Responsabili di qualcosa (considerazioni sui diari di viaggio da Bruce Chatwin a Guy Delisle).4

concludo alcune riflessioni

Mi diverto con il dire che i fumetti di Guy Delisle non sono reportage di viaggio, ma i diari delle sue vacanze. In realtà non è nemmeno così. Una vacanza comporta comunque almeno una scelta: quella della destinazione. Delisle non sceglie le proprie destinazioni. Gli sono, in qualche modo, imposte: le prime trasferte lavorative a Pyongyang e Shenzen;  poi al seguito della sua compagna Nadège che lavora per Médecins Sans Frontières in Birmania e a Gerusalemme.

Nei primi tre volumi (Shenzen, Pyongyang e Birmania, pubblicati in Italia da Fusi Orari tra il 2006 e il 2008 e riproposti ora da Lizard) Delisle interpreta la cultura di quei paesi e quello che gli accade personalmente secondo i punti di riferimento di quello che Michel Onfray (Filosofia del Viaggio-Poetica della geografia, Ponte Alle Grazie, 2010) definirebbe “il suo sguardo prefabbricato”, rinchiuso nel paraocchi del tempo del suo lavoro e della sua appartenenza geografica: quella del mondo ricco, comodo, occidentale. Lambisce la cultura dei paesi dove soggiorna per lunghi periodi senza mai affrontarla seriamente; non si mette mai in gioco, non rischia nulla; resta sulla superficie, virtuoso surfista del neocolonialismo produttivo (è supervisore di non so quale studio d’animazione globalista), di tutti gli epifenomeni della sua vita in quei paesi e in quei periodi; milita incessantemente alla radicale difesa della propria appartenenza borghese e occidentale.

Di conseguenza il suo lavoro – tra l’altro la costruzione delle sue tavole è di una piattezza disarmante, che se non ci fosse l’azzardo di qualche ellisse narrativa ogni tanto, quasi ti coglierebbe la noia- non comunica al lettore nessuna sorpresa, nessuna meraviglia per la differenza, la diversità e la molteplicità. Trattandosi, in questi primi tre libri, dei diari della sua permanenza in paesi, da lui stesso definiti, del terzo mondo, oltretutto governati da dittature ideologicamente avverse alla sua indefessa occidentalità, non sorprende che le caratteristiche del suo approccio a quelle culture risulti rassicurante per il lettore occidentale, che ne ha decretato il successo.

Ma quando deve raccontare del suo soggiorno in un paese che, tutto sommato, in parte rientra nello specifico occidentale, ma che è anche centro conflittuale di incontro di almeno quattro culture diverse e inconciliabili, i nodi vengono al pettine.

Cronache da Gerusalemme (2012, Rizzoli-Lizard) svela la sua assoluta incapacità a raccontare il viaggio. Il suo non è lo sguardo del colonialista arrogante ed eurocentrico come poteva essere quello di Chatwin pronto comunque all’estetica dell’avventura e della conquista e alla responsabilità che comporta; non è nemmeno lo sguardo, come vorrebbe il mio amico Paolo nella sua introduzione all’edizione di questo libro per il Corsera, di un viaggiatore disambientato: tutto sconcerto e stupore. E’ lo sguardo di uno che semplicemente non capisce, non si assume nessuna responsabilità e vorrebbe andarsene al più presto.

Cronache di cosa, le sue da Gerusalemme? Che a parte i lamenti dell’autore non ci succede niente. Già nelle prime tavole, favorevolmente colpito dalla modernità dell’aeroporto Delisle afferma che finalmente stare lì per un anno gli permetterà “una volta tanto di vedere qualcosa di diverso dai paesi del terzo mondo”. Già lo capisci, i paesi che ha visitato, dove ha vissuto sono per lui un tutto indistinto, la piattezza della normalità dell’arretratezza rispetto alla diversità (perchè superiorità) del suo mondo vero, quello di plastica dei centri di relax dove l multinazionali per cui lavora mandano i loro dipendenti a ritemprarsi. Ma già l’accento della persona che li riceve all’aeroporto lo colpisce: è arabo. Così in tre vignette il collegamento arabo – terzo mondo lo porta a preoccuparsi per quello che sarà lo stato del loro alloggio. Poi ogni volta viene smentito, ma questo non gli insegna niente. I suoi processi epistemologici restano sempre gli stessi.

Quando una rappresentante di MSF passa a spiegargli la situazione di Gerusalemme, prima che sua moglie cominci a lavorare, Delisle ammette di non averci capito niente. Ma dice di avere un anno per riuscire a capirci qualcosa. Quando partirà dopo 340 tavole di noia del lettore, continuerà a non averci capito niente e quel che è peggio senza avere fatto capire niente a noi, nonostante la pazienza che abbiamo dovuto metterci nel leggerlo.

Nel trattato primo del Convivio Dante ci da una spiegazione di quali sono le cause che tengono gli uomini lontano dalla conoscenza. Alcune le colloca dentro l’uomo, altre al suo esterno. Le prime possono riguardare il corpo (qualsiasi sorta di impedimento fisico) oppure la mente (un qualche impedimento caratteriale), le seconde attengono alle circostanze e sono di due tipi: gli impegni lavorativi e famigliari che non lasciano tempo per la sperimentazione, e le condizioni ambientali. Per Dante, uomo del suo tempo, l’impedimento fisico e quello famigliare non sono da vituperare, anzi. Gli impedimenti ambientali sono, a suo avviso (che Marx era ancora lontano) colpa di chi li subisce, certo, ma non poi così gravi come l’impedimento mentale: l’incapacità di essere responsabili. Una specie di vigliaccheria epistemologica. Conoscere significa prima di tutto assumersi la responsabilità di interpretare.

Dunque se ha ragione Gaston Bachelard (e ha ragione, cazzo!) quando dice nel suo La poetica dello spazio (Dedalo, 2006) che compito del viaggiatore è dare risposte alla richiesta senza tregua di decodificazione che ci fa il mondo, i libri di Delisle, che a questo livello epistemologico non riescono ad arrivarci, non possono essere definiti diari di viaggio.

Per lo stesso motivo, probabilmente, riscuotono tanto successo.

edward_saidP.S. Se ti va di sapere veramente qualcosa di quelle zone guardati, se proprio devi a fumetti, Joe Sacco, Palestina, Mondadori; se invece sai leggere allora non perderti Edward Said, La questione palestinese, Il Saggiatore; James L. Gelvin, Il conflitto israeliano-palestinese, Einaudi; T.G. Fraser, Il conflitto arabo-israeliano, Il Mulino; e il mio preferito per semplicità e immediatezza Alain Gresh, Israele-Palestina, ancora Einaudi. Li trovi tutti facile in qualsiasi libreria.

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