A CAZZO DI CANE ovvero dalle costrizioni del formato ai formati della costrizione

 

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L’interesse di un letterato illuminista come Sciascia per Raymond Roussel è dovuto tutto alle circostanze ambigue della sua morte, che gli forniscono il pretesto, senza allontanarsi da Palermo, di indagare il rapporto tra verità e scrittura letteraria. Illuminanti sono infatti, per quanto non appieno condivisibili, le conclusioni cui lo scrittore siciliano giunge al termine del bel racconto (che, se ancora non hai seguito il mio consiglio, ti invito nuovamente a leggere) Atti relativi alla morte di Raymond Roussel. La riscrittura in forma narrativa dei fatti chiari e piani relativi alla cronaca della morte di Roussel è indispensabile, secondo Sciascia a trasformarli in “atti assoluti”, cioè complessi e oscuri come veramente sono. I fatti della vita. La letteratura secondo Sciascia non è strumento per svelare la verità, perché non è oggetto esterno alla verità; ne è anzi elemento fondamentale e indissolubile, che serve ad accrescerla.

L’interesse invece di un filosofo in qualche modo (post)strutturalista come Foucault per Roussel è tutto per lo scrittore che cercò di fondare la letteratura non su una qualche declinazione della verità o della soggettività, ma solo su un lavoro intellettuale svolto sulle parole. Una pratica computazionale della scrittura letteraria vincolata da rigorose regole formali. Quelle che gli accoliti dell’OuLiPo chiameranno contraintes cioè costrizioni.

Quelle che gli autori di fumetto in Italia, facendo non poca confusione, chiamano i formati.

Il punto di partenza, paradossalmente, è lo stesso. La constatazione che gli enunciati di un linguaggio risultano da combinatorie le cui regole si delineano, attraverso l’uso, in una sintassi di cui possiamo poi descrivere il metodo. D’altra parte il buon Renè Descartes era solito affermare che di metodo per interrogare la realtà ognuno ci ha il suo, l’importante è stabilire le regole base del proprio, di metodo, e seguirle per tutta la vita.

Nel 1933, lo stesso anno in cui morì Roussel, un altro Raymond, quel Queneau che poi, nel 1960, fonderà l’Oulipo pubblicava il suo primo romanzo. Le Chiendent (se non leggi il francese e ti interessa io proporrei che forse se insistiamo in qualcuni l’Einaudi ce la tira fuori dal Pantano dell’ oblio editoriale l’edizione che non ci fa vedere più dal 1948), in cui elaborava una scrittura sottoposta a una serie di contraintes che sono la parodia delle regole stabilite da Descartes nel suo Discorso.

Adesso aspetta lì un attimo. Che finisco di rollarmi la sigaretta e poi ti dico. Tanto che fretta hai? C’è il sole. La crisi ci toglie il lavoro e ci lascia un sacco di tempo. C’è neanche da andare lontani, che è una bella fatica viaggiare senza soldi. Allora che ne dici se ce ne restiamo un po’ qui? Magari andiamo a vederci la mostra di Warhol… che sabato sono andato a vedere quella di Crepax – sai è gratuita; sai ho imparato una cosa fondamentale. Che le cornici (le contraintes?) sono ovunque! Pensa, ci sono queste tavole fatte tutte di precisione matematica e ampiezza di geometrico respiro costrette dentro enormi fondi di scatole di cartone; con una fottuta lastra di plexigas davanti e rifletterti la luce dei faretti. Gabbie insopportabili. Messe li da gente che costruisce altarini in memoria, e non si rende conto della vita che pulsa in quelle tavole (per dirtene una: tutta sta menata sullo Skyline di Milano che ci starebbe nel fumetto di Long Wei, ma quando mai? L’hai vista quanta e tutta la Milano che c’è in ogni tavola di Crepax?) asfissiandole di costrizioni e sovrastrutture.

Allora. Una bella merda.
Adesso aspetta lì un attimo. Che mi accendo la sigaretta e torniamo a quella storia là che ti accennavo dei fumettari che quando parlano dei propri limiti, come se i formati imposti dal cosiddetto mercato fossero tante belle contraintes, li vedono come stimolanti la creatività: per superare ostacoli simili, dicono, devi essere proprio bravo, cazzo!

Il fumetto di cui parlano loro, quello del seriale italiano – e sottolineo seriale, che troppo spesso viene usato come equivalente di popolare – è una pesante cornice barocca, fatta di cartone piegato alle convenzione dell’autore unico che da il nome all’impresa. E con niente dentro.
Un tipo di narrazione prefabbricato dagli anni sessanta del secolo scorso, il cui stile diventa criterio infallibile per costruire storie. Un ordine del discorso sclerotizzato nel quale è stato assolutizzato come infallibile e invariabile un modello che non contiene più nulla da decenni, e al quale non bastano più i trucchetti plagiari (postmoderni si dice) con i quali, allora adolescenti, ci aveva ingannato l’illusionista Sclavi.

Adolescenti. Appunto.

Dice Godard, in Je vous Salue Sarajevo (1994) che la cultura è la regola, l’arte l’eccezione. La regola ce la dicono tutti (fumetti,computer, t-shirt, televisione, turismo), nessuno può dirci l’eccezione. L’eccezione non si può dire, si può scrivere (Flaubert, Dostoevskij), si può comporre (Mozart), la si può dipingere (Cezanne, Vermeer ), la si filma (Antonioni, Vigo).

Il punto è che il fumetto, è regola – sclerotizzata e fragile e vincolata al mercato – che veniva detta dal papà di Dylan Dog – come se fosse eccezione. Era un inganno. Una cornice. Ma a differenza di quelle di cartone che imballano le tavole di Crepax in quella mostra, non era inutile.

Non lo era per i motivi che ho detto qui.

Oggi lo è.

Adesso, per dimostrarti che non sto andando a CAZZO di CANE ci tocca tornare a Cartesio e a Queneau. Ce l’hai la pazienza necessaria vero?

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