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Archivio mensile:aprile 2013

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Capitava ancora nel 1948, a pochi anni dalla fine della guerra (la seconda di quelle che sono state chiamate mondiali) di trovare sui mercatini delle città di provincia, qualche vecchio revolver arrugginito (di quelli che Tex Willer, che nasceva proprio nel settembre di quell’anno, avrebbe chiamato “ferrovecchio”). Nel pomeriggio dell’11 di luglio del ’48  su una bancarella del mercato del centro storico di Catania, Antonio Pallante, giovane studente di giurisprudenza, compra una vecchia calibro 38 e cinque pallottole.  Poi prende l’espresso per Roma, quello che parte più o meno alle 20.30. Alle otto del mattino del 12 luglio è a Roma. Per due giorni si aggira nei dintorni di Montecitorio.  Non desta sospetti: ha il tesserino di pubblicista di un organo monarchico. La mattina del 14 luglio, quando Palmiro Togliatti capo dei comunisti italiani esce, accompagnato da Nilde Iotti, dal Parlamento gli spara contro quattro colpi. Tre vanno a segno.

Appena la notizia dell’attentato si diffonde per il paese l’insurrezione è spontanea: a Torino gli operai occupano la Fiat e sequestrano insieme ad altri dirigenti l’amministratore delegato Valletta; a Venezia e Mestre sono erette barricate sui ponti di accesso alla laguna e gli operai assumono il controllo degli impianti petroliferi;  Genova è saldamente nelle mani degli operai portuali che hanno prevalso sulla polizia e costretto alla fuga il questore; a Napoli i cantieri navali sono nelle mani degli operai insorti; sul monte Amiata i minatori si impossessano della centralina telefonica che controlla le comunicazioni tra il nord e il sud del paese.  Il 15 luglio l’Italia è in una situazione insurrezionale. Da una parte gli operai insorti che controllano tre importanti città del Nord e Napoli e dall’altra Scelba e i suoi 180 mila uomini tra carabinieri polizia e finanza. Due passi dalla rivoluzione.

Due passi che, tra il 16 e il 18 di luglio i dirigenti comunisti, persone di buonsenso, decidono di percorrere all’indietro: è un lavoro duro il loro. Non è senza fatica e contrasto che Pajetta, Secchia, Longo, Di Vittorio, lo stesso Togliatti dal letto d’ospedale, convincono alla smobilitazione gli insorti.   I minatori di Abbadia San Salvatore, quelli che avevano preso spontaneamente il controllo delle centraline telefoniche sul monte Amiata, lo gridano a Fortunato Avanzati inviato dal PCI per farli tornare alla ragione. Gli gridano che smobilitare significa tornare a nascondersi come ai tempi del fascismo. Gli gridano che non possono più sopportare sfruttamento e miseria, che piuttosto che accettare questo stato di cose è meglio morire, cercando però di andare fino in fondo una volta per tutte. Combattendo. Ma i dirigenti comunisti aveva deciso altrimenti. Pagheranno caro i minatori: 147 arresti. Ma, dicevano i dirigenti, non era quello il momento, strategicamente favorevole, per combattere.  Il problema fu che non lo sarebbe stato più.

Lunedì. Ventidue volte aprile.

Me ne sbatto. Tiro su lo zaino. Dentro: quaranta grammi di trinciato comune, la pipa, La società dello Spettacolo di Debord, un coltello laguiole, pane e salame di capra. Infilo gli scarponi, quelli buoni, e tiro su anche il cane.

Fuggo a Locarno con il trenino centovalli. Cammino un po’ in montagna poi se continua a girarmi me ne vado a Zurigo.

Vediamo.

Parto da Milano Garibaldi verso le due e qualcosa (non mi ricordo) arrivo a Domodossola alle cinque. Poi trenino centovalli e circa alle otto sono a Locarno. Lo so che facevo prima a farlo diretto da Milano. Ma così è molto molto più bello. Becco l’ultimo postale per Mosogno. E prima delle dieci eccomi in trattativa con il nuovo proprietario dell’osteria del popolo per farmi accettare con il cane per la cena e per la notte.

Ah. Ho scoperto che la Gisella se ne è scappata da Mosogno e ha piantato lì l’osteria del popolo alla gestione di un orso delle valli. Ma alla fine troviamo un accordo.

E passo la notte al coperto.

Martedì. Ventitre volte aprile.

Mi alzo di buon ora. Tanto devo portare a pisciare Durruti il mio setter. Colazione con formaggio e birra, poi via. Si parte da Mosogno per scalare il monte Comino. Piove. Fa niente. Cammino. Camminiamo. Anzi: Durruti corre, salta, va avanti e lo perdo di vista. Ritorna. Trova tracce. Caprioli? Tassi? Arriviamo alla Madonna della Segna. Quante ore ci abbiamo messo? Dicono, quelli che abitano da queste parti, che ce la si fa in tre ore. Ho il passo da pianura e il fiato da tabagista. Ce ne avrò messe quattro abbondanti.Ha smesso di piovere. Bevo alla fonte dietro il santuario. Poi fumo la pipa nell’umidità dell’aria. Un grosso cespuglio di ginepro esaltato dalla pioggia aromatizza le mie boccate di trinciato comune.

Riprendiamo il cammino. Giriamo verso Calascio. Ricomincia a piovere. Camminiamo da un bel pezzo e mi viene il dubbio: e se il rifugio di Calascio è chiuso? Perché faccio sempre queste cose senza informarmi? Perché non sono andato a Zurigo? Se è chiuso mi tocca scendere fino a Intragna; ci arriverò, se ci arriverò, a notte fonda. Che faccio torno indietro? Cambia niente. Vado.

