. E finisco, che penso sempre ai cazzi miei e non alla strada da fare, in qualche strada a senso unico. Nel 1932 il più importante avvenimento culturale dell’Italia crociana, che ancora fa fremere storici e sociologi, è la fondazione della Settimana Enigmistica. Nella repubblica di Weimar invece si dibatte animatamente della sopravvivenza della Staatliches Bauhaus, ferocemente avversata dai nazisti che presto prenderanno il potere e la faranno chiudere. In questo clima Bertold Brecth e Slatan Dudow scrivono e dirigono un film bellissimo e fondamentale: Kuhle Wampe.La sequenza finale, girata proprio dallo stesso Brecth è di una bellezza fulminante. Sulla metropolitana berlinese i viaggiatori (socialmente eterogenei) discutono del prezzo del caffè. Da li la discussione finisce sui problemi del sistema sociale vigente. Un borghese benestante pone la domanda di rito retorica e pessimista: allora il mondo chi mai lo cambierà? Una giovane e bella operaia gli risponde: die denen sie nicht gefallt. Quelli a cui non piace. Ecco semplicemente penso che compito di chi vuole essere critico è cambiare quello che non gli piace. Dicendolo. Brecthianamente.

Insomma. Cammino, visto che nemmeno oggi sono riuscito ad andare a nuotare, pensando a questi cazzi miei e mi ritrovo in questa benjaminiana strada senza uscita. E’ tra pagina ventotto e pagina ventinove che ci puoi andare a leggere che cosa è un critico. Da qui dobbiamo ripartire. Per Benjamin il critico è “stratega”, complice e alleato della tendenza letteraria, spesso compartecipe se non motore organizzativo. L’organizzazione strategica del critico deve tendere a strappare le tecniche a ogni considerazione neutrale che le renderebbe appannaggio dei tecnici del “saper fare”: gli autori e gli accademici. Infatti ogni tecnica contiene un preciso segnale direzionale che mentre l’autore tende a nascondere (quasi mai volontariamente, che l’autore è spesso assolutamente inconsapevole), l’accademico ha il compito di codificare e mummificare a vantaggio del proprio circolo di iniziati. Il critico ha il dovere di interpretare e svelare questo segnale direzionale, strapparlo agli accademici e svelarlo agli autori. In qualche modo il critico è meglio se è ladro.

La tecnica del critico in tredici tesi. Le riscrivo un attimo, per rendermele veramente consone. Se non ti piacciono, vatti a leggervi quelle originali.

  1. Il critico è stratega e comandante nella battaglia culturale
  2. Chi non sa prender posizione, taccia
  3. Il critico non ha niente da spartire con lo storico e il sociologo. Ma ne può e vuole utilizzare tutti gli strumenti.
  4. La critica deve parlare nella e della lingua degli autori popolari. Perché i suoi concetti sono parola d’ordine. E solo nelle parole d’ordine risuona il grido di battaglia.
  5. Bisognerà sempre sacrificare l’obiettività allo spirito partigiano se la causa per cui ci si batte lo merita.
  6. La critica è una questione etica.
  7. Per il critico l’istanza superiore è cambiare il mondo che non gli piace. Non gli autori. E tanto meno gli altri critici.
  8. Il critico però deve sempre giudicare al cospetto dell’autore.
  9. Il critico deve sempre sollevare polemica.
  10. La vera polemica si cucina un testo con lo stesso amore con cui un cannibale si cucinerebbe un lattante.
  11. Il critico non conosce entusiasmo per la singola opera. L’opera è, nelle mani del critco, l’arma sguainata nella battaglia del dire.
  12. Il critico non deve mai tradire l’idea che persegue, in nome della pubblicazione o di maggiore visibilità.
  13. Il lettore deve sempre sentirsi provocato e smentito dal critico, ma deve in qualsiasi momento potersene sentire rappresentato.

Il 1936, lo sai credo, fu un anno di quelli straordinari, che per la straordinarietà di ciò che vi accadde, andrebbero raccontati giorno per giorno. Mussolini proclama l’Impero; il mediomassimo Max Schmeiling sbatte al tappeto alla dodicesima ripresa Joe Luis (si prenderà la rivincita Luis, nel 1938 e alla prima ripresa); esce Gone with the Wind, il romanzo; scoppia la guerra civile spagnola; Jessie Owens vince quattro ori nel’atletica alla Olimpiadi di Berlino; a quelle stesse Olimpiadi Trebisonda Valla detta Ondina vince il primo oro femminile della storia delle olimpiadi moderne negli 80 mt a ostacoli; Buenaventura Durruti viene ucciso durante l’assedio di Madrid; John Maynard Keynes pubblica un testo destinato a cambiare alcune cose: The general theory of employement, interest and money.

