dove tutti gli uomini si chiamano dylan e tutti i cani si chiamano dog

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Se Renè Descartes ha un merito, è sicuramente quello di avere superato la stantia (metafisica) ontologia scolastica dando alla filosofia un’impostazione gnoseologica. Con lui non è più l’essere il fondamento della speculazione filosofica, quanto piuttosto il cogito, la conoscenza. La vedi da te la portata rivoluzionaria di questa cosa: per la prima volta nella storia del pensiero occidentale il mondo non è dato per scontato, ma considerato reale in rapporto alla corrispondenza che intercorre tra esso e il contenuto del mio pensiero su di esso. Conoscere il mondo è quindi possibile ma non scontato, è un processo praticamente infinito. Infatti per conoscerlo secondo Descartes si deve procedere trascurandone la complessità d’insieme e smontandolo in pezzi sempre più semplici e più piccoli finché non ne avremo davanti tutte le singole parti. Allora potremo rimontare l’insieme e grazie ai passaggi effettuati ottenere una conoscenza del reale il più possibile vicina alla totalità e alla perfezione. Un metodo questo che ha il difetto di richiedere praticamente l’eternità. Ma ha anche il pregio, secondo Descartes, di poter essere condotto in totale solitudine. Al calduccio di una Stube.

Secondo Girolamo De Michele (nel suo utilissimo Filosofia, un corso di sopravvivenza, Ponte alle grazie, 2011) il limite del metodo cartesiano sta proprio in questo suo solipsismo. Secondo Descartes per giungere alla verità sul mondo non avremmo bisogno né di cooperare né di interagire con gli altri, cosa che rischierebbe di distoglierci nella nostra impresa conoscitiva per condurci a volere, insieme agli altri con cui interagiamo, agire sul mondo per cambiarlo: magari combattendo ingiustizie e sofferenze. No. Il filosofo deve preoccuparsi solo di conoscere il mondo e raccontarlo com’è.

Tutta l’opera di Queneau è costruita sul gioco strutturale sottoposto alle regole di un metodo letterario ferreo volto alla cartesiana (anche molto ironica) ricerca conoscitiva del mondo e della sua verità. Certo a Queneau non interessa conoscere il mondo per cambiarlo (che in fondo un mondo meno assurdo e più giusto gli darebbe meno spunti per i suoi romanzi) ma per descrivere le corrispondenze con il suo pensiero su di esso, cioè raccontare delle storie.

Quando nel 1967 Jacques Derrida deve tradurre il termine tedesco destruktion con cui Heidegger indicava (in Essere e Tempo, 1927) la necessità di liberare la riflessione ontologica dai troppi contenuti stratificati che l’avevano resa altro dai contenuti originari, utilizza un termine che avrà soverchia fortuna: deconstruction. Non sto ora a raccontarti –magari ci torniamo su- quanto il pensiero derridiano sia interessante per la riflessione sul fumetto: infatti per lui il decostruzionismo non era che una strategia (con cui liberarsi della metafisica) di lettura dei testi classici, con un’importantissima attribuzione di valore allo sguardo nella pratica della fruizione del testo: la scrittura grafica infatti è composta di tantissimi elementi non fonetici indispensabili alla sua stessa comprensione: punteggiatura, margini, corsivi, sottolineature etc.

Il problema è quello che il decostruzionismo divenne tra gli anni settanta e gli anni ottanta per i tanti orfani dei troppi ismi lettarari (dal futurismo al surrealismo passando per l’uolipismo). Un degenerato gioco intellettuale nel quale il testo diventa tutto, insieme la realtà e l’unico mezzo decostruendo il quale si può conoscere la realtà. L’unica cosa da fare per conoscere il mondo è smontare e rimontare su assi cartesiani, senza mai uscirne, il testo. In un crescendo autoreferenziale che riduce il mondo a un’ossesione privata. Adesso come, forte di questa moda decostruzionista e del suo maneggiarne da maestro gli strumenti, Tiziano Sclavi realizzò, nella temperie di riflusso della fine degli anni ottanta lo straordinario successo di Dylan Dog, te l’ho già raccontato e non farmelo ripetere.

La cosa che devi tenere presente, per il discorso che andiamo a fare, è che il Dylan Dog che ha funzionato bene era quello in cui i riferimenti molteplici dell’intertestualità (le millecinquecento citazioni) con il mondo culturale esterno su cui ogni singolo albo era costruito rimandava, per la straordinaria capacità decostruzionista di Tiziano Sclavi, all’intertestualità interna alla testata, cioè alle relazioni tra i diversi albi, senza mai cadere (o riuscendo a dissimulare le cadute) nell’autoreferenzialità. Il problema è che questo equilibrio lo riusciva a mantenere solo Sclavi, un po’ perché grande autore un po’ perché quel testo dove tutti gli uomini si chiamano Dylan e tutti i cani si chiamano Dog è tutto il mondo che gli interessa o che aveva il coraggio di conoscere. Quindi non poteva che raccontarcelo come la realtà. E noi credergli, ovviamente.

Dopo di lui è stato il diluvio. Perché nessun altro autore Bonelli ha le capacità e, probabilmente, le ossessioni, di Sclavi, e perché il mondo, quello vero, quello che sta là fuori, è cambiato. E cambiato di brutto. E se non sei Tarantino, se non sai adeguare il tuo gioco alle nuove regole, non ce la puoi fare. Nuova epica e nuovo realismo ti spazzano via. Servirebbe quella che i semiologi chiamano: una svolta. Hai presente Psyco? Il film comincia come una storia drammatico-gialla che narra una vicenda di appropriazioni indebite, ma a un terzo del film con una svolta da togliere il fiato, l’assassinio in un motel della protagonista (Janet Leighh), Hitchcock cambia completamente registro e comincia a raccontarci una storia d’orrore. Quella svolta è un momento topico determinante. Un contrasto netto e irrisolvibile tra quanto accaduto prima e quanto accadrà da questo momento. Ecco, Dylan Dog che Hitchcock l’ha saccheggiato… pardon decostruito a mani basse, dovrebbe fare qualcosa di simile. Smetterla di essere un universo autoreferenziale alle ossessioni del suo autore e aprirsi al mondo. Accettare il fatto sconcertante che il mondo esiste indipendentemente dal nostro linguaggio e ne è il presupposto; provare quindi a usare il linguaggio per descrivere il mondo e non per ridescriverne sempre la stessa ossessiva descrizione.

Invece.

Sclavi ha scelto come curatore del rinnovamento di Dylan Dog, tra la pletora di suoi emuli senza pari capacità che affollano purtroppo le generazioni di autori popolari successive alla sua, l’autore a lui ideologicamente e culturalmente più simile. Un autore radicalmente testualista, il cui trascendentalismo provinciale non gli permette di distinguere tra oggetti naturali e oggetti sociali; facendoglieli anzi mischiare in un decostruzionismo citazionista talmente spinto da confondere il mondo intero con lo schema mentale conformista (cito testualmente dalle sue dichiarazioni programmatiche, ed è una frase che apertamente dