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Archivio mensile:maggio 2013

Se da tempo ti rode questa cosa che vorresti sapere perchè Diderot faceva la guida per ciechi a Buenos Aires durante la dittatura di Videla, mentre Perramus era in clandestinità con Ernesto Sabato, e Jorge Luis Borges disquisiva di fumetti con German Oesterheld, bè devi leggerti il n. 88 di Scuola di Fumetto. Laura Scarpa ha voluto ospitarci (dal numero 87 – e recuperalo che ti ci racconto di quando Alice Dodgson era fidanzata a Big Sleeping) una mia rubrica che parla della meccanica del fumetto. Te lo spiego lì.

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concludo alcune riflessioni

Mi diverto con il dire che i fumetti di Guy Delisle non sono reportage di viaggio, ma i diari delle sue vacanze. In realtà non è nemmeno così. Una vacanza comporta comunque almeno una scelta: quella della destinazione. Delisle non sceglie le proprie destinazioni. Gli sono, in qualche modo, imposte: le prime trasferte lavorative a Pyongyang e Shenzen;  poi al seguito della sua compagna Nadège che lavora per Médecins Sans Frontières in Birmania e a Gerusalemme.

Nei primi tre volumi (Shenzen, Pyongyang e Birmania, pubblicati in Italia da Fusi Orari tra il 2006 e il 2008 e riproposti ora da Lizard) Delisle interpreta la cultura di quei paesi e quello che gli accade personalmente secondo i punti di riferimento di quello che Michel Onfray (Filosofia del Viaggio-Poetica della geografia, Ponte Alle Grazie, 2010) definirebbe “il suo sguardo prefabbricato”, rinchiuso nel paraocchi del tempo del suo lavoro e della sua appartenenza geografica: quella del mondo ricco, comodo, occidentale. Lambisce la cultura dei paesi dove soggiorna per lunghi periodi senza mai affrontarla seriamente; non si mette mai in gioco, non rischia nulla; resta sulla superficie, virtuoso surfista del neocolonialismo produttivo (è supervisore di non so quale studio d’animazione globalista), di tutti gli epifenomeni della sua vita in quei paesi e in quei periodi; milita incessantemente alla radicale difesa della propria appartenenza borghese e occidentale.

Di conseguenza il suo lavoro – tra l’altro la costruzione delle sue tavole è di una piattezza disarmante, che se non ci fosse l’azzardo di qualche ellisse narrativa ogni tanto, quasi ti coglierebbe la noia- non comunica al lettore nessuna sorpresa, nessuna meraviglia per la differenza, la diversità e la molteplicità. Trattandosi, in questi primi tre libri, dei diari della sua permanenza in paesi, da lui stesso definiti, del terzo mondo, oltretutto governati da dittature ideologicamente avverse alla sua indefessa occidentalità, non sorprende che le caratteristiche del suo approccio a quelle culture risulti rassicurante per il lettore occidentale, che ne ha decretato il successo.

Ma quando deve raccontare del suo soggiorno in un paese che, tutto sommato, in parte rientra nello specifico occidentale, ma che è anche centro conflittuale di incontro di almeno quattro culture diverse e inconciliabili, i nodi vengono al pettine.

Cronache da Gerusalemme (2012, Rizzoli-Lizard) svela la sua assoluta incapacità a raccontare il viaggio. Il suo non è lo sguardo del colonialista arrogante ed eurocentrico come poteva essere quello di Chatwin pronto comunque all’estetica dell’avventura e della conquista e alla responsabilità che comporta; non è nemmeno lo sguardo, come vorrebbe il mio amico Paolo nella sua introduzione all’edizione di questo libro per il Corsera, di un viaggiatore disambientato: tutto sconcerto e stupore. E’ lo sguardo di uno che semplicemente non capisce, non si assume nessuna responsabilità e vorrebbe andarsene al più presto.

Cronache di cosa, le sue da Gerusalemme? Che a parte i lamenti dell’autore non ci succede niente. Già nelle prime tavole, favorevolmente colpito dalla modernità dell’aeroporto Delisle afferma che finalmente stare lì per un anno gli permetterà “una volta tanto di vedere qualcosa di diverso dai paesi del terzo mondo”. Già lo capisci, i paesi che ha visitato, dove ha vissuto sono per lui un tutto indistinto, la piattezza della normalità dell’arretratezza rispetto alla diversità (perchè superiorità) del suo mondo vero, quello di plastica dei centri di relax dove l multinazionali per cui lavora mandano i loro dipendenti a ritemprarsi. Ma già l’accento della persona che li riceve all’aeroporto lo colpisce: è arabo. Così in tre vignette il collegamento arabo – terzo mondo lo porta a preoccuparsi per quello che sarà lo stato del loro alloggio. Poi ogni volta viene smentito, ma questo non gli insegna niente. I suoi processi epistemologici restano sempre gli stessi.