Una cosa che credo invece tu non sappia è che quell’anno Aleksandr Ivanovic Oparin da alle stampe un testo fondamentale quanto e più di quello di Keynes: L’origine della vita sulla terra (puoi trovarlo, se ti sforzi, in un’edizione Boringhieri del 1977). In questo studio il biologo sovietico ci libera da tutte le panzane creazioniste e panspermiche e stabilisce i fondamenti dell’abiogenesi. Ora. La critica si fonda per abiogenesi. La vita è sorta casualmente dalla materia inorganica. La critica sorge spontanea e casuale dalla lettura delle storie. Perché, come diceva Benjamin (ancora lui sì, e sempre in strada a senso unico) le storie sono come le puttane. Si possono portare a letto ed entrambe hanno un loro genere di uomini che vivono di loro e le maltrattano. I magnaccia per le puttane. I critici per le storie. Entrambe figliano molto. I figli delle storie sono i critici. Grandissimi magnaccia con il complesso di Edipo. Nessuno meglio di loro sa come funziona.Quando sono bravi sanno raccontartelo, il come funziona, questi grandissimi figli di puttana!

Momento fondamentale del nostro agitarci nel mondo è la rielaborazione teorica di questa prassi quotidiana. Lo so. E’ cosa che richiede una preparazione culturale adeguata (almeno le scuole dell’obbligo) e che passa necessariamente attraverso una formazione attiva il cui fondamento è l’esperienza consapevole di quella stessa prassi che ci è necessario analizzare. Non affrontare consapevolmente questa rielaborazione ci lascia parcheggiati nel mero e banale uso della tecnica (di sopravvivenza): prigionieri di un circolo vizioso che ci impedisce l’incontro con la verità. Lo spiegava, con parole di rara bellezza, Orazio in una lettera a Lollio Massimo (Epistole, I, 2, 40-43): “…sapere aude, incipe. Vivendi qui recte prerogat horam, rusticus exspectat, dum defluat amnis; at ille labitur et labetur in omne volubilis aevum”. Esercitare CRITICA significa sapere che l’acqua del fiume scorre e scorrerà per sempre (non c’è nulla di mistico in quel sempre, è semplicemente da intendersi e limitarlo riferito alla durata della vita umana), quindi non aspettare che finisca di scorrere, ma cercare un guado. Trovarlo è poi solo un momento accessorio.

L’importante è cercare.

La critica nasce per abiogenesi dall’incontro, nel brodo primordiale della comunicazione umana, dell’individuo con la narrazione. Ma il punto, come ti dicevo, è che questa abiogenesi, per scatenarla, sono necessarie alcune particolari condizioni. Un po’ come per l’abiogenesi biologica teorizzata da Oparin e poi dimostrata sperimentalmente da Stanley Miller, la materia è lì poi succede questo e quello e spunta la vita. Uguale.Le storie sono lì, scorrono nel fiume lento della tecnica narrativa, e tu le leggi o le ascolti o le guardi. Quale catalizzatore trasforma il tuo galleggiare in questo fiume infinito in esercizio critico? In rielaborazione teorica? L’ho detto prima: cultura e consapevolezza. In una sola parola: filosofia. Adesso non fraintendermi. Butta a cesso l’idea che hai di filosofia: quella accademica, convenzionale, autoritaria, riassuntiva, spacciata da un qualsiasi Abbagnano. Pensa semmai a un’attitudine concettuale e argomentativa di assoluta totale apertura verso prospettive originali che diventino – pur tenendone sempre presente la provvisorietà che tutto è e deve essere falsificabile- conseguenze per il proprio pensare e per il proprio agire. Sarà per questo che non ho mai sentito, salvo rarissime eccezioni, un autore di fumetti fare affermazioni sensate sul proprio lavoro, né un critico di quelli accreditati come tali fare analisi sensate sulle proprie letture. Dalle loro affermazioni ti rendi conto che, convinti –anche a ragione- di possedere una solida tecnica e –a torto- che basti solo quella, non solo non possiedono le risposte giuste sul proprio lavoro, ma nemmeno mai si sono posti le domande necessarie. Evitano, come se fosse una grave malattia, di orientarsi nel pensiero e non sono nemmeno vagamente in grado di cogliere la natura del proprio fare e del proprio dire.

Fossi mai punto da vaghezza di sapere che sarebbe ciò che sucesse alla materia quando si originò la vita, ti suggerisco una bella, anche se difficile lettura: J.William Schopf, La culla della vita, Adelphi, 2003; invece per confrontarti con un idea un po’ diversa di filosofia rispetto a quella che ti hanno piantato in testa a scuola, potresti provare a leggere Ekkehard Martens, Filosofare con i bambini. Un’introduzione alla filosofia, Bollati Boringhieri, 2007; oppure Nigel Warburton, Il primo libro di filosofia, Einaudi, 1999; se non temi il confronto con il pensiero reazionario, godibilissima lettura è Roger Scruton, Guida filosofica per tipi intelligenti, Cortina, 1998.

 

2 commenti
  1. Cornu Copia ha detto:

    In questo clima Bertold Brecth

    Chi?

    lo stesso Brecth

    Lo stesso chi???

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    • Anonimo ha detto:

      Hai ragione. Se l’ho scritto così merito di essere radiato dall’albo dei critici di fumetti.

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