Poi il rifugio è aperto. Nemmeno mi fanno storie per il cane. Ne hanno anche loro.

A cena risotto e spezzatino. Un bicchiere di merlot. Partita a jass davanti al camino. Grappa di mele selvatiche. Nanna.

Mercoledì. Ventiquattro volte aprile.

Mi sento benissimo. Vado fino al pizzo Ruscada. Piove ma ormai ci ho fatto l’abitudine. Durruti è un irlandese che gli frega a lui di quattro gocce ticinesi. Mangiamo in alpeggio. Salame e formaggio. Pane vecchio.Poi, sempre per cresta e sotto la pioggia, giù fino a Dissimo. Ci fermiamo. Adesso due cose. Dormire qui oppure affrontare i 10 kilometri di strada asfaltata fino a Verdasio. Io sono stravolto. Durruti, che non è più giovanissimo, è scoppiato pure lui.

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Giovedì. Venticinque volte aprile.

Autostop fino a Verdasio. Prendiamo il postale e scendiamo a Santa Maria maggiore. Valvigezzo: terra d’Ossola di repubblica e di libertà. Ora si cammina in piano. Andiamo fino a Druogno, una bella camminata. La pioggia ci da tregua. Allora ci fermiamo per la colazione nel piano delle Lutte. Ancora mi sembra di sentire odori e rumori degli antichi sabba. Fumo la pipa. Durruti sembra gradire molto questa pausa. Ci attardiamo un po’ in questo far niente. Libero. Era tempo, tanto, che non mi sentivo così libero. Sole e nuvole. Siamo arrivati con il postale a Domodossola.

Fumo l’ultima presa di tabacco mentre studio l’orario dei treni.

Poco prima delle tre siamo in Centrale.

Ravano nello zaino la museruola, l’attacco al guinzaglio (che sul muso al mio cane non gliela metto nemmeno sotto minaccia di multa) così in bella vista per il rompicoglioni di turno, che lo trovi sempre.

Prendiamo la metropolitana fino in Duomo. Usciamo sulla piazza, accolti finalmente dal sole.

Ci sediamo sul sagrato.

Guardiamo sfilare le belle bandiere.

Roma, Fiumicino. Aeroporto Leonardo da Vinci. Voli nazionali. Arrivi. E da Milano siamo arrivati  a Roma in prima sera. Infatti. Sono passate da poco le nove.  Uno squallido deserto di sughero plastica acciaio e pavimenti resilienti. Tutto vuoto, tutto chiuso, tutto provincialmente buio e silenzioso. Unici movimenti, quasi promesse di vita futura, che qui intanto, al terminal 1, non ce n’è: i led dei tabelloni che indicano i prossimi arrivi e le prossime partenze. Guardo l’orologio per sincerarmi di non essere in assurdo ritardo e magari in un luogo sbagliato, magari sono le tre del mattino a Orio al Serio e non le nove di sera nel più grande aeroporto di Roma, che se non ricordo male, di questo paese è la capitale. Ma. Sembra che se ne siano andati tutti a dormire. Trovare un cazzo di qualcuno, una stizzosissima impiegata Alitalia, per esempio, incrociata per caso, a cui chiedere dove dobbiamo andare per prendere il volo delle 00 e 50 per Addis Ababa, beh! Trovare qualcuno così, che ti tratta pure male perché se è lì, in mezzo a un tale silenzioso squallore che nemmeno mai a Linate ti ci sei trovato immerso in uno simile;  non ci sta certo lei, lì, per dare informazioni a te; trovare qualcuno così, dicevo, è impresa degna già di un esploratore.

Alla fine questa stizzosissima responsabile di solo lei sapeva cosa, ci dice di andare al terminal 3. Come andarci non rientra nelle sue intenzioni, e probabilmente competenze, spiegarcelo. Non ho voglia di incazzarmi. Ce lo cerchiamo da soli il terminal 3, di tempo ne abbiamo. Quasi. Eppoi, dico a mio figlio,quello grande, vedrai che di là, nell’altro terminal, questo dannato numero 3, che è quello dei voli intercontinentali, ci saranno e luci e negozi e anche pure l’imbarazzo di scegliere dove andare a mangiare.

Invece.

Al terminal 3 tutto più chiuso che all’1. Nessuno. Niente. E non saranno ancora le 22,00. Rassegnati passiamo la dogana. Di là, continuo a illudermi, al Gate G14 dove dobbiamo imbarcarci, qualcosa di aperto ci sarà, visto che partono ancora un bel po’ di voli. Per arrivarci, al Gate G14, bisogna prendere una navetta su monorotaia che sembra uscita da Battlestar Galactica.

Lì, all’ imbarco, tutto chiuso e tutto spento. Anche il bar, dove c’è solo una signora laconica che lava i pavimenti e mi fa cenno di stare attento a dove è ancora bagnato. Eppure di gente all’imbarco per il volo 703 Ethiopian Airline Roma – Addis Ababa ce n’è alquanta.