Quando una rappresentante di MSF passa a spiegargli la situazione di Gerusalemme, prima che sua moglie cominci a lavorare, Delisle ammette di non averci capito niente. Ma dice di avere un anno per riuscire a capirci qualcosa. Quando partirà dopo 340 tavole di noia del lettore, continuerà a non averci capito niente e quel che è peggio senza avere fatto capire niente a noi, nonostante la pazienza che abbiamo dovuto metterci nel leggerlo.

Nel trattato primo del Convivio Dante ci da una spiegazione di quali sono le cause che tengono gli uomini lontano dalla conoscenza. Alcune le colloca dentro l’uomo, altre al suo esterno. Le prime possono riguardare il corpo (qualsiasi sorta di impedimento fisico) oppure la mente (un qualche impedimento caratteriale), le seconde attengono alle circostanze e sono di due tipi: gli impegni lavorativi e famigliari che non lasciano tempo per la sperimentazione, e le condizioni ambientali. Per Dante, uomo del suo tempo, l’impedimento fisico e quello famigliare non sono da vituperare, anzi. Gli impedimenti ambientali sono, a suo avviso (che Marx era ancora lontano) colpa di chi li subisce, certo, ma non poi così gravi come l’impedimento mentale: l’incapacità di essere responsabili. Una specie di vigliaccheria epistemologica. Conoscere significa prima di tutto assumersi la responsabilità di interpretare.

Dunque se ha ragione Gaston Bachelard (e ha ragione, cazzo!) quando dice nel suo La poetica dello spazio (Dedalo, 2006) che compito del viaggiatore è dare risposte alla richiesta senza tregua di decodificazione che ci fa il mondo, i libri di Delisle, che a questo livello epistemologico non riescono ad arrivarci, non possono essere definiti diari di viaggio.

Per lo stesso motivo, probabilmente, riscuotono tanto successo.

edward_saidP.S. Se ti va di sapere veramente qualcosa di quelle zone guardati, se proprio devi a fumetti, Joe Sacco, Palestina, Mondadori; se invece sai leggere allora non perderti Edward Said, La questione palestinese, Il Saggiatore; James L. Gelvin, Il conflitto israeliano-palestinese, Einaudi; T.G. Fraser, Il conflitto arabo-israeliano, Il Mulino; e il mio preferito per semplicità e immediatezza Alain Gresh, Israele-Palestina, ancora Einaudi. Li trovi tutti facile in qualsiasi libreria.

“Le odio le tue stupide storie!” “Le mie storie? No, piccolo Lord, non sono mie. Le storie esistono, prima di me e dopo di me, anche dopo di te”. G.R.MARTIN, Il Trono di Spade

 

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A Francesco I stava un po’ sul cazzo il fatto che sul trono del Sacro Romano Impero fosse stato eletto Carlo V e non lui. Non per fare il marxista d’accatto, ma l’Asburgo aveva l’appoggio del più potente banchiere di quei tempi : Jacob Fugger, ai cui argomenti i grandi elettori erano molto sensibili.

Banalità di base numero uno: il tuo esercizio di voto, l’unico atto politico di cui a conti fatti sei capace, non vale una cippa di cazzo rispetto a quello di uno di quei grandi elettori, e non è li che sta, per quanto tu lo voglia credere, l’essenza della democrazia; come vedi si eleggevano anche gli imperatori.

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Non starò qui a metterti linki. Per verificare l’attendibilità di quanto ti racconto basta il tuo manuale di storia delle superiori. Se ne hai voglia.

Banalità di base numero due: se sei sveglio e ti piace verificare che quello che leggi nella rete non sono cazzate (e nel 90% dei casi – compreso questo blog- lo sono), lo fai velocemente e con libertà. Non crederci al mito dell’autorevolezza. Sono cazzate inventate dai preti dai giornalisti e dagli accademici per farti fare i sonni belli. Più qualcuno è considerato autorevole e più usa quella mal guadagnata autorevolezza (quasi sempre in modo mafioso) per raccontarti panzane. L’attendibilità del tuo manuale di storia delle superiori sei in grado di verificarla? Quanto ti costerebbe indagarne e risalirne le fonti? Molto più che per qualsiasi cosa letta sulla rete. La nostra vita, se non vuoi essere uno spettatore televisivo (e i due terzi della popolazione lo è) è una continua estenuante ricerca e verifica delle fonti. Dal film che mi racconta il mio amico dietro una birra, al quale concedo di solito credito illimitato, e che se poi vedo scopro che lui in realtà non l’ha mai veduto e che mi stava spacciando il linko di quelche d’un altro; alle teorie storiografiche di De Felice. Nel secondo caso è un pochino più difficile. Ma puoi imparare a farlo.

