Deadeye Dick (corsi e ricorsi)

1948 togliatti attentato_2_jpg

 

Capitava ancora nel 1948, a pochi anni dalla fine della guerra (la seconda di quelle che sono state chiamate mondiali) di trovare sui mercatini delle città di provincia, qualche vecchio revolver arrugginito (di quelli che Tex Willer, che nasceva proprio nel settembre di quell’anno, avrebbe chiamato “ferrovecchio”). Nel pomeriggio dell’11 di luglio del ’48  su una bancarella del mercato del centro storico di Catania, Antonio Pallante, giovane studente di giurisprudenza, compra una vecchia calibro 38 e cinque pallottole.  Poi prende l’espresso per Roma, quello che parte più o meno alle 20.30. Alle otto del mattino del 12 luglio è a Roma. Per due giorni si aggira nei dintorni di Montecitorio.  Non desta sospetti: ha il tesserino di pubblicista di un organo monarchico. La mattina del 14 luglio, quando Palmiro Togliatti capo dei comunisti italiani esce, accompagnato da Nilde Iotti, dal Parlamento gli spara contro quattro colpi. Tre vanno a segno.

Appena la notizia dell’attentato si diffonde per il paese l’insurrezione è spontanea: a Torino gli operai occupano la Fiat e sequestrano insieme ad altri dirigenti l’amministratore delegato Valletta; a Venezia e Mestre sono erette barricate sui ponti di accesso alla laguna e gli operai assumono il controllo degli impianti petroliferi;  Genova è saldamente nelle mani degli operai portuali che hanno prevalso sulla polizia e costretto alla fuga il questore; a Napoli i cantieri navali sono nelle mani degli operai insorti; sul monte Amiata i minatori si impossessano della centralina telefonica che controlla le comunicazioni tra il nord e il sud del paese.  Il 15 luglio l’Italia è in una situazione insurrezionale. Da una parte gli operai insorti che controllano tre importanti città del Nord e Napoli e dall’altra Scelba e i suoi 180 mila uomini tra carabinieri polizia e finanza. Due passi dalla rivoluzione.

Due passi che, tra il 16 e il 18 di luglio i dirigenti comunisti, persone di buonsenso, decidono di percorrere all’indietro: è un lavoro duro il loro. Non è senza fatica e contrasto che Pajetta, Secchia, Longo, Di Vittorio, lo stesso Togliatti dal letto d’ospedale, convincono alla smobilitazione gli insorti.   I minatori di Abbadia San Salvatore, quelli che avevano preso spontaneamente il controllo delle centraline telefoniche sul monte Amiata, lo gridano a Fortunato Avanzati inviato dal PCI per farli tornare alla ragione. Gli gridano che smobilitare significa tornare a nascondersi come ai tempi del fascismo. Gli gridano che non possono più sopportare sfruttamento e miseria, che piuttosto che accettare questo stato di cose è meglio morire, cercando però di andare fino in fondo una volta per tutte. Combattendo. Ma i dirigenti comunisti aveva deciso altrimenti. Pagheranno caro i minatori: 147 arresti. Ma, dicevano i dirigenti, non era quello il momento, strategicamente favorevole, per combattere.  Il problema fu che non lo sarebbe stato più.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: