diario d’Etiopia (2)

Roma, Fiumicino. Aeroporto Leonardo da Vinci. Voli nazionali. Arrivi. E da Milano siamo arrivati  a Roma in prima sera. Infatti. Sono passate da poco le nove.  Uno squallido deserto di sughero plastica acciaio e pavimenti resilienti. Tutto vuoto, tutto chiuso, tutto provincialmente buio e silenzioso. Unici movimenti, quasi promesse di vita futura, che qui intanto, al terminal 1, non ce n’è: i led dei tabelloni che indicano i prossimi arrivi e le prossime partenze. Guardo l’orologio per sincerarmi di non essere in assurdo ritardo e magari in un luogo sbagliato, magari sono le tre del mattino a Orio al Serio e non le nove di sera nel più grande aeroporto di Roma, che se non ricordo male, di questo paese è la capitale. Ma. Sembra che se ne siano andati tutti a dormire. Trovare un cazzo di qualcuno, una stizzosissima impiegata Alitalia, per esempio, incrociata per caso, a cui chiedere dove dobbiamo andare per prendere il volo delle 00 e 50 per Addis Ababa, beh! Trovare qualcuno così, che ti tratta pure male perché se è lì, in mezzo a un tale silenzioso squallore che nemmeno mai a Linate ti ci sei trovato immerso in uno simile;  non ci sta certo lei, lì, per dare informazioni a te; trovare qualcuno così, dicevo, è impresa degna già di un esploratore.

Alla fine questa stizzosissima responsabile di solo lei sapeva cosa, ci dice di andare al terminal 3. Come andarci non rientra nelle sue intenzioni, e probabilmente competenze, spiegarcelo. Non ho voglia di incazzarmi. Ce lo cerchiamo da soli il terminal 3, di tempo ne abbiamo. Quasi. Eppoi, dico a mio figlio,quello grande, vedrai che di là, nell’altro terminal, questo dannato numero 3, che è quello dei voli intercontinentali, ci saranno e luci e negozi e anche pure l’imbarazzo di scegliere dove andare a mangiare.

Invece.

Al terminal 3 tutto più chiuso che all’1. Nessuno. Niente. E non saranno ancora le 22,00. Rassegnati passiamo la dogana. Di là, continuo a illudermi, al Gate G14 dove dobbiamo imbarcarci, qualcosa di aperto ci sarà, visto che partono ancora un bel po’ di voli. Per arrivarci, al Gate G14, bisogna prendere una navetta su monorotaia che sembra uscita da Battlestar Galactica.

Lì, all’ imbarco, tutto chiuso e tutto spento. Anche il bar, dove c’è solo una signora laconica che lava i pavimenti e mi fa cenno di stare attento a dove è ancora bagnato. Eppure di gente all’imbarco per il volo 703 Ethiopian Airline Roma – Addis Ababa ce n’è alquanta.

Quando aspetti, e hai tanto tempo da aspettare, alla fine chiacchieri con chiunque. Ho insegnato a mio figlio, per la sua sicurezza personale, a non rivolgere parola e a tenersi a una distanza di almeno 200 mt da chiunque  indossi abiti o ammennicoli sacerdotali. Dai preti, insomma. Ma. Due grassi e simpatici missionari, ci attaccano bottone. In mia presenza a quella regola si può derogare. Così il racconto della loro vita spesa a raccatar anime cui insegnare a leggere, per farglielo poi credere, il vangelo,  ci fa trascorrere  senza particolare noia il tempo fino all’imbarco. Alla fine, senza cena ma sazi di storie d’Africa – sanno affabulare i missionari, mica come i previtoccoli da messa fissi nelle parrocchiette delle nostre provincie- saliamo sull’aereo, e all’una e trequarti circa, noi in economica e loro, i signori missionari, in business, decolliamo.

Dormire, oltretutto con la pancia vuota, è difficile in economica. Ma siamo gente allenata, la mia famiglia e io, alle peggio condizioni di viaggio. Siamo quasi riposati quando il mattino dopo –alle sette circa-, fatta la violentemente profumata colazione che servono sull’aereo, avvistiamo dal finestrino lo sterminato altopiano di Addis Ababa.

28_Mappa_ETIOPIA

Ho letto da qualche parte che Kapuscinski sosteneva non esistesse posto al mondo di cui avrebbe potuto dire di volerci restare per sempre. Di posti da cui desiderare di non muovermi più, io invece, ne ho almeno tre o quattro: un angolo precisissimo della salita Mandrella a Sestri Levante, il tavolo di un bar à vins in Rue Clement a Parigi, una vecchia taperia a La Curuna e un chiosco di birra lungo la Vistola a Varsavia.

Lo sai che non è mia intenzione fare paragoni. Voglio solo farti capire una cosa: che tutto quello che faccio, compreso il viaggiare, lo faccio perché devo. Non faccio nulla per scriverne, nemmeno kerouachianamente solo per me. Se vado da qualche parte è perché ci devo fare qualcosa o perché qualcosa, come Erodoto voglio verificarla di persona.

Tienilo presente allora. Come lo avevo presente io. Quando sono atterrato ad Addis Ababa l’ho fatto perché dovevo, non perché poi volevo raccontartelo. Te lo dico questo perché ci tengo che sia chiara una cosa. Per tutti i veri viaggiatori partire è doloroso e straordinario allo stesso tempo. Per me solo faticoso. Un vero viaggiatore le migliaia di sagge ragioni per non partire le ha già valutate  e messe da parte al momento del decollo. A me venivano invece in mente tutte lì, quella mattina alle sette e mezzo, all’aeroporto internazionale di Bole, mentre ero in un’eterna fila per il visto d’ingresso. E, ti giuro, non riuscivo a metterle da parte. Anzi ne trovavo sempre di più convincenti per lasciare lì tutto e tornarmene a casa. Eppure, con il mio bel timbro sul passaporto, ho varcato la dogana, riunito la famiglia, raccolto le valigie e, attraversato il più brulicante dei terminal, siamo usciti. Non so se mia moglie e mio figlio, quello grande, stavano prendendo, come me, nota mentale delle prime impressioni. Devo dirti che, dopo gli odori della colazione servita sull’aereo, la cosa che più ti colpisce è la luce.  Ci ho messo almeno due giorni ad abituarmici, alla luce dell’equatore.

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