responsabili di qualcosa (considerazioni sui diari di viaggio da Bruce Chatwin a Guy Delisle).3

La Strada4Pur considerandolo un grandissimo scrittore – posso dire di avere consumato a furia di rileggerle le mie edizioni Adelphi di In Patagonia, Il Viceré di Ouidah e Le vie dei Canti –  non ho mai nutrito particolare simpatia per Bruce Chatwin. La sua vera natura narcisistica e, a mio avviso, reazionaria è mostrata senza remore soprattutto negli scritti minori. Illuminante in questo senso è la raccolta postuma di articoli vari (dagli anni sessanta alla sua morte nel 1989) curata da Jan Borm e Matthew Graves e pubblicata nel 1996 sotto il titolo di Anatomia dell’Irrequietezza. In cui è inclusa anche, ti dicevo, la sua recensione a Patagonia Rebelde di Osvaldo Bayer.

Per farti capire quale livello di malafede raggiunge Chatwin in quello scritto dovrei farti un’analisi comparata della lunga recensione e mostrarti tutti i punti in cui mente a proposito del testo di Bayer. Ma come dice Fumettologicamente io sono uno che blatera aggratis e quindi, visto che non mi paga nessuno, te la faccio breve e risparmio il tuo tempo e il mio.

Con un’acrimonia apparentemente inspiegabile Chatwin attacca il lavoro di Bayer definendolo una lunga tirata retorica e ideologica contro i latifondisti inglesi che aveva acquistato le terre patagoniche dal governo argentino ed erano poi stati abbandonati alle violenze dei peones. Dopo una descrizione della gente della patagonia così carica di disprezzo da far pensare che durante il suo viaggio qualcuno gli avesse rubato il portafogli, Chatwin dice che Bayer trascura nella sua analisi storica quella nota parte del carattere dei peones patagonici per cui “il loro ritegno esplode d’improvviso di una frenesia di sesso, di bevute e di violenza”.

Poi. Uno dei punti cardine dello studio di Bayer è la dimostrazione indiscutibile della falsità delle accuse mosse dalle autorità argentine – per giustificare il massacro –  a quelle cilene e poi a quelle russe, di aver provocato sostenuto e finanziato i rivoltosi. Chatwin sostiene che su questo Bayer sbaglia perché le autorità di frontiera argentine gli avevano assicurato dell’esistenza di documenti in contrario. Ovviamente a differenza di Bayer questi documenti lui non li cita e non li mostra. Ma il momento più alto lo raggiunge quando, in chiusura, millanta di aver conosciuto a Punta Arenas, dove Antonio Soto si era rifugiato per fuggire alla fucilazione, un vecchio tosatore di pecore scampato al massacro che gli  avrebbe raccontato che i capi dello sciopero, quelli non erano mica lavoratori, non avevano lavorato un giorno in vita loro perché erano baristi, barbieri, artisti!

C’è da chiedersi perché Chatwin sentì la necessità di pubblicare uno scritto così feroce contro Bayer e contro gli anarchici come Antonio Soto che avevano condotto gli scioperi e la rivolta in Patagonia? Perché uno che come lui si considerava un nomade, quindi – a portare alle estreme conseguenze quanto sosteneva nei suoi scritti sul nomadismo – il discendente di quei pastori vagabondi senza preoccupazioni di ordine politico e sociale, mostra una così spiccata simpatia nazionalista per quei latifondisti che stabilivano ordine, gerarchia e proprietà?

Probabilmente perché Chatwin come ci spiega Paul Thereux nel suo Chatwin Revisited, Granta, giugno 1993, non era quello che diceva di essere. Cioè un viaggiatore.  E gli serviva quindi screditare da subito, prima che In Patagonia uscisse, l’unica persona che sapeva come l’aveva realizzato quel libro. Un ottimo lavoro, racconta Bayer, di splendida struttura narrativa ma non il diario di un viaggiatore, semmai il solido romanzo di un abile cocinero. Cioè di uno che aveva saputo dosare alla perfezione in una nuova struttura (sostengono i malevoli soprattutto grazie alle competenze della sua editor Susannah Clapp) gli ingredienti presi nei libri che lui gli aveva prestato.

Per quanto gli piacesse darsi giustificazioni alla Montaigne o alla Ibn Battuta non riesco a trovare nei suoi libri una cosa fondamentale che, ritengo, deve esserci negli scritti di ogni viaggiatore. La consapevolezza, come diceva un altro grande viaggiatore a me sentimentalmente più vicino Ryszard Kapuscinsky, che quando scrivi del tuo viaggio non puoi sfuggire alla responsabilità di qualcosa (L’altro, Feltrinelli,2007). Quando scrivi del tuo viaggio sei responsabile della strada che percorri perché ogni passo ti avvicina all’incontro con l’altro.

Quando leggo Chatwin ho la sensazione che gli fosse indispensabile partire solo per, come in una vecchia brutta canzone di Vecchioni, vedersi ritornare. Dell’ALTRO, di incontrarlo, mi sembra ogni volta che lo leggo, che in realtà non gliene fregasse niente.

In fondo quando uno di quei critici impiegati paragonò, se non ricordo male sul Corriere Della Sera, il Jovanotti autore di quel florilegio di irrilevanze – spacciato per diario di viaggio- che era Il Grande Boh a Chatwin, non era in preda a un raptus di selvaggio servilismo verso l’editore che non aveva avuto la vergogna di pubblicarlo, ma dimostrava che persino in quel ambiente avevano da tempo capito il valore del secondo come viaggiatore.

Che resta sia chiaro, comunque, a differenza di Lorenzo Cherubini, un ottimo romanziere.

Guy Delisle nemmeno quello. Ma ci arrivo.

(continua)

3 commenti
  1. Laura Scarpa ha detto:

    fin qui concordo (in parte per fiducia), ma su Delisle ti voglio proprio sentire… su quali libri di Delisle… 😀

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