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Poi comunque la storia la sai. Francesco I e Carlo V continuano a farsi guerra (quattro volte? Verificalo se hai voglia, ti costa poco… se vuoi, al limite, ti spiego come si fa… cheddici magari ci facciamo una serata alla Scighera sul come si verificano le fonti… ne hai voglia?). Durante la prima guerra contro l’impero ci fu quella famosissima battaglia, nei pressi di Pavia (era il 1525, credo… tu verificalo), in cui l’intera cavalleria francese fu spazzata via dagli archibugieri (potrei mettertelo qui un bel linko su alcuni splendidi versi dell’ Ariosto che raccontano la meraviglia causata da questa nuova arma… – trovateli: Orlando Furioso 28-30, XI) di Carlo V.

Tra gli ufficiali francesi cadde anche quel maresciallo (oddio!… era maresciallo? Controlla tu, io faccio che lo era) Jacques de La Palice che passerà alla storia perché poco prima di morire era vivo.

Banalità di base –assolutamente questa non lapalissiana- numero tre: lo sai perché abbiamo sempre meno libertà; perché si sgomberano i centri sociali nel silenzio e nell’indifferenza delle istituzioni (di sinistra) e della cittadinanza; perché si privatizzano l’eletricità. Il gas, l’acqua e tra un po’ l’aria? Per il semplice fatto che non ti sei scandalizzato, che non sei sceso in piazza, quando hanno privatizzato le storie con quell’oscenità etica e ontologica che è il diritto d’autore. Metti il lucchetto della proprietà alle storie, se riesci a far passare questo concetto: che le storie sono proprietà esclusiva di chi le racconta (o peggio di chi gli fornisce i mezzi per raccontarle), poi puoi lucchettare tutto anche l’aria (che ci è importante quanto le storie).

Cioè.

(…a proposito: lo sai, chi fu l’inventore del cioeismo? No?!? Maccome. Lo hai eletto, il Manzoni, a pilastro fondante dello scrivere romanzi epici in italiano e non ti ricordi quella viottola polverosa lungo la quale scendeva Don Abbondio? Dai. Quando gli sgherri di Don Rodrigo gli si avvicinano e gli chiedono se è lui che l’indomani dovrà sposare il Tramaglino e la Mondella; e il pavido pretocchiolo, mentre gli sfinteri tutti gli si allentano, si ficca due dita nel colletto inamidato e bofonchia, a prendere tempo, un bel …cioe… Tutta la nostra epica viene da qui. Ma.Non divaghiamo.)

La Palice oltre a essere un grande militare era un gran bell’uomo, piaceva alle donne e faceva invidia agli uomini. Quando morì in quella assurda carica; cavalleresca certo ma folle contro il presente dei nuovi belissimi –sì bellissimi anche se dispensatori di morte- archibugi, quando morì, dicevo, gli scrissero una canzone, che suonava più o meno così:

« Hélas, La Palice est mort,

il est mort devant Pavie ;

hélas, s’il n’estoit pas mort

il ferait encor envie. »

Poi, qualcuno poco dotato oppure che non sapeva il francese, oppure che, come è giusto e come lo è stato per millenni, nemmeno per il cazzo che si preoccupava di filologia e diritti d’autore, cantandola storpiò, con la sua pronuncia barbara, l’ultimo verso così : s’il n’estoit pas mort… il serait encor en vie.

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Ci fosse stato un AUTORE come si doveva, con la sua bella autorevolezza, a mostrare a quel libertario coglione di maneggiatore di canzoni altrui la sacralità della verità del testo e soprattutto del copyright, non avremmo banalità lapalissiane.

Probabilmente non avremmo nemmeno storie.

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Correvo, questo pomeriggio, lungo l’Alzaia Grande sulla mia PX10 (la più bicicletta delle biciclette da corsa mai prodotte dalla Peugeot: ce l’ho circa dal 1982; regalatami usata allora per la promozione di terza media e mai cambiata, … ovvio: alzato il sellino e cambiati un sacco di aggeggi… ma il telaio è quello) inseguendo mio fratello, che corre meglio  di me per la leggerezza del metallo del telaio, ma che ha una bici che, meccanicamente, non vale un quarto della mia: una Colnago C40 del 2000.

Insomma. Lo inseguivo e quasi lo prendevo quando, in quel di Porta Genova, mi appare questo pub… credo si chiamasse Wizard e gli mancava forse – per farmi felice- l’OF di qualche cosa… dal quale sento uscire a palla la musica dei Dream Theater. Un gruppo noiosissimo, vero… ma meglio e diverso tanto rispetto a quello che si sente di solito in diffusione nei locali del cazzo dei Navigli. Intorno e dentro metallari e metallare in perfetta tenuta di cuoio.
Freno, appoggio la bici. Chiamo il fratello che mi offra una birra.
E sorpresa. Hanno una spina che non bevevo da anni. Da quando il Rakanà ha chiuso per fare posto a quel cazzo di bistrotto belga che non mi va nemmeno di nominare, forse anche da prima… che ne aveva cambiate di spine.
La Tennets Scotch Ale. La mia birra preferita.
Mi accendo una Camel Natural, quelle con la striscia azzurra. Mentre bevo una pinta mi appoggio alla balaustra che da sul Naviglio. Sfoglio, tirato fuori dalla mia tracolla, un libercolo – appena preso in quel negozio che si chiama Supergulp- di fumetti di guerra di Harvey Kurtzman (chissà mai che mi convinca anche io che era un genio) edito da 001. Mentre mio fratello mi cogliona che come faccio a leggere roba tipo Supereroica!
Sto bene.
Mi riesce quasi di sopportare Milano, in questo farsi della sera. Nonostante il sindaco più silenzioso che ci sia, nonostante gli sgomberi delle librerie e dei centri sociali, nonostante i milanesi. Nel frattempo che aspetto quelle nuove cinque giornate.  Che, ma non voglio pensarci, non arriveranno mai.

