il saloon dei destini incrociati.

Per l’edizione Einaudi del 1973 che raccoglieva in un unico volume i suoi due racconti lunghi Il castello dei destini incrociati e la Locanda dei destini incrociati, Italo Calvino scriveva una nota finale in cui spiegava dettagliatamente l’ideazione di quel libro. A mio avviso quella nota è persino più interessante dei due racconti. Dopo tutta la manfrina in cui ci tedia sulla natura dei mazzi di tarocchi cui si è ispirato per realizzare i racconti, ci informa che nelle sue intuizioni il volume avrebbe dovuto contenere anche un terzo testo.

Calvino voleva abbandonare i Tarocchi per del materiale visuale moderno. Cosa è, si chiedeva, l’equivalente moderno dei Tarocchi come rappresentazione dell’inconscio collettivo? Ma i fumetti! Si rispondeva. Non quelli comici, quelli drammatici semmai, quelli avventurosi. Così gli venne l’idea di scrivere un terzo racconto: il motel dei destini incrociati, in cui alcune persone scampate a una catastrofe misteriosa si rifugiavano in motel abbandonato. In questo motel era rimasto solo un foglio bruciacchiato di una pagina di un albo a fumetti, un Tex magari (questo lo dico io, Calvino non da indicazione alcuna sul tipo di fumetto e probabilmente aveva in mente le strisce da stampa quotidiana). I sopravvissuti, ammutoliti dallo spavento, possono raccontare le loro storie solo indicando le singole vignette, non seguendone l’ordine ma andando di digressione da una all’altra a secondo della necessità narrativa. Non ne fece niente poi. Purtroppo. O per fortuna.

 

558579_493235257391364_1795550110_nNon so se Tito Faraci quando ha scritto il Tex che trovi adesso in edicola, aveva presente questa balzana idea di Calvino. Sicuro è che in certo qual modo l’ha messa in pratica, realizzando una delle storie di Tex più interessanti… starei per dire di sempre.

Guarda come si apre la storia (L’inseguimento, Tex n. 629, marzo 2013). Ci sono due che cavalcano in un luogo indefinito. Non sappiamo da dove vengono, non sappiamo dove vanno. Sappiamo chi sono solo per le regole della ridondanza seriale, per il resto potremmo veramente essere dentro l’incipit di Jacques il fatalista di Diderot. E girata la tavola, come Jacques e il suo padrone terminata la conversazione iniziale arrivano in una locanda, così Tex e il suo pard Tiger arrivano in un trading post. Dove, come fosse il motel di Calvino, i destini si incrociano per la prima volta. I destini di Tex, di Tiger, di Vince Stanton. E soprattutto del loro autore.

Mi spiego. A partire dalla tavola sei, quella in cui Tex e Tiger entrano nel trading post, è come se Tito li accompagnasse proprio fisicamente. Da questo momento la digressione da il ritmo. Come fosse un pezzo Reggae. La linea è la fuga di Vince Stanton da Tex e Tiger.  In una storia classica la via di fuga sarebbe stata quella della prospettiva centrale. Tutto deve convergere al centro, cioè verso un finale chiaro e diritto. Le digressioni come nelle prospettive quattrocentesche devono portare lì al centro. Invece. Nella storia di Tito ogni digressione, sposta il punto di fuga in un’altra direzione, allontanandoci da un finale chiaro e scontato e costruendo –passami l’espressione- una specie di cammino euleriano. Un percorso cioè che passa attraverso tutte le possibilità (gli stereotipi) di una storia una volta e una volta sola tornando al punto da cui è partita.

Così. Vince Stanton parte da una specie di taverna e incontra nel suo percorso/fuga tutti i topoi di una storia willeriana, ma anziché mandarlo in linea retta verso la conclusione della sua storia, questi incontri deviano continuamente il percorso finchè Stanton si ritrova praticamente all’inizio.

Ecco: Stanton incontra subito il topos più topos di tutti, Tex  che lo spedisce in cacere, poi durante la fuga dal carcere incontra un certo Marvin che lo fa deviare verso una banda di ferocissimi apaches, dai quali fuggirà grazie all’intervento di Tex, e a questo punto devia verso la banda dei suoi ex-colleghi capeggiata dallo spietato Fraser. L’incontro con Fraser e la vecchia banda lo farà deviare, causa incomprensioni per una rapina non autorizzata, verso la banda dei fratelli (stereotipo western della banda famigliare) di Marvin che lo fa deviare verso un cimitero abbandonato dove è nascosto il bottino della rapina che aveva fatto incazzare Fraser. E dove avviene lo scontro NON risolutivo con Tex: Stanton, grazie al dichiaratissimo artificio retorico della ferita di Tiger che impegna Tex con il soccorso all’amico distraendolo dalla caccia all’uomo, riesce ancora a fuggire.  Lo vedi da te: affrontati anche un po’ ironicamente tutti gli stereotipi del western bonelliano, fino a essere tornati, più o meno al punto di partenza. Era un trading post, adesso è un saloon dove i destini si incrociano per la seconda volta.

Non era mai accaduto, che mi ricordi io, che un autore di Tex trasformasse un’avventura willeriana in strumento di azione intellettuale, di demistificazione attraverso l’artificio della digressione dei suoi tradizionali moduli narrativi. Il lettore non è più qui il destinatario passivo dello svolgersi  della narrazione – come in tutta la produzione di Nizzi prima e di Boselli adesso- ma è chiamato a esserne implicito collaboratore dando un senso con il proprio intervento critico alle incalzanti digressioni che allontanano continuamente da un finale chiuso. Non ho dubbi che il lettore abituale di Tex, davanti all’ultima tavola di Lotta senza Respiro (Tex 630, aprile 2013) con quel finale così aperto, veda crollare felicemente tutti gli schemi mentali cui la struttura willeriana l’aveva abituato. E tiri un sollevato sospiro. Finalmete un altro Tex è possibile

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