spetakolo kaotico sangue del cuor mio

VIVA-MARIA

Ho ventitre anni. E’ la fine dell’estate del 1991, quando mio fratello mi convince ad andare  a Modena a sentire i Metallica. Non ho un cazzo da fare: forse preparare un qualche esame – e me ne sto al mare. Sai non è la strada che mi spaventa. Quella mai. Figurati che nemmeno un mese prima sono andato fino a Reading per il festival che ci fanno lì, e ho sentito un gruppo veramente fico: mi sembra si chiamino Nirvana. Appena torno a Milano passo da Buscemi a vedere se ci trovo il disco.

Che vuoi che sia una trasferta fino a Modena. E’ che non mi convincono mica, a me, questi ragazzi qui. Così chiusi nel loro universo tutto scale estenuanti e distorte senza vera necessità narrativa, necessarie giusto a far contenti i metallari tipo mio fratello. Così fieri della loro enclave esclusiva e, soprattutto esclusa.
Ma ci vado.
Ed è che mi sbagliavo. Quella sera di fine estate ho una rivelazione.
Intanto. I Metallica sono grandi musicisti.  Lo concedo a mio fratello e gli pago tutte le birre che ci siamo scommessi. Ma non solo. Questo spettacolare concerto è una lezione di filosofia morale quale nessun filosofo potrà mai tenerti.
Ti ricordi no, che questo è quel periodo in cui do lezioni kantiane in cambio di pompini ben fatti.
Bèh, Unforgiven (quarta traccia dell’album Metallica) suonata dal vivo è una lezione etica quasi degna di un pompino.

Poi, come spesso accade, di anni ne ho ventiquattro. E’ il 1992. Non lo so se è un caso, ma mi da un sacco da pensare la cosa: che Clint Eastwood diriga il suo film più bello, più etico, e lo intitoli, cazzo!, Unforgiven.

Adesso. Ho quarantacinque anni. E’ quasi la metà del 2013 e non ci ho un cazzo da fare. Non ho esami da dare e non sono diventato (per mia fortuna) un accademico

Non è facile, lo so, leggere senza che ti salti addosso la voglia di tirarlo nel camino, la Fenomenologia dello spirito. Ma penso che sia l’unico modo per capire cosa veramente pensasse Hegel. Non solo dell’etica, di cui dallo scorso post stiamo cincischiando, ma di tutto. In fondo un bel po’ di successive visioni del mondo (qualcuna persino realizzata) si sono dovute agli sviluppi e alle critiche del suo pensiero.  Ecco Hegel fa questo: presuppone un universale etico concreto che puoi trovare in tutti i casi particolari. In altre parole: secondo lui c’è una profondissima unità tra natura e morale. Questa essenza assoluta, questa unità è, in soldoni, il dovere, il quale non può che essere l’unico oggetto e scopo della coscienza.
Quando la coscienza ha consapevolezza di questa unità e si conforma, conseguentemente, al dovere si pone in uno stato di felicità. Non sfugge però a Hegel il rischio di cadere qui in un certo determinismo. Se la natura e la morale sono una cosa unica la semplice necessità di vivere mi porterebbe a comportarmi in modo morale. Ma la libertà dello spirito individuale si realizza, secondo Hegel, che era convinto la filosofia fosse proprio la scienza della libertà, solo quando è trascesa volontaraimente in un ente più grande e unitario (quello che diventerà il fascistissimo stato etico). Quindi può mica rinunciarvi, alla libertà. E allora che fa? Si inventa l’idealismo oggettivo con il quale vorrebbe superare il trascendentalismo kantiano e risolvere il problema etico della libertà. Dice Hegel che la vera natura delle cose e la loro eticità posso coglierla solo attraverso la riflessione. Quindi quella vera natura e quella morale sono il prodotto del mio spirito, cioè della mia libertà. Attenzione adesso. Questa potrebbe sembrarti un’affermazione soggettiva… cazzo sembrerebbe che la realtà sia il prodotto del nostro pensiero, e potrebbe persino avere senso. Ma a Hegel serve un pensiero oggettivo per tenere in piedi la sua struttura. Allora ti aggiunge che la realtà  è sempre altra rispetto al modo in cui viene pensata e che quando la pensi usi liberamente, e lo puoi usare bene o male cioè moralmente o immoralmente, un logos con cui dai liberamente senso alle cose, ma questo logos non è frutto di una tua produzione. E’  roba divina, forse. Spirito.
Lo ripeto. E’ difficile comprendere come sia stato possibile che questa ridicola serie di cazzate, che qui ho riassunto alla bruttodio ma che imbrattano centinaia e centinaia di pagine, abbia influenzato così tanto la cultura italiana, tramite il viatico di Croce e di Gentile, per tutto il secolo scorso. Ancora più difficile è comprendere come ancora continui, in certa misura e soprattutto in ceti luoghi (come quella parte dell’industria culturale deputata a spacciare fanfole per ammansire i sudditi) a farlo.
Ma è così.