MilanoNoir7Stamattina per andare in edicola a comprare Quaderni Ucraini di Igort – il quinto volume di quella insulsa e incoerente collana che è Graphic Journalism, ho attraversato il mercato di via Osoppo. Al banchetto dove mi fermo ogni tanto a prendere frutta e verdura aveva della borragine fresca molto bella. Non ho resistito. Ne ho comprato circa un kilo. Ora, dei Quaderni Ucraini ti parlerò, bene, dopo che ti avrò parlato male delle Cronache da Gerusalemme di Delisle. Intanto ti racconto la ricetta veloce che ho fatto con la borragine per sfamare la famiglia.

Che l’hai un pacco da mezzo kilo di pasta corta? Ce l’hai un po’ di salsiccia, diciamo due etti? E un cipollotto? Grana e Pecorino? Dell’olio non dubito, che se non hai in casa nemmeno quello sei uno che mangia sempre al ristorante; buon per te.

Pulisco circa metà della borragine che ho comprato (quella che avanza la farò fritta impanata), la lavo e poi la faccio bollire per cinque minuti. La raffreddo passandola nel ghiaccio e la metto nel mixer. Ci aggiungo un pezzo di grana e un pezzo di pecorino: vado a occhio, regolati secondo il tuo gusto; poi una presa di sale, quattro cucchiai d’olio e uno di acqua fredda. Sminuzzo.

Poi libero dal budello la salsiccia, la schiaccio con la forchetta e la rosolo in pochissimo olio. Tengo la fiamma dolcissima. Quando mi sembra che sia al punto giusto di rosolatura aggiungo il cipollotto a fettine grossolane. Sfumo con del vino bianco e proseguo cottura per cinque minuti.

Mi cuocio (siamo in quattro) tre etti e qualcosa di pasta corta, rigata assolutamente!, al dente.

Salto velocemente in padella pasta, salsiccia e pesto di borragine.

Servo. I bambini spazzano. Io e mia moglie accompagnamo con del Cannonau rosato, cantina Jerzu, 2012.

Gli anglofoni, che probabilmente non gli piace dare adito a mistificatori metafisici filosofi e teologi di giocare sull’ambiguità delle parole, di parole ne hanno molte più di noi. Per esempio: se devono usare il termine senso riferito alla vita, per spazzare ogni ambiguità e dichiarare chiaramente che stanno parlando di un disegno divino (anche perché se non ci cercassi traccia di un disegno divino non avresti motivo di interrogarti sul senso della vita, a meno che –e avresti la mia piena adesione- tu non voglia riderne del senso e della vita) usano il termine meaning. Se invece per senso vogliono intendere uno dei mezzi che ci permettono la percezione della realtà, beh!, in quel caso usano sense.

Ora, quei cattolici che consapevoli della nientità logica dei dogmi cui fanno riferimento, si sforzano di trovarne nelle ambiguità del lessico italiano una giustificazione razionale, mi accusano di meschinità quando dico che l’unica cosa che mi viene da fare quando mi trovo di fronte a chi cerca il senso della vita è di ridergli in faccia.

Non posso fare altrimenti. Non riesco a liberarmi da quell’esilarante film dei Monty Python.

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Vabbè.

Non sono meschino. Non credo. Almeno, se mi attengo ai significati che meschino ha sul vocabolario italiano. Poi ovvio, chi usa i significanti a vanvera (non voglio attribuirgli malafede) non si preoccupa se ad essi corrispondono significati. Strano. Visto l’attenzione che sembra porre alla ricerca del significato ultimo della vita. Ci fanno le marce brandendo simboli di morte.

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Sono convinti che la vita umana cominci già nel blastocita. Non si soffermano a pensare che se il 50% dei concepimenti termina con un aborto spontaneo, senza nemmeno che la donna si renda conto di essere incinta, e che il 20% delle gravidanze accertate termina con un aborto spontaneo entro il 180° giorno. Cazzo. Se il loro dio esiste ed è lui che ha stabilito le regole, beh!, probabilmente è il più fervente abortista che esista. 