Quando aspetti, e hai tanto tempo da aspettare, alla fine chiacchieri con chiunque. Ho insegnato a mio figlio, per la sua sicurezza personale, a non rivolgere parola e a tenersi a una distanza di almeno 200 mt da chiunque  indossi abiti o ammennicoli sacerdotali. Dai preti, insomma. Ma. Due grassi e simpatici missionari, ci attaccano bottone. In mia presenza a quella regola si può derogare. Così il racconto della loro vita spesa a raccatar anime cui insegnare a leggere, per farglielo poi credere, il vangelo,  ci fa trascorrere  senza particolare noia il tempo fino all’imbarco. Alla fine, senza cena ma sazi di storie d’Africa – sanno affabulare i missionari, mica come i previtoccoli da messa fissi nelle parrocchiette delle nostre provincie- saliamo sull’aereo, e all’una e trequarti circa, noi in economica e loro, i signori missionari, in business, decolliamo.

Dormire, oltretutto con la pancia vuota, è difficile in economica. Ma siamo gente allenata, la mia famiglia e io, alle peggio condizioni di viaggio. Siamo quasi riposati quando il mattino dopo –alle sette circa-, fatta la violentemente profumata colazione che servono sull’aereo, avvistiamo dal finestrino lo sterminato altopiano di Addis Ababa.

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Ho letto da qualche parte che Kapuscinski sosteneva non esistesse posto al mondo di cui avrebbe potuto dire di volerci restare per sempre. Di posti da cui desiderare di non muovermi più, io invece, ne ho almeno tre o quattro: un angolo precisissimo della salita Mandrella a Sestri Levante, il tavolo di un bar à vins in Rue Clement a Parigi, una vecchia taperia a La Curuna e un chiosco di birra lungo la Vistola a Varsavia.

Lo sai che non è mia intenzione fare paragoni. Voglio solo farti capire una cosa: che tutto quello che faccio, compreso il viaggiare, lo faccio perché devo. Non faccio nulla per scriverne, nemmeno kerouachianamente solo per me. Se vado da qualche parte è perché ci devo fare qualcosa o perché qualcosa, come Erodoto voglio verificarla di persona.

Tienilo presente allora. Come lo avevo presente io. Quando sono atterrato ad Addis Ababa l’ho fatto perché dovevo, non perché poi volevo raccontartelo. Te lo dico questo perché ci tengo che sia chiara una cosa. Per tutti i veri viaggiatori partire è doloroso e straordinario allo stesso tempo. Per me solo faticoso. Un vero viaggiatore le migliaia di sagge ragioni per non partire le ha già valutate  e messe da parte al momento del decollo. A me venivano invece in mente tutte lì, quella mattina alle sette e mezzo, all’aeroporto internazionale di Bole, mentre ero in un’eterna fila per il visto d’ingresso. E, ti giuro, non riuscivo a metterle da parte. Anzi ne trovavo sempre di più convincenti per lasciare lì tutto e tornarmene a casa. Eppure, con il mio bel timbro sul passaporto, ho varcato la dogana, riunito la famiglia, raccolto le valigie e, attraversato il più brulicante dei terminal, siamo usciti. Non so se mia moglie e mio figlio, quello grande, stavano prendendo, come me, nota mentale delle prime impressioni. Devo dirti che, dopo gli odori della colazione servita sull’aereo, la cosa che più ti colpisce è la luce.  Ci ho messo almeno due giorni ad abituarmici, alla luce dell’equatore.

Caffetterie: ce n’è da non riuscire a contarle ad Addis Ababa, e non hai che l’imbarazzo della scelta se, discendendo Churchill Avenue oppure Bole Road, hai voglia di un caffè. E’ una splendida, inoltrata, mattina di mezzo aprile. Il sole, come sempre per l’inclinazione e per l’altezza (Addis è a più di 2400 mt), anche se non mi da fastidio, lentamente mi cuoce la faccia, mentre me ne sto seduto ad aspettare che il tempo passi in una caffetteria, la solita, di Ras Desta Damtew Street. Davanti ho una tazza gigante di nero e profumatissimo yirgacheffe. Nelle orecchie ho Kezebiye di Teddy Afro che suona su un improbabile stereo da dentro il locale.

Intorno, indescrivibile contraddittoria e bellissima, ho l’Africa. Ancora non lo so, ma proprio questo è amore.

4844233-Oslo_Cafe_Addis_Ababa_EthiopiaCapita che a me, lo sai, quelli che campano scrivendo (e si inventano tutti che il dove scrivere non confligge con il cosa scrivere), questi tipi qui, pronti a vendere le proprie parole e spesso a venderle anche male (senza curarsi – mentitori- che vendere le parole è come vendere le idee; scusa con cosa le esprimi le idee se non con le parole?), capita insomma che a me questi tipi qui, e massimamente quelli che tra questi tipi qui fanno gli scrittori di racconti e di romanzi e di fumetti, non mi piacciono proprio. Certo. In mezzo a questa guasta umanità che mi disgusta, faccio anche qualche distinguo. E’ una questione, di solito, di sintassi. Quelli che scrivono e raccontano bene tutto sommato, se non sono troppo preso dalla vita o dal mondo, riesco anche a frequentarli. Non fraintendermi adesso. Non ci esco a cena e non ci dormo assieme (per quanto con qualche scrittrice…). Capiscimi. E’ leggerli, quello che mi riesce di fare.

Uno di questi tipi che ogni tanto frequento, per esempio, è Riccardo Bacchelli. E cosa centra Bacchelli con l’Etiopia, dirai, e soprattutto con il mio viaggio.