Infatti io credevo, ma devo ammetterlo: sono alquanto ingenuo riguardo alla consapevolezza di chi vive scrivendo storie, che fosse pacifico ormai che il pensiero analitico di George E. Moore (roba ormai di un secolo fa), per quanto discutibile (e discusso lo è stato eccome – a mio avviso senza particolare successo- da neopositivisti come Ayer e Stevenson), avesse per sempre gettato in discarica il neoidealismo: per lo meno in campo etico.
Invece.
Mi capita spesso di imbattermi, soprattutto tra autori e critici di fumetti, in vetero-hegelismi etici che definire inattuali è quasi un eufemismo.

Adesso mi faccio capire.

Quello che Moore dice, tra le tante altre cose che dice, e da cui non si potrà più prescindere, è che gli enunciati etici non sono asserzioni empiriche. Cioè (e vaffanculo Hegel) non sono evidenti e misurabili attraverso l’osservazione.
Te lo spiego ancora più facile: per Moore non si può dare nessuna definizione né di natura fisica né tantomeno metafisica di un concetto etico. Non posso descriverti il bene o il male attraverso loro proprietà precise (l’ente essente e tutte quelle fesserie idealistiche lì), ma posso indicarteli attraverso il racconto di fatti e situazioni.

Ed è quello che fa Clint Eastwood in un film fondamentale come Gli Spietati.

E’ verso la fine degli anni trenta del secolo scorso, tra il 1937 e il 1940, che (come ci insegna Bazin) il genere western arriva, cinematograficamente, a un indubbio grado di perfezione. King Vidor, Michael Curtiz, Fritz Lang, John Ford, William Wyler, George Marshall firmano alcuni capolavori senza eguali. Ce le hai in mente, vero, cose come Northwest passage, Stagecoach, I pascoli dell’odio (l’unico caso in cui il titolo italiano è più bello dell’originale), Western Union? Questo fenomeno, questa sfilza di film di genere bellissimi e imprescindibili, sostiene sempre Bazin, fu probabilmente dovuto al fermento culturale sviluppatosi da quella presa di coscienza nazionale che, nell’epoca roosveltiana, precede la guerra.
Tanto che J.L. Rieupeyrout arriverà a parlare del genere western come il cinema americano per antonomasia: un genere impregnato di realismo storico ed etico.  Fondato, come sottolineato più recentemente da Alain Badiu, sulla genealogia del coraggio e sulla necessità della lotta individuale contro la viltà e l’ingiustizia.
Un’etica genealogica e qualitativa. Di tipo protestante. Quasi hegeliana con un ricchissimo orizzonte simbolico che richiama alla Causa, un ente più grande e unitario. Come ti dicevo l’altra volta: il dovere di salvare o mantenere coesa la comunità.
L’hai visto  High Noon, vero? Capisci di cosa sto parlando?

Dagli anni quaranta a quasi tutti i sessanta nonostante le sue trasformazioni estetiche, il genere western non mette mai in dubbio questo fondamento etico della sua esistenza.

E’ nel 1969 che le cose cominciano a vacillare. Un certo Peckinpah gira Wild Bunch. Simone Regazzoni sostiene, a ragione, che pur mantenendo una precisa scelta di campo etico, questo film si libera di ogni copertura simbolica. Bishop e i suoi uomini non tornano a cercare di liberare Angel perché glielo impone una precisa scelta di sottomettersi a un dovere hegeliano verso la comunità. No. Lo fanno perché netzschianamente non gli è possibile essere se non quello che sono. Anche a costo della vita.
Buttiamo via il dovere sociale. A favore del dovere individuale.
Ma. Nietzsche le sue mosse le prende comunque da Hegel. Ne abbiamo ancora di strada da fare. Facciamola.

Nelle interviste seguite all’uscita del Mucchio Selvaggio, Sam Peckinpah ammette in certo qual modo un debito stilistico nei confronti di Sergio Leone. C’è da dire che Leone, l’anno prima dell’uscita di Wild Bunch, aveva realizzato C’era una volta il West, con il quale portava quasi a compimento (la chiusura del cerchio avverrà nel 1971 con Giù la Testa) la sua personale trasvalutazione dei valori etici del western classico, che aveva cominciato con quei tre spaghetti-western che non ci stufiamo mai di rivedere; la sua etica è, all’opposto di quella protestante dei registi degli anni quaranta e cinquanta, tutta quantitativa.
Ispirata più a Kant che a Hegel. I suoi personaggi sono guidati da un imperativo categorico. E in questo senso Giù la Testa si può considerare il capolavoro di Leone, la summa del suo pensiero etico e politico, che viene splendidamente esposto nel dialogo tra Juan Miranda e John Mallory sulla rivoluzione.

« Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: Qui ci vuole un cambiamento! e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono dietro un tavolo e parlano, parlano e mangiano, parlano e mangiano; e intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore, non parlarmi più di rivoluzioni! ».

