come ho letto alcuni dei libri che ho letto (2) ovvero chi cazzo era Raymond Roussel

Subissi il fascino di quell’idea ottocentesca, dominante in Italia nonostante le rivoluzioni epistemiche dell’ultimo secolo, che vede la cultura (e, cosa più grave, la conoscenza) come una “mappa spirituale” di metaforiche infinite confusioni tra la realtà e la scrittura, di cui sono esponenti tenuti in (per me) incomprensibile anacronistica considerazione vecchi arnesi accademici come Claudio Magris, invece di essere convinto, come sono, che la realtà con la scrittura ci entra quanto i cavoli a merenda: e non è un caso che uno che se ne intendeva e di una e dell’altra, come Rimbaud quando ha cominciato a vivere  ha smesso di scrivere (era il 1873) e, stanco e dei pompini che gli staccava lo smidollato Verlaine quanto disgustato dall’inutilità della cultura europea così intesa, quel niente di cui è piena la gente come Citati, Calasso, Magris, se ne andò in Africa; subissi, ti dicevo il fascino di quegli ottuagenari lì, convinti che il rapporto dell’intellettuale con la realtà debba essere sempre mediato dalla scrittura, comincerei a parlarti di ciò di cui voglio parlarti partendo da una stanza d’albergo.  Quale più ficcante muffita metafora mitteleuropea della vita e del viaggio che comporta, di una camera d’albergo?

In fondo i grandi scrittori hanno scritto i loro grandi libri proprio in camere d’albergo. Non so dove Celati l’abbia tradotto, ma Joyce ha scritto buona parte dell’Ulisse in una stanza del Concorde Lutetia di Parigi, Proust ha scritto tanta parte della Recherche in una camera del Grand Hotel di Cabourg, Hemingway in una suite del Grand Hotel La Perla di Pamplona ci ha scritto tutta Fiesta e Fitzgerald il Grande Gatsby all’Algonquin Hotel di New York.

Raymond Roussel invece al Grand Hotel et des Palmes di Palermo non ci scrisse nulla, non scriveva più niente da tempo,  forse perché aveva cominciato a vivere, e a vivere si sa tocca poi morire. Infatti, nella stanza 224 di quell’albergo, Roussel la notte tra il 13 e il 14 luglio del 1933 ci morì. In circostanze che 38 anni dopo suscitarono l’attenzione e un limpido racconto/inchiesta di Leonardo Sciascia. (leggilo!)

Roussel era un mentecatto. Secondogenito di un agente di cambio che aveva messo insieme una notevole fortuna, credeva di essere un grande musicista e un grande scrittore. Scriveva versi e ci componeva melodie per accompagnarli. Ma del proprio valore era conscio solo lui. Nel 1894 ereditò la fortuna di suo padre e divenne multimilionario. Visto che nessun editore sembrava interessato ai suoi lavori nel 1896, potendoselo permettere, si autoprodusse un romanzo in versi alessandrini intitolato La Doublure. Avere tra le mani le copie stampate (da se stesso) del proprio romanzo, gli fecero provare «una gioia universale di straordinaria intensità». Il libro, ovviamente, non lo comprò nessuno. Psichicamente provato finì in cura dallo psichiatra Pierre Janet,che sul suo caso ci scrisse il saggio De l’angoisse à l’extase.

Nonostante la malattia, frequentava i salotti mondani, dove conobbe Marcel Proust, altra bella razza di mentecatto. Questa frequentazione lo convinse ancor più del proprio valore e, nel 1904, si autoprodusse La vue, descrizione di ciò che si può vedere di una spiaggia attraverso una sfera di vetro. Chi il biscottino chi la bolla di cristallo con dentro la neve. Ma lo ammetto, quello scritto è un gioiellino. Cui fece seguire nel 1910 Impressions d’Afrique, il suo diario d’Africa sulle orme di Rimbaud ma per scrivere il quale non aveva mai messo il naso fuori dalla sua camera d’albergo di Addis Abeba. Ma non c’era, all’epoca una qualche cazzo di Amazon dove vendere al mondo intero, in pochi bite la propria opera e il pubblico continuò a mancargli: per esaurire la prima edizione di Impression d’Afrique ci vollero 22 anni. Nel 1914 scrive e si pubblica Locus solus, che il pubblico trattò nello stesso modo dei suoi lavori precedenti. Deluso decide, potendoselo permettere, di fare il giro del mondo.

Tra il 1924 e il 1926  si stampa ancora tre lavori L’Étoile au front, La Poussière de soleils, Nouvelles Impressions d’Afrique (per scrivere le quali nemmeno ci mette più piede in Africa).

Poi si fa costruire una roulotte immensa, degna di Moira Orfei e parte per un lungo viaggio in Italia. Persino Mussolini incuriosito,volle essere invitato a vedere la sua gigantesca casa mobile.

Il 14 luglio 1933 Raymond Roussel fu trovato morto nella camera del Grand Hotel Delle Palme a Palermo per un’overdose da barbiturici. E’ stato sepolto nel cimitero di Père-Lachaise.

Nel 1935 uscì postumo quello che è un vero grande capolavoro della letteratura (che fossi un editore io pubblicherei subito con traduzione e introduzione mia, tra meno di un mese saranno già dieci anni che è di dominio pubblico) il Comment j’ai écrit certains de mes livres, cui tributeranno, quasi trent’anni dopo finalmente e quasi contemporaneamente, il dovuto riconoscimento gli accoliti dell’Oulipo e Michel Foucault.

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