Aspetta. Adesso te lo spiego. La sua prima cosa che ho letto, che mi avevano raccontato fosse un romanzo storico sull’ultima parte della vita di Bakunin, è stato Il diavolo al Pontelungo. In realtà, come scoprii e come tu sai, è una feroce borghesissima coglionatura sia di Bakunin sia degli anarchisti emiliani del diciannovesimo secolo. D’altra parte bisognava pur passarle in qualche modo le maglie della censura fascista: vuoi parlare degli anarchici? Sfottili.

Fosse stato solo per quella sottile ironia, tipica di chi ha una vita noiosissima (ti dirò, leggendo Oggi domani e mai  e confrontandolo chessò, non dico con la roba di un Remarque o di un Cendras… nemmeno con quella di un Lussu, ma al limite con quella di un Jahier persino; ecco uno da quel confronto si fa l’idea che pure l’esperienza bellica di Bacchelli sia stata una cosa da impiegatuccio sabaudo), il libro l’avrei gettato nel cassonetto; ma gli è che è scritto con una tale cazzo di bravura che ti scorre via e nemmeno ti accorgi che stai buttando tempo nella più insulsa delle occupazioni umane: la lettura.

Anzi, se ti capita, la reiteri pure quella cosa lì assurda che è la lettura. Così ti capita tra le mani un libro che per il titolo mai avresti nemmeno degnato di uno sguardo. Ma firmato da Bacchelli lo leggi invece.

Mal d’Africa. Si intitola. E racconta la storia ironica e reinventata di un personaggio esistito veramente: certo Gaetano Casati esploratore. Questo Casati scrisse un libro, Dieci anni in Equatoria, che purtroppo nonostante il titolo bellissimo, non sono ancora riuscito a leggere. Ma non è questo il punto. Il punto è che dopo aver letto il romanzetto bacchelliano mi ero vieppiù convinto che il mal d’Africa fosse un invenzione di quella falsa letteratura tanto detestata da Rimbaud.

E Rimbaud era uno che di Africa e di letteratura se ne intendeva.

La conosci quella storia, sconfinante nella leggenda, per cui Rimbaud avrebbe venduto a Menelik una partita di ottimi remington, che ebbero –raccontano alcuni con piglio da sceneggiatori di fumetto- il loro bel peso nella vittoria abissina di Adua. Peccato che la battaglia di Adua avvenne nel 1896, quando Rimbaud era già morto da cinque anni. La conosci e sai che è una bubbola, perché la cattiva letteratura la fanno, per quanto bene sappiano scrivere, gli scrittori impiegati: fino a farti credere, con la loro fottuta impiegatizia ironia, che il mal d’Africa è un invenzione. Che qualche dubbio comincerai ad averlo quando leggerai le lettere dall’Africa di Rimbaud, e le leggerai solo perché con i disegni di Hugo Pratt, e scoprirai che il mal d’Africa esiste, esiste eccome.

Ancora non lo sai, perché questo lo scoprirai quando il sole d’Africa ti cuocerà la faccia, ma è come se fosse amore.

Per l’edizione Einaudi del 1973 che raccoglieva in un unico volume i suoi due racconti lunghi Il castello dei destini incrociati e la Locanda dei destini incrociati, Italo Calvino scriveva una nota finale in cui spiegava dettagliatamente l’ideazione di quel libro. A mio avviso quella nota è persino più interessante dei due racconti. Dopo tutta la manfrina in cui ci tedia sulla natura dei mazzi di tarocchi cui si è ispirato per realizzare i racconti, ci informa che nelle sue intuizioni il volume avrebbe dovuto contenere anche un terzo testo.

Calvino voleva abbandonare i Tarocchi per del materiale visuale moderno. Cosa è, si chiedeva, l’equivalente moderno dei Tarocchi come rappresentazione dell’inconscio collettivo? Ma i fumetti! Si rispondeva. Non quelli comici, quelli drammatici semmai, quelli avventurosi. Così gli venne l’idea di scrivere un terzo racconto: il motel dei destini incrociati, in cui alcune persone scampate a una catastrofe misteriosa si rifugiavano in motel abbandonato. In questo motel era rimasto solo un foglio bruciacchiato di una pagina di un albo a fumetti, un Tex magari (questo lo dico io, Calvino non da indicazione alcuna sul tipo di fumetto e probabilmente aveva in mente le strisce da stampa quotidiana). I sopravvissuti, ammutoliti dallo spavento, possono raccontare le loro storie solo indicando le singole vignette, non seguendone l’ordine ma andando di digressione da una all’altra a secondo della necessità narrativa. Non ne fece niente poi. Purtroppo. O per fortuna.

 

558579_493235257391364_1795550110_nNon so se Tito Faraci quando ha scritto il Tex che trovi adesso in edicola, aveva presente questa balzana idea di Calvino. Sicuro è che in certo qual modo l’ha messa in pratica, realizzando una delle storie di Tex più interessanti… starei per dire di sempre.

Guarda come si apre la storia (L’inseguimento, Tex n. 629, marzo 2013). Ci sono due che cavalcano in un luogo indefinito. Non sappiamo da dove vengono, non sappiamo dove vanno. Sappiamo chi sono solo per le regole della ridondanza seriale, per il resto potremmo veramente essere dentro l’incipit di Jacques il fatalista di Diderot. E girata la tavola, come Jacques e il suo padrone terminata la conversazione iniziale arrivano in una locanda, così Tex e il suo pard Tiger arrivano in un trading post. Dove, come fosse il motel di Calvino, i destini si incrociano per la prima volta. I destini di Tex, di Tiger, di Vince Stanton. E soprattutto del loro autore.