Lo vedi quanto è kantiano? Come dice Kant nella Fondazione della metafisica dei costumi: “agisci in modo da considerare l’umanità sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre e al tempo stesso come uno scopo, e mai come un mezzo”. E’ quello che i personaggi di Leone fanno sempre, non agiscono in nome della comunità o della propria natura, agiscono sempre in nome dell’amicizia, e agiscono bene.

A questo punto potresti anche dirmi che la sequenza fondamentale degli Spietati in cui viene esplicitata l’etica eastwoodiana è quella del dialogo tra Munny e il giovane aspirante killer, in cui Munny ha, è vero, un atteggiamento che potrebbe sembrare quasi hegeliano:

Ma non è così. Perché se Leone oscilla tra stoicismo e kantismo senza mai mettere in discussione il libero arbitrio: i personaggi di Leone infatti sono liberi e scelgono sempre con cognizione la cosa giusta da fare; Eastwood invece è un rigido determinista spinoziano.
Nella sequenza finale de Gli Spietati, allo sceriffo che ha abusato del proprio potere, che ora è ferito e si trova davanti alla canna del suo fucile, quando gli chiede di essere risparmiato perché non si merita di finire così, Munny risponde secco: “non è questione di meriti, in questa storia.” E lo finisce. Non perché il personaggio interpretato da Hackman si meritasse veramente di morire, ma perché Munny, pur sapendo che “è’ una cosa grossa uccidere un uomo: gli levi tutto quello che ha, e tutto quello che sperava di avere”, comunque non può fare a meno di farlo. La storia non può che finire così. Tutti gli eventi del mito (questa storia: il western) sono determinati. Etico è mettere da parte la propria parte emotiva, accettare tutto questo e limitarsi a raccontare il bene e il male senza cercare loro proprietà definitive. Questo è, secondo Eastwood il compito di ogni narratore che si rispetti.
Non ho in mente a questo proposito film più definitivi di questo.

Testi

Saranno pure, come non manca di sottolineare il mio amico Massimo, tutte seghe. Io però trovo che ci sia il suo bel gusto a farsele. Un po’ è come quando da adolescente ti arrampichi fino allo scaffale dei libri che i tuoi genitori ritengono tu non possa leggere. Ma tu vuoi leggerli e allora sei disposto a un gesto ginnico estremo. Ti arrampichi li prendi poi, finalmente, ti ci ammazzi di seghe sopra. A Reage, Sade, Arsan, Crepax persino. Se il piacere è preceduto dalla fatica mi sembra sempre un piacere più pieno.

Allora. Prova a fare uno sforzo e leggitela la Fenomenologia dello Spirito di Hegel (a me piace l’edizione Einaudi, ma va bene anche quella Bompiani); poi se proprio non ce la fai puoi sempre farti aiutare. Procurati, tra i volumi arancioni di quella orribile (graficamente) collana ( i filosofi) di Laterza, quello che Valerio Verra ha dedicato al pensiero di Hegel.

La lettura di Kant è molto più agile di quella di Hegel. Secondo me a leggerti La metafisica dei costumi (quello di Laterza) non fai poi molta fatica. Vedi tu.

Dei Principia Ethica di George E. Moore (Cambridge University press), di cui non conosco edizioni italiane, penso che potrebbero rivelarsi una lettura feconda per tanti professionisti della parola. Ma forse se pensi sia meglio leggersi un bel bigino di quelli accademici: Storia dell’Etica di Jan Rohls, edito da il Mulino, fa al caso tuo.

Sul rapporto tra filosofia e cinema,  anche se ne cito un intervento, Pop filosofia, curato da Simone Regazzoni per il Melangolo è un libercolo, tutto sommato, trascurabile. Non puoi fare a meno di leggere invece (che non lo cito apertamente, ma quanto mi ha influenzato!) il libro di Julio Cabrera, Da Aristotele a Spielberg edito da Bruno Mondadori.

Vabbè. Di Andrè Bazin leggiti tutto quello che ti capita in mano, ma Che cos’è il cinema (Garzanti) se non l’hai gia letto e riletto almeno tre volte, beh! quello, fai di tutto per procurartelo in fretta. Di J.L. Rieupeyrout puoi sfogliare, in qualsiasi biblioteca decente La Grande Aventure du Western 1894-1964, Edition du Cerf; altrimenti puoi accontentarti di C’era una volta il western di Giampiero Frasca per Utet.

Su Eastwood in italiano bisogna accontentarsi. Fatti andare bene il volumetto di Alberto Pezzotta per il Castoro.

3 commenti
  1. Giangius ha detto:

    ora sono pressocchè che catturato da questo blog, dai tuoi articoli, dalle dissertazioni, elucubrazioni, filosofate scazzate.
    In un post simbolico per qualità e densità di informazioni ti dico: “Grazie” per ciò e come lo scrivi.

    un saluto

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