Ma non è questo il punto.Lo sappiamo tutti. Il loro lento estenuante ripetere quella cazzata è volto a una risignificazione di un concetto semplicissimo. Quello di diritto. jevoussaluemarie-okUna legge come la 194 stabilisce precisamente dei diritti. Loro lo negano. Dicendo che abolirla ripristinerebbe il diritto di non abortire, sostiengono di fatto che adesso sono obbligate a farlo. Il diritto diventa un dovere. Risignificare l’idea di diritto è il primo passo. E farlo su un argomento così culturalmente imbarazzante per la maggior parte delle persone è una strategia precisa e pianificata nel dettaglio. Che la 194 resti così o venga cambiata non conta nulla.

Quello che conta è che passi il ribaltamento del senso di “diritto”. Il passo successivo sarà risignificare l’idea di dovere spacciandolo per un diritto.

Dovresti leggerti Lakoff per capire il pericolo che stiamo correndo.

Io sono un porco grufolante nel trogolo epicureo.

Abbiamo l’abitudine, un altro epicureo e io, di uscire a cena almeno una volta la settimana. Non necessariamente sempre lo stesso giorno, ma spesso capita. Abbiamo la nostra serie di luoghi oscuri, dove andare. Ieri sera eravamo in un buco libanese a mangiare Lahm Biajin, a bere una bottiglia di grenache Chateau Fakra del 2002 e a fumare la shisha.

Poi ce ne andiamo da Ombre rosse, prendiamo la nostra bottiglietta di Bowmore distillato sette anni fa e messo in bottiglia adesso adesso senza essere filtrato, due bicchieri e ci sediamo a un tavolo.

E sai che non ci viene mai da cercare il senso della vita.

Ce lo abbiamo davanti. Il sense, quello dovuto ai sensi: unica misura del mondo. Lo splendido stupefacente sapore del malto distillato e invecchiato in botti di quercia che già hanno visto passare lo sherry. Porcodio! Se ci lascia il segno lo sherry in quelle botti. E lo senti.

E ce n’è tante altre cose che passandoti sotto i sensi danno senso a ciò che di per sé non ne ha. Le tette di una diciottenne, le chiappe morbide di una quarantenne, l’infilare – previo richiesta del permesso- il cazzo in tutti i buchi che ti pare, i fumetti, il tabacco per la pipa, camminare, nuotare, mangiare, cagare.

Non c’è alcuna meschinità, nessuna grettezza nell’ammettere che la vita non  è altro che questo, cari miei; pechè vedetese anche il vostro dio, il vostro meaning esistesse è per definizione del vostro catechismo inconoscibile. Dice, se non sbaglio a pag. 15, il compendio del nuovo catechismo, che l’uomo “non può entrare da solo nell’intimità del mistero divino”. Un buon psicologo direbbe che desiderio inconscio di ogni buon cattolico è il sesso di gruppo visto che ha bisogno di aiuto per entrare nell’intimità, ma non è questo il punto. E’ quella cosa ridicola della Rivelazione che vi servirebbe per risolvere l’iconoscibilità. 

Come avviene la rivelazione non è dato sapere, se non vagamente che questo supposto dio si rivelerebbe all’uomo attraverso eventi e parole…

Gli eventi? Suvvia… per tutti gli eventi (quasi) ci sono spiegazioni scientifiche molto più interessanti complesse e intelligenti di qualsiasi disegno. Oltrettutto ammettono di poter essere falsificate. E questo mi fa dormire sonni tranquilli.

E le parole? La bibbia? Dai, perché mai le parole dei millanta millantatori che hanno steso quelle parole dovrebbero valere più delle parole di Omero?

Insomma il meaning, per accettarlo devo mettere da parte la ragione e fare un atto di fede. Sono meschino perchè non faccio l’atto di fede? Mi dispiace. Ma il vostro atto di fede, come tutti gli atti di fede, mi fa ridere. Ma da pisciarmi sotto. E non avrei altro da aggiungere se il vostro atto di fede non lo voleste appiccicare anche al mio modo di vita. 

Sono un meschino maiale materialista. Se il vostro dio esiste finirò all’inferno, sempre che i vostri teologi non ci ripensino e lo aboliscano prima della mia dipartita. Ma perchè volete che le leggi del paese intero siano tagliate esclusivamente sulla vostra malata natura?

I vostri sacerdoti che parlano tanto di legge naturale e si votano al celibato se ne sbattono del principio di non contraddizione. Vabbenissimo. Ma vogliono obbligare me a tenermi l’uccello nella patta per tutta la vita?

Scherzate vero? Vi va tanto di nascere anche se orribilmente malati e deformi e non desiderati e poi maltrattati o abbandonati?, vi va di sopportare stoicamente il dolore?, vi va di restare in vita attaccati a una macchina o su una sedia a rotelle per anni? vi va di scopare solo dopo sposati e solo con il/la vostro/a coniuge? Fatelo. Nessuno ve lo proibisce.