Mi spiego. A partire dalla tavola sei, quella in cui Tex e Tiger entrano nel trading post, è come se Tito li accompagnasse proprio fisicamente. Da questo momento la digressione da il ritmo. Come fosse un pezzo Reggae. La linea è la fuga di Vince Stanton da Tex e Tiger.  In una storia classica la via di fuga sarebbe stata quella della prospettiva centrale. Tutto deve convergere al centro, cioè verso un finale chiaro e diritto. Le digressioni come nelle prospettive quattrocentesche devono portare lì al centro. Invece. Nella storia di Tito ogni digressione, sposta il punto di fuga in un’altra direzione, allontanandoci da un finale chiaro e scontato e costruendo –passami l’espressione- una specie di cammino euleriano. Un percorso cioè che passa attraverso tutte le possibilità (gli stereotipi) di una storia una volta e una volta sola tornando al punto da cui è partita.

Così. Vince Stanton parte da una specie di taverna e incontra nel suo percorso/fuga tutti i topoi di una storia willeriana, ma anziché mandarlo in linea retta verso la conclusione della sua storia, questi incontri deviano continuamente il percorso finchè Stanton si ritrova praticamente all’inizio.

Ecco: Stanton incontra subito il topos più topos di tutti, Tex  che lo spedisce in cacere, poi durante la fuga dal carcere incontra un certo Marvin che lo fa deviare verso una banda di ferocissimi apaches, dai quali fuggirà grazie all’intervento di Tex, e a questo punto devia verso la banda dei suoi ex-colleghi capeggiata dallo spietato Fraser. L’incontro con Fraser e la vecchia banda lo farà deviare, causa incomprensioni per una rapina non autorizzata, verso la banda dei fratelli (stereotipo western della banda famigliare) di Marvin che lo fa deviare verso un cimitero abbandonato dove è nascosto il bottino della rapina che aveva fatto incazzare Fraser. E dove avviene lo scontro NON risolutivo con Tex: Stanton, grazie al dichiaratissimo artificio retorico della ferita di Tiger che impegna Tex con il soccorso all’amico distraendolo dalla caccia all’uomo, riesce ancora a fuggire.  Lo vedi da te: affrontati anche un po’ ironicamente tutti gli stereotipi del western bonelliano, fino a essere tornati, più o meno al punto di partenza. Era un trading post, adesso è un saloon dove i destini si incrociano per la seconda volta.

Non era mai accaduto, che mi ricordi io, che un autore di Tex trasformasse un’avventura willeriana in strumento di azione intellettuale, di demistificazione attraverso l’artificio della digressione dei suoi tradizionali moduli narrativi. Il lettore non è più qui il destinatario passivo dello svolgersi  della narrazione – come in tutta la produzione di Nizzi prima e di Boselli adesso- ma è chiamato a esserne implicito collaboratore dando un senso con il proprio intervento critico alle incalzanti digressioni che allontanano continuamente da un finale chiuso. Non ho dubbi che il lettore abituale di Tex, davanti all’ultima tavola di Lotta senza Respiro (Tex 630, aprile 2013) con quel finale così aperto, veda crollare felicemente tutti gli schemi mentali cui la struttura willeriana l’aveva abituato. E tiri un sollevato sospiro. Finalmete un altro Tex è possibile

 

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C’era questa parola. E cazzo se mi piaceva.

La sentivo tutte le volte che mia nonna arrivava, secondo lei doverosamente, a riportare ordine nella sfrenata confusione di noi bambini. Che cos’è questo ambaradan?! Ci gridava diventando improvvisamente minacciosa di incredibili (nel senso che noi non ci credevamo proprio) punizioni se non avessimo subito smesso di fare il casino che facevamo.

C’era questa parola. E cazzo se mi piaceva.

AMBARADAN.

Aveva un forte sapore di formula magica e mi sembrava indicare bene l’esuberante vitalismo dei nostri giochi. Non sapevo allora che quella parola –cazzo se mi piaceva –era sì una formula magica, ma di ben altra natura. Una parola entrata, sul finire degli anni trenta, nella nostra lingua da un paese molto lontano. MEDIAZIONE linguistica necessaria perché quella generazione che del vero significato di quella parola aveva la responsabilità (la generazione di mia nonna) potesse continuare a credere di essere quella “brava gente” che non era mai stata e che, così ipocritamente, ci piace credere, a noi italiani, di essere. Probabilmente questa assurda credenza, di essere cioè brava gente, è spiegabile (come fa –nel capitolo 7 in cui affronta l’umana tendenza a credere al falso- Lewis Wolpert in quel bellissimo libro che è Sei cose impossibili prima di colazione. Le origini evolutive delle credenze, Codice edizioni) con il fenomeno della confabulazione, cioè quel fenomeno che porta i malati di mente a costruirsi falsi ricordi. Un’allucinazione collettiva, tutta italiana, che ci permette la sopravvivenza. Maestri di COMPROMESSI, senza sensi di colpa, incapaci di guardare in faccia la propria natura e la propria storia, quegli italiani che vorrebbero superata (senza mai averci fatto veramente i conti) la dicotomia tra fascismo e antifascismo, in quegli anni avevano evitato di fare i conti con i crimini del colonialismo fascista, e continuato quindi a (soprav)vivere sereni, grazie a quella parolina.

AMBARADAN.

