canzoni e kantzate (1)

violinista

L’uomo circuito dal formalismo elettorale è in fondo, tra tutti i suoi simili, il più ingenuo. Davanti alla più folgorante evidenza contraria, resta comunque convinto che la democrazia rappresentativa sia la miglior procedura per cui, attraverso norme condivise e indiscutibili, si possa realizzare la volontà del popolo. Non lo sfiora mai il dubbio che la democrazia rappresentativa sia invece una procedura di mantenimento della gerarchia sociale e di sua difesa da ogni intrusione di istanze utopiche ed egualitarie.

Per come la vedeva Kant (e come la vedeva su questo argomento lo puoi andare a leggere nella Critica della Facoltà di Giudizio, che lui pubblicò nel 1790, ma tu puoi recuperarti l’edizione Einaudi del 2011) la musica, a differenza della poesia, non avrebbe mai potuto avere un posto di rilievo nel sistema delle Belle Arti. Perché non usando, per sua natura, concetti (che sono secondo Kant proprietà delle parole) non ci lascia nulla su cui riflettere ma ci trasmette solo sensazioni di varia intensità. Intendiamoci, dice Immanuel, non è che la musica non ci comunichi idee estetiche, non è che non ci faccia riflettere su cosa sia la bellezza, è solo che non lo fa con dei concetti ma con una sintassi delle sensazioni (disposizione proporzionata, la chiama lui). La musica ci trasmette bellezza, sì, ma non ce la spiega. Quella della musica è una bellezza, al limite, matematica – funziona grazie all’economia dei fraseggi, e ci commuove ma è  soltanto un surrogato di un vero concetto ( e solo un concetto può costituire oggetto di contemplazione estetica, non un’emozione).

Kant si spiega così: solo il linguaggio parlato trasmette concetti, perché il concetto passa, attraverso le parole e i toni usate per dirle, da un emettitore a un ascoltatore che decodifica il concetto facendo la somma del momento semantico (l’idea nella parola) e del momento armonico (il tono usato). La musica è priva del momento semantico e trasmette il suo messaggio solo con una sequenza di modulazione di toni, il che comporta una trasmissione, anche molto ricca, di sensazioni, ma nessun concetto.

Con varianti più o meno simili questa sfilza di cazzate saranno la base di tutta la riflessione filosofica attorno alla musica, da Hegel fino a Bloch. Solo con Adorno incontreremo un filosofo, che pur non risparmiandoci fesserie, potremo dire dotato di serie competenze musicali. Comunque non è questo che qui ci interessa.

Torniamo a Kant. In fondo gli era toccato vivere in un’epoca musicale ricca e complicata, mica ci aveva il festival di Sanremo lui. E’ vero che Bach era morto da quarant’anni, ma Mozart sarebbe morto l’anno dopo la pubblicazione della Critica della Facoltà di Giudizio e, soprattutto c’era questo giovane pianista tedesco, Ludwig van Beethoven che andava in giro per tutta Europa a fare strepitosi concerti e sarà quindi passato pure da Konisberg.

Tramandano le leggende metropolitane che George Berkeley, filosofo irlandese che potremmo definire quasi contemporaneo di Kant, fu il primo a domandarsi se un albero che cade in una foresta dove non c’è essere vivente a sentirne lo schianto, faccia comunque rumore. Né lui né Kant avevano una risposta. Probabilmente avrebbero risposto di si: non considerando il suono portatore di concetti non c’è bisogno di un  terminale decodificante per rilevarne l’esistenza.

Invece. Oggi sappiamo con assoluta certezza che un albero che cade in mezzo a una foresta senza che ci sia anima viva a sentirne lo schianto, non fa alcun rumore. E non è una questione filosofica. E’ una questione fisica e neuronale. Il suono è un’immagine mentale (un concetto, cazzo!) creata dal cervello in risposta a molecole che vibrano (l’ho detta giù alla bruttodio. Se ti interessa la questione- che è un po’ più complessa- leggiti quel gioiellino che è Fatti di musica, la scienza di un’ossessione umana, di Daniel Levitin ed edito da Codice, 2008).

A questo punto si apre una questione rilevante e riguarda proprio Beethoven. Se la musica non è solo una sequenza ritmica volta a suscitare emozioni vagamente definite, ma un preciso veicolo di concetti tanto quanto un linguaggio parlato, perché un’opera come la Nona Sinfonia può essere considerata da Romain Rolland che la adorava come la Marsigliese dell’umanità e al contempo eseguita ad ogni festa di compleanno di Adolf Hitler che l’adorava anche lui?

Slavoj Zizek sostiene, nel sesto capitolo del divertentissimo In difesa della cause perse, Ponte alle Grazie, 2009, che questo universale entusiasmo per la Nona di Beethoven è dovuto al disperato bisogno di noi europei di quello che Heidegger chiamava AUSEINANDERSETZUNG. Cioè del confronto interpretativo.

(continua)

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