Però se venite con arroganza a propinarci queste fesserie come regole etiche che devono valere per tutti, beh io mi ritengo disturbato e a voi e al vostro dio, come Vanni Fucci, vi mando in culo e vi squadro le fiche.

VIVA-MARIA

Ho ventitre anni. E’ la fine dell’estate del 1991, quando mio fratello mi convince ad andare  a Modena a sentire i Metallica. Non ho un cazzo da fare: forse preparare un qualche esame – e me ne sto al mare. Sai non è la strada che mi spaventa. Quella mai. Figurati che nemmeno un mese prima sono andato fino a Reading per il festival che ci fanno lì, e ho sentito un gruppo veramente fico: mi sembra si chiamino Nirvana. Appena torno a Milano passo da Buscemi a vedere se ci trovo il disco.

Che vuoi che sia una trasferta fino a Modena. E’ che non mi convincono mica, a me, questi ragazzi qui. Così chiusi nel loro universo tutto scale estenuanti e distorte senza vera necessità narrativa, necessarie giusto a far contenti i metallari tipo mio fratello. Così fieri della loro enclave esclusiva e, soprattutto esclusa.
Ma ci vado.
Ed è che mi sbagliavo. Quella sera di fine estate ho una rivelazione.
Intanto. I Metallica sono grandi musicisti.  Lo concedo a mio fratello e gli pago tutte le birre che ci siamo scommessi. Ma non solo. Questo spettacolare concerto è una lezione di filosofia morale quale nessun filosofo potrà mai tenerti.
Ti ricordi no, che questo è quel periodo in cui do lezioni kantiane in cambio di pompini ben fatti.
Bèh, Unforgiven (quarta traccia dell’album Metallica) suonata dal vivo è una lezione etica quasi degna di un pompino.

Poi, come spesso accade, di anni ne ho ventiquattro. E’ il 1992. Non lo so se è un caso, ma mi da un sacco da pensare la cosa: che Clint Eastwood diriga il suo film più bello, più etico, e lo intitoli, cazzo!, Unforgiven.

Adesso. Ho quarantacinque anni. E’ quasi la metà del 2013 e non ci ho un cazzo da fare. Non ho esami da dare e non sono diventato (per mia fortuna) un accademico

Non è facile, lo so, leggere senza che ti salti addosso la voglia di tirarlo nel camino, la Fenomenologia dello spirito. Ma penso che sia l’unico modo per capire cosa veramente pensasse Hegel. Non solo dell’etica, di cui dallo scorso post stiamo cincischiando, ma di tutto. In fondo un bel po’ di successive visioni del mondo (qualcuna persino realizzata) si sono dovute agli sviluppi e alle critiche del suo pensiero.  Ecco Hegel fa questo: presuppone un universale etico concreto che puoi trovare in tutti i casi particolari. In altre parole: secondo lui c’è una profondissima unità tra natura e morale. Questa essenza assoluta, questa unità è, in soldoni, il dovere, il quale non può che essere l’unico oggetto e scopo della coscienza.
Quando la coscienza ha consapevolezza di questa unità e si conforma, conseguentemente, al dovere si pone in uno stato di felicità. Non sfugge però a Hegel il rischio di cadere qui in un certo determinismo. Se la natura e la morale sono una cosa unica la semplice necessità di vivere mi porterebbe a comportarmi in modo morale. Ma la libertà dello spirito individuale si realizza, secondo Hegel, che era convinto la filosofia fosse proprio la scienza della libertà, solo quando è trascesa volontaraimente in un ente più grande e unitario (quello che diventerà il fascistissimo stato etico). Quindi può mica rinunciarvi, alla libertà. E allora che fa? Si inventa l’idealismo oggettivo con il quale vorrebbe superare il trascendentalismo kantiano e risolvere il problema etico della libertà. Dice Hegel che la vera natura delle cose e la loro eticità posso coglierla solo attraverso la riflessione. Quindi quella vera natura e quella morale sono il prodotto del mio spirito, cioè della mia libertà. Attenzione adesso. Questa potrebbe sembrarti un’affermazione soggettiva… cazzo sembrerebbe che la realtà sia il prodotto del nostro pensiero, e potrebbe persino avere senso. Ma a Hegel serve un pensiero oggettivo per tenere in piedi la sua struttura. Allora ti aggiunge che la realtà  è sempre altra rispetto al modo in cui viene pensata e che quando la pensi usi liberamente, e lo puoi usare bene o male cioè moralmente o immoralmente, un logos con cui dai liberamente senso alle cose, ma questo logos non è frutto di una tua produzione. E’  roba divina, forse. Spirito.
Lo ripeto. E’ difficile comprendere come sia stato possibile che questa ridicola serie di cazzate, che qui ho riassunto alla bruttodio ma che imbrattano centinaia e centinaia di pagine, abbia influenzato così tanto la cultura italiana, tramite il viatico di Croce e di Gentile, per tutto il secolo scorso. Ancora più difficile è comprendere come ancora continui, in certa misura e soprattutto in ceti luoghi (come quella parte dell’industria culturale deputata a spacciare fanfole per ammansire i sudditi) a farlo.
Ma è così.