L’Amba Aradam è un altopiano dell’Endertà, a sud di Macallè. Con i suoi otto chilometri di lunghezza chiude la strada verso il cuore dell’Etiopia e verso Addis Abeba. Ai primi di febbraio del 1936 la più forte armata Etiope, agli ordini di ras Mulughietà, è concentrata qui. Il dieci di febbraio il III e il I corpo d’armata Italiani iniziano l’avanzata a tenaglia verso l’Amba. Cinque giorni di massiccio bombardamento da parte dell’artiglieria italiana (23000 proietti di cui 1367 caricati ad arsine), attacchi italiani e contrattacchi abissini. Poi lentamente l’armata etiope si ritira. L’aviazione italiana tramuta quella ritirata in rotta, grazie soprattutto ai bombardamenti con l’iprite. Il quindici febbraio gli alpini della Pusteria salgono per primi sull’altopiano, dove una volta accertatisi della completa assenza di nemici, lasciano il campo alle camicie nere e agli operatori dei cinegiornali Luce che ne possano filmare il sicurissimo assalto finale.

Fin qui la battaglia (ti consiglio se vuoi approfondire il bellissimo libro di Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935 -1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, da poco ristampato da Einaudi). Se metti da parte il fatto che gli stronzi invasori eravamo noi – che tanto riusciamo a metterlo da parte sempre, anche attualmente – e la nostra ipocrisia nel voler negare l’utilizzo dei gas (solo nel 1996, il 7 febbraio per l’esattezza, il governo italiano, nella persona del ministro della difesa generale Corcione, ammetterà – con grande scorno del negazionista Montanelli- l’impiego di bombe d’artiglieria e di proiettili d’aereo caricati a iprite e arsine nella campagna d’Etiopia del ’36; mi perdonerai se ti rimando alla nuova introduzione di Del Boca per il volume della Laterza Le guerre coloniali del fascismo); se metti da parte queste cose, quella del febbraio 1936 è da considerare come un’azione di guerra.

Il genio italico, sempre pronto a flaianeggiare (sì, li detesto gli ipocriti aforismi di Flaiano) con tutto, trasforma una battaglia costata sei/settemila morti in una “allegra confusione”. Questo significherebbe secondo tutti i vocabolari la parolina ambaradan.

Fosse tutto qui. Mi limiterei a definirla una metafora non molto pertinente. Dovuta alla nostra precipua incapacità di fare veramente i conti con la storia, da cui nascono purtroppo anche i successi di pessimi libri come le tante storie d’Italia e dei cazzi suoi vari dei Montanelli Petacchi Pansi e Vespe. E merde varie.

Ma c’è una complicazione.

Sull’ Amba Aradam le cose non finiscono qui.

Il 9 maggio 1936 Benito Mussolini proclama l’Impero. Qualche giorno prima, il 5 maggio -giorno dell’ingresso di Badoglio in Addis Abeba– il Duce aveva annunciato la fine di quella che passerà alla storia come la guerra dei sette mesi.

Mentre nel solito arengo su cui si affacciava palazzo Venezia, quello della omonima piazza, che l’arengo di Foro Mussolini –nonostante lo splendido progetto di Luigi Moretti- non si era potuto fare perché tutti i soldi erano andati nella guerra di conquista dell’Etiopia, Mussolini definiva l’impresa coloniale etiope un realizzato “Impero di pace”, intere regioni di quel paese erano ancora controllate dagli abissini, e la guerra continuerà ferocissima fino al 24 febbraio 1937. Data in cui l’esercito italiano, sotto il comando di quel CRIMINALE di Rodolfo Graziani, viceré, sconfiggerà uccidendolo, ras Destà, ultimo alto comandante di quella parte dell’esercito etiope non ancora sottomessosi.

Certo. La guerra di conquista si chiudeva qui. Ma iniziava la guerra di occupazione, che durerà fino a tutto il 1939. Non è mio compito né mia intenzione tenerti qui una lezione di storia coloniale (ti rimando all’esaustivissimo e INDISPENSABILE libro di Matteo Dominioni, Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia 1936-1941, Laterza, 2008). Voglio tornare sull’Amba Aradam. Vediamo di riassumere in fretta i fatti che ci riporteranno lì.

Qualche giorno prima, il 19 di febbraio, Rodolfo Graziani era sfuggito a un attentato dinamitardo proprio ad Addis Abeba. L’attentato aveva fatto 7 morti. La reazione italiana, fomentata dal segretario del fascio di Addis Abeba Guido Cortese, durò tre giorni. Durante i quali fu compiuta una strage efferata degli abitanti di Addis Abeba. Un vero e proprio pogrom, come lo ha definito Giorgio Rochat (Guerre italiane in Libia e in Etiopia. Studi militari 1921-1939, Pagus,1991), durante il quale furono uccisi, secondo la cauta stima di Del Boca, almeno 3.000 etiopi.

Questo è l’inizio. Con cui Graziani scatena la guerra di occupazione. Tra marzo e giugno 1937, con piena soddisfazione di Mussolini e del razzistissimo ministro dell’AOI Alessandro Lessona, fu perpetrato dall’esercito italiano un vero e proprio genocidio dell’etnia amara. Condotto con un rigore scientifico mirante alla completa distruzione di quell’antica cultura. Furono perseguitati e sistematicamente eliminati cantastorie, indovini, stregoni, monaci, preti.

