diario d’Etiopia (1)

Caffetterie: ce n’è da non riuscire a contarle ad Addis Ababa, e non hai che l’imbarazzo della scelta se, discendendo Churchill Avenue oppure Bole Road, hai voglia di un caffè. E’ una splendida, inoltrata, mattina di mezzo aprile. Il sole, come sempre per l’inclinazione e per l’altezza (Addis è a più di 2400 mt), anche se non mi da fastidio, lentamente mi cuoce la faccia, mentre me ne sto seduto ad aspettare che il tempo passi in una caffetteria, la solita, di Ras Desta Damtew Street. Davanti ho una tazza gigante di nero e profumatissimo yirgacheffe. Nelle orecchie ho Kezebiye di Teddy Afro che suona su un improbabile stereo da dentro il locale.

Intorno, indescrivibile contraddittoria e bellissima, ho l’Africa. Ancora non lo so, ma proprio questo è amore.

4844233-Oslo_Cafe_Addis_Ababa_EthiopiaCapita che a me, lo sai, quelli che campano scrivendo (e si inventano tutti che il dove scrivere non confligge con il cosa scrivere), questi tipi qui, pronti a vendere le proprie parole e spesso a venderle anche male (senza curarsi – mentitori- che vendere le parole è come vendere le idee; scusa con cosa le esprimi le idee se non con le parole?), capita insomma che a me questi tipi qui, e massimamente quelli che tra questi tipi qui fanno gli scrittori di racconti e di romanzi e di fumetti, non mi piacciono proprio. Certo. In mezzo a questa guasta umanità che mi disgusta, faccio anche qualche distinguo. E’ una questione, di solito, di sintassi. Quelli che scrivono e raccontano bene tutto sommato, se non sono troppo preso dalla vita o dal mondo, riesco anche a frequentarli. Non fraintendermi adesso. Non ci esco a cena e non ci dormo assieme (per quanto con qualche scrittrice…). Capiscimi. E’ leggerli, quello che mi riesce di fare.

Uno di questi tipi che ogni tanto frequento, per esempio, è Riccardo Bacchelli. E cosa centra Bacchelli con l’Etiopia, dirai, e soprattutto con il mio viaggio.

Aspetta. Adesso te lo spiego. La sua prima cosa che ho letto, che mi avevano raccontato fosse un romanzo storico sull’ultima parte della vita di Bakunin, è stato Il diavolo al Pontelungo. In realtà, come scoprii e come tu sai, è una feroce borghesissima coglionatura sia di Bakunin sia degli anarchisti emiliani del diciannovesimo secolo. D’altra parte bisognava pur passarle in qualche modo le maglie della censura fascista: vuoi parlare degli anarchici? Sfottili.

Fosse stato solo per quella sottile ironia, tipica di chi ha una vita noiosissima (ti dirò, leggendo Oggi domani e mai  e confrontandolo chessò, non dico con la roba di un Remarque o di un Cendras… nemmeno con quella di un Lussu, ma al limite con quella di un Jahier persino; ecco uno da quel confronto si fa l’idea che pure l’esperienza bellica di Bacchelli sia stata una cosa da impiegatuccio sabaudo), il libro l’avrei gettato nel cassonetto; ma gli è che è scritto con una tale cazzo di bravura che ti scorre via e nemmeno ti accorgi che stai buttando tempo nella più insulsa delle occupazioni umane: la lettura.

Anzi, se ti capita, la reiteri pure quella cosa lì assurda che è la lettura. Così ti capita tra le mani un libro che per il titolo mai avresti nemmeno degnato di uno sguardo. Ma firmato da Bacchelli lo leggi invece.

Mal d’Africa. Si intitola. E racconta la storia ironica e reinventata di un personaggio esistito veramente: certo Gaetano Casati esploratore. Questo Casati scrisse un libro, Dieci anni in Equatoria, che purtroppo nonostante il titolo bellissimo, non sono ancora riuscito a leggere. Ma non è questo il punto. Il punto è che dopo aver letto il romanzetto bacchelliano mi ero vieppiù convinto che il mal d’Africa fosse un invenzione di quella falsa letteratura tanto detestata da Rimbaud.

E Rimbaud era uno che di Africa e di letteratura se ne intendeva.

La conosci quella storia, sconfinante nella leggenda, per cui Rimbaud avrebbe venduto a Menelik una partita di ottimi remington, che ebbero –raccontano alcuni con piglio da sceneggiatori di fumetto- il loro bel peso nella vittoria abissina di Adua. Peccato che la battaglia di Adua avvenne nel 1896, quando Rimbaud era già morto da cinque anni. La conosci e sai che è una bubbola, perché la cattiva letteratura la fanno, per quanto bene sappiano scrivere, gli scrittori impiegati: fino a farti credere, con la loro fottuta impiegatizia ironia, che il mal d’Africa è un invenzione. Che qualche dubbio comincerai ad averlo quando leggerai le lettere dall’Africa di Rimbaud, e le leggerai solo perché con i disegni di Hugo Pratt, e scoprirai che il mal d’Africa esiste, esiste eccome.

Ancora non lo sai, perché questo lo scoprirai quando il sole d’Africa ti cuocerà la faccia, ma è come se fosse amore.

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