Infatti io credevo, ma devo ammetterlo: sono alquanto ingenuo riguardo alla consapevolezza di chi vive scrivendo storie, che fosse pacifico ormai che il pensiero analitico di George E. Moore (roba ormai di un secolo fa), per quanto discutibile (e discusso lo è stato eccome – a mio avviso senza particolare successo- da neopositivisti come Ayer e Stevenson), avesse per sempre gettato in discarica il neoidealismo: per lo meno in campo etico.
Invece.
Mi capita spesso di imbattermi, soprattutto tra autori e critici di fumetti, in vetero-hegelismi etici che definire inattuali è quasi un eufemismo.

Adesso mi faccio capire.

Quello che Moore dice, tra le tante altre cose che dice, e da cui non si potrà più prescindere, è che gli enunciati etici non sono asserzioni empiriche. Cioè (e vaffanculo Hegel) non sono evidenti e misurabili attraverso l’osservazione.
Te lo spiego ancora più facile: per Moore non si può dare nessuna definizione né di natura fisica né tantomeno metafisica di un concetto etico. Non posso descriverti il bene o il male attraverso loro proprietà precise (l’ente essente e tutte quelle fesserie idealistiche lì), ma posso indicarteli attraverso il racconto di fatti e situazioni.

Ed è quello che fa Clint Eastwood in un film fondamentale come Gli Spietati.

E’ verso la fine degli anni trenta del secolo scorso, tra il 1937 e il 1940, che (come ci insegna Bazin) il genere western arriva, cinematograficamente, a un indubbio grado di perfezione. King Vidor, Michael Curtiz, Fritz Lang, John Ford, William Wyler, George Marshall firmano alcuni capolavori senza eguali. Ce le hai in mente, vero, cose come Northwest passage, Stagecoach, I pascoli dell’odio (l’unico caso in cui il titolo italiano è più bello dell’originale), Western Union? Questo fenomeno, questa sfilza di film di genere bellissimi e imprescindibili, sostiene sempre Bazin, fu probabilmente dovuto al fermento culturale sviluppatosi da quella presa di coscienza nazionale che, nell’epoca roosveltiana, precede la guerra.
Tanto che J.L. Rieupeyrout arriverà a parlare del genere western come il cinema americano per antonomasia: un genere impregnato di realismo storico ed etico.  Fondato, come sottolineato più recentemente da Alain Badiu, sulla genealogia del coraggio e sulla necessità della lotta individuale contro la viltà e l’ingiustizia.
Un’etica genealogica e qualitativa. Di tipo protestante. Quasi hegeliana con un ricchissimo orizzonte simbolico che richiama alla Causa, un ente più grande e unitario. Come ti dicevo l’altra volta: il dovere di salvare o mantenere coesa la comunità.
L’hai visto  High Noon, vero? Capisci di cosa sto parlando?

Dagli anni quaranta a quasi tutti i sessanta nonostante le sue trasformazioni estetiche, il genere western non mette mai in dubbio questo fondamento etico della sua esistenza.

E’ nel 1969 che le cose cominciano a vacillare. Un certo Peckinpah gira Wild Bunch. Simone Regazzoni sostiene, a ragione, che pur mantenendo una precisa scelta di campo etico, questo film si libera di ogni copertura simbolica. Bishop e i suoi uomini non tornano a cercare di liberare Angel perché glielo impone una precisa scelta di sottomettersi a un dovere hegeliano verso la comunità. No. Lo fanno perché netzschianamente non gli è possibile essere se non quello che sono. Anche a costo della vita.
Buttiamo via il dovere sociale. A favore del dovere individuale.
Ma. Nietzsche le sue mosse le prende comunque da Hegel. Ne abbiamo ancora di strada da fare. Facciamola.

Nelle interviste seguite all’uscita del Mucchio Selvaggio, Sam Peckinpah ammette in certo qual modo un debito stilistico nei confronti di Sergio Leone. C’è da dire che Leone, l’anno prima dell’uscita di Wild Bunch, aveva realizzato C’era una volta il West, con il quale portava quasi a compimento (la chiusura del cerchio avverrà nel 1971 con Giù la Testa) la sua personale trasvalutazione dei valori etici del western classico, che aveva cominciato con quei tre spaghetti-western che non ci stufiamo mai di rivedere; la sua etica è, all’opposto di quella protestante dei registi degli anni quaranta e cinquanta, tutta quantitativa.
Ispirata più a Kant che a Hegel. I suoi personaggi sono guidati da un imperativo categorico. E in questo senso Giù la Testa si può considerare il capolavoro di Leone, la summa del suo pensiero etico e politico, che viene splendidamente esposto nel dialogo tra Juan Miranda e John Mallory sulla rivoluzione.

« Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: Qui ci vuole un cambiamento! e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono dietro un tavolo e parlano, parlano e mangiano, parlano e mangiano; e intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore, non parlarmi più di rivoluzioni! ».

Lo vedi quanto è kantiano? Come dice Kant nella Fondazione della metafisica dei costumi: “agisci in modo da considerare l’umanità sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre e al tempo stesso come uno scopo, e mai come un mezzo”. E’ quello che i personaggi di Leone fanno sempre, non agiscono in nome della comunità o della propria natura, agiscono sempre in nome dell’amicizia, e agiscono bene.

A questo punto potresti anche dirmi che la sequenza fondamentale degli Spietati in cui viene esplicitata l’etica eastwoodiana è quella del dialogo tra Munny e il giovane aspirante killer, in cui Munny ha, è vero, un atteggiamento che potrebbe sembrare quasi hegeliano:

Ma non è così. Perché se Leone oscilla tra stoicismo e kantismo senza mai mettere in discussione il libero arbitrio: i personaggi di Leone infatti sono liberi e scelgono sempre con cognizione la cosa giusta da fare; Eastwood invece è un rigido determinista spinoziano.
Nella sequenza finale de Gli Spietati, allo sceriffo che ha abusato del proprio potere, che ora è ferito e si trova davanti alla canna del suo fucile, quando gli chiede di essere risparmiato perché non si merita di finire così, Munny risponde secco: “non è questione di meriti, in questa storia.” E lo finisce. Non perché il personaggio interpretato da Hackman si meritasse veramente di morire, ma perché Munny, pur sapendo che “è’ una cosa grossa uccidere un uomo: gli levi tutto quello che ha, e tutto quello che sperava di avere”, comunque non può fare a meno di farlo. La storia non può che finire così. Tutti gli eventi del mito (questa storia: il western) sono determinati. Etico è mettere da parte la propria parte emotiva, accettare tutto questo e limitarsi a raccontare il bene e il male senza cercare loro proprietà definitive. Questo è, secondo Eastwood il compito di ogni narratore che si rispetti.
Non ho in mente a questo proposito film più definitivi di questo.

Testi

Saranno pure, come non manca di sottolineare il mio amico Massimo, tutte seghe. Io però trovo che ci sia il suo bel gusto a farsele. Un po’ è come quando da adolescente ti arrampichi fino allo scaffale dei libri che i tuoi genitori ritengono tu non possa leggere. Ma tu vuoi leggerli e allora sei disposto a un gesto ginnico estremo. Ti arrampichi li prendi poi, finalmente, ti ci ammazzi di seghe sopra. A Reage, Sade, Arsan, Crepax persino. Se il piacere è preceduto dalla fatica mi sembra sempre un piacere più pieno.

Allora. Prova a fare uno sforzo e leggitela la Fenomenologia dello Spirito di Hegel (a me piace l’edizione Einaudi, ma va bene anche quella Bompiani); poi se proprio non ce la fai puoi sempre farti aiutare. Procurati, tra i volumi arancioni di quella orribile (graficamente) collana ( i filosofi) di Laterza, quello che Valerio Verra ha dedicato al pensiero di Hegel.

La lettura di Kant è molto più agile di quella di Hegel. Secondo me a leggerti La metafisica dei costumi (quello di Laterza) non fai poi molta fatica. Vedi tu.

Dei Principia Ethica di George E. Moore (Cambridge University press), di cui non conosco edizioni italiane, penso che potrebbero rivelarsi una lettura feconda per tanti professionisti della parola. Ma forse se pensi sia meglio leggersi un bel bigino di quelli accademici: Storia dell’Etica di Jan Rohls, edito da il Mulino, fa al caso tuo.

Sul rapporto tra filosofia e cinema,  anche se ne cito un intervento, Pop filosofia, curato da Simone Regazzoni per il Melangolo è un libercolo, tutto sommato, trascurabile. Non puoi fare a meno di leggere invece (che non lo cito apertamente, ma quanto mi ha influenzato!) il libro di Julio Cabrera, Da Aristotele a Spielberg edito da Bruno Mondadori.

Vabbè. Di Andrè Bazin leggiti tutto quello che ti capita in mano, ma Che cos’è il cinema (Garzanti) se non l’hai gia letto e riletto almeno tre volte, beh! quello, fai di tutto per procurartelo in fretta. Di J.L. Rieupeyrout puoi sfogliare, in qualsiasi biblioteca decente La Grande Aventure du Western 1894-1964, Edition du Cerf; altrimenti puoi accontentarti di C’era una volta il western di Giampiero Frasca per Utet.

Su Eastwood in italiano bisogna accontentarsi. Fatti andare bene il volumetto di Alberto Pezzotta per il Castoro.

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