Probabilmente a te, mio caro lettore pacificato che capiti qui alla ricerca di chiacchiere sui fumetti, il nome di Debra Libanos, non avendolo mai incontrato nelle avventure di Tex o di Zagor, non dice niente. Te lo dico io: Debra Libanos è uno dei luoghi più sacri della chiesa copta, una delle culle della cultura amara. Sembra, dall’inchiesta del colonnello dei carabinieri dell’AOI Azzolino Hazon, che in questo monastero avessero trovato rifugio due degli organizzatori dell’attentato a Graziani. Il 20 maggio 1937 il generale Pietro Maletti fa fucilare duemila persone, fra monaci, preti, diaconi, bambini. Pensa. Questi duemila religiosi assassinati non compaiono in nessuno degli elenchi di martiri della cristianità tanto cari ai Socci di turno. Sarà che erano negri? Sarà che bisognerebbe ammettere che anche se i soldati che mitragliarono quei monaci erano quelli del 45° battaglione mussulmano, a comandarne l’azione fu un generale cattolicissimo?

Insomma. Come vedi niente da invidiare ai nazisti, anzi, qualcosina gliela abbiamo pure insegnata.

Sappi mio carissimo che le vittime somale, eritree e etiopi dell’occupazione italiana dell’Africa Orientale furono 300.000, e 200.000 le vittime di Cirenaica e Tripolitania. Lo sai quanti anni è durato l’Impero? Dal maggio 1936 all’aprile 1941. Cinquecentomila morti in cinque anni. Un bel record. Non te lo hanno mica insegnato a scuola, vero? Nemmeno sui giornaletti, vero? Se nel 1945, nonostante le denunce Etiopi, non fu istituita una Norimberga per i crimini italiani in Africa, fu solo perché le nazioni bianche vincitrici della seconda guerra mondiale non potevano permettere (sarebbe stato come mettere sotto processo tutto il colonialismo) che un paese africano si ergesse a giudice di uno europeo.

Adesso però facciamo qualche passo indietro. E’ ora di tornare sull’Amba Aradam.

L’efferatezza dell’occupazione italiana contribuì a rinvigorire la ribellione. A metà agosto del 1937 le popolazioni del Goggiam insorgono in armi. Ben presto tutta l’Etiopia sarà percorsa dalla guerriglia antiitaliana. Fino al crollo dell’impero.Tra i capi degli arbegnouc, così venivano chiamati in amarico i partigiani, si distinse Abebe Aregai.

Pur non amandone lo stile di scrittura (del quale mi infastidiscono i troppi cedimenti lirici, un uso irresponsabilmente dannunziano della metafora e la fascinazione per l’aggettivo gratuito) devo confessare che il mestiere di Paolo Rumiz lo invidio proprio. Ma proprio tanto. Girare il mondo, raccontarne il come e il perché e riuscire pure a farsi pagare. Ho cominciato a leggerlo, Paolo Rumiz, spinto dal mio carissimo amico Alberto Bonanni, che mi consigliò, credo fosse il 2003 o giù di lì, con un entusiasmo al quale non seppi resistere, il volume E’ oriente. Oggi Paolo Rumiz è l’unica firma per cui leggo la Repubblica.

Di certo dal 22 maggio 2006, quando ho letto, proprio sulla reppa, un suo articolo sulla strage di Zeret. Da quel momento mi ha preso una specie di ossessione per la storia coloniale italiana e per l’Etiopia in particolare. La scoperta dei documenti della strage di Zeret la dobbiamo a Matteo Dominioni, durante le ricerche per la sua tesi di dottorato sull’occupazione italiana dell’Abissinia, che oggi puoi leggere nel suo libro di cui già ti ho parlato.

La rivolta delle popolazioni goggiamite inizia il 14 agosto 1937. Una formazione di 300 ribelli attacca e sconfigge la colonna del capitano De Beaumont. In meno di due settimane la rivolta si estende a macchia d’olio. Aiutati dalla stagione delle piogge gli etiopi tengono in scacco la rete dei presidi italiani della regione, impossibilitati a ricevere rinforzi per l’impraticabilità delle strade dovuta al fango. Uno dei capi di questa insurrezione è Abebè Aregai. Era il capo della polizia di Addis Abeba prima dell’invasione italiana. Quando gli italiani occuparono la capitale si ritirò con soli dieci uomini nel nordest del paese, dove in poco tempo riunì un discreto esercito. Tenendo posizione sul Menz, condusse una serratissima e indomita guerriglia fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1939, quando muore il leggendario Olona Dinkel (altro capo partigiano), Abebè Aregai diventa il leader incontrastato della resistenza etiope, tanto che nel 1941, dopo la cacciata degli italiani e il ritorno del Negus, diverrà Ministro della Guerra e poi Primo Ministro.

Per reprimere la resistenza goggiamita Graziani dispone bombardamenti quotidiani per tutto novembre 1937. Con frequente uso dei gas. Però non sortisce alcun effetto, la guerriglia degli arbegnuoc non si arresta. Nel mese di dicembre Graziani ordina rastrellamenti e fucilazioni. Ma la guerriglia nel Goggiam non cessa. La pacificazione dell’impero non è raggiunta. Né lo sarà mai.

Il 7 dicembre vicino a Mancit avviene il più grosso combattimento campale di tutta la guerra d’occupazione. Gli uomini di Abebè Aregai, a costo di ingentissime perdite, respingono l’avanzata italiana nel cuore dei territori ribelli. Per rappresaglia gli italiani ipritano la zona. Ma neppure questo piega Aregai e i suoi uomini.

Per farla breve.

Mussolini licenzia Graziani. Nel 1938 gli subentra Amedeo di Savoia. Tutto sommato, dicono, un uomo decente. Il duca d’Aosta intavola, pur non interrompendo le azioni militari, trattative con Abebè Aregai per una soluzione pacifica della ribellione. Ma nei primi mesi del 1939 viene come messo da parte dal fascistissimo generale Ugo Cavallero, comandante delle forze militari italiane in Africa Orientale. Tra il 14 e il 27 marzo gli italiani attaccano i territori ribelli, l’aeronautica bombarda sganciando più di 70 quintali di esplosivo, i rastrellamenti non si contano. I ribelli si ritirano. Il 30 marzo l’aeronautica avvista un gruppo di arbegnouc –in realtà un reparto di salmenterie, composto per lo più di donne e bambini- in fuga sull’Amba Aradam. Una colonna italiana si mette all’inseguimento. I fuggiaschi si rifugiano in una grotta nei pressi del villaggio di Zeret, e resistono per due giorni all’assedio italiano. 4 battaglioni coloniali italiani non riescono a espugnare la grotta. Da Massaua viene inviato un reparto chimico. La grotta è bombardata con iprite e arsina. Un inferno. Gli etiopi superstiti decidono di arrendersi.

Vengono mitragliati, sotto il comando del colonnello Sora, a gruppi di cinquanta sul ciglio di un burrone. Il numero complessivo degli uccisi, secondo la stima di Dominioni, si aggira tra i 1200 e i 1500. La più efferata e brutale, non furono risparmiate donne e bambini, delle stragi compiute dall’esercito italiano in Etiopia, è avvenuta sull’Amba Aradam.

Ecco perchè ci abbiamo una parolina noi, nel nostro vocabolario, che usiamo per indicare una allegra confusione. Ambaradan. Viene da lì. Occorre strapparla alla mediazione della nostra facile coscienza di fottutissima “brava gente”. Per ridarle, nei limiti di quel che possiamo, tutto il peso che merita.

Perché oggi, dobbiamo tutti sentirci arbegnouc braccati, da un potere che non aspetterà nemmeno di avere sterminato i nostri residui diritti e la nostra libertà, per mettere in burletta la nostra strage. Lo sta già facendo. Il problema è che siamo noi stessi a riderne.

La messa in scena studiata con Django per liberare Broomhilda, è fallita miseramente. Sotto la minaccia delle armi dei suoi sgherri il Dottor King Schultz attende che Calvin Candie, il feroce proprietario di schiavi, stili l’atto di vendita con cui gli porterà via tutti i soldi in cambio della vita di Broomhilda. Schultz è seduto in una poltrona della biblioteca e non riesce a evitare di ripensare alla tremenda fine di D’Artagnan: uno schiavo fuggiasco fatto dilaniare a morte dai cani per ordine di Candie. Intanto Lara Lee, la stolida sorella di Candie, suona sull’arpa Fur Elise.

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Per la prima volta in tutto il film Schultz perde la propria compostezza e si rivolge indignato alla suonatrice d’arpa, ringhiandole: “STOP PLAYNG BEETHOVEN!”.

E’ chiaro che l’indignazione di Schultz è dovuta al fatto che a suo modo di vedere la bellezza universalistica di Beethoven non può avere senso se usata a commento musicale della vittoria contrattuale di un forsennato schiavista capace di far sbranare un uomo dai propri cani.

Ora.

Questa scena è ricalcata su quella del kubrickiano Arancia Meccanica quando Mr. Alexander, dopo aver catturato e drogato Alex reduce dalla cura Ludovico, lo obbliga, con l’intento di vendicarsi per lo stupro e l’uccisione della moglie, a sentire la Nona Sinfonia di Beethoven finchè, non potendo più sopportarla, Alex si butta dalla finestra.

Tutte e due le reazioni sono causate dall’accostamento tra scene di ultraviolenza e la musica di Beethoven. Ma nel caso del film di Kubrick è la Nona Sinfonia a causare in Alex il ricordo e il conseguente dolore per quelle scene di violenza; in quello di Tarantino sono i ricordi dello strazio di D’Artagnan a causare l’intollerabilità dell’accostamento con la musica di Beethoven.

Mica è usato a caso Beethoven, né da Kubrick né da Tarantino. E’ perfettamente funzionale al discorso che ognuno dei due registi fa, perché come sostiene il musicologo Nicholas Cook, l’opera di Beethoven è piena di quelli che lui chiama “simboli non consumati”, cioè elementi in eccesso rispetto alla totalità dell’opera, il cui significato aggiuntivo non è chiaro, ma necessita di interpretazione.

pe19690320Due interpretazioni diverse di una stessa realtà. Due? Quattro, forse sei. Quella di Alex, quella di Mr. Alexander e quella di Kubrick in Arancia Meccanica. Quella di Lara Lee Candie, quella di King Schultz e quella di Tarantino in Django Unchained.

Personalmente ho il fondato sospetto che Tarantino abbia dimestichezza con il pensiero filosofico di Martha Nussbaum (almeno il suo Non per profitto, Il Mulino, 2011), soprattutto con le sue conclusioni, per cui vede il nostro destino collettivo intimamente legato alla nostra capacità di reinterpretare le interpretazioni su cui si basa la nostra cultura. Sono convinto che Django sia, sul piano politico, una reinterpretazione delle interpretazioni marxiane e sul piano linguistico una reinterpretazione delle interpretazioni saussuriane di Luis Jorge Prieto.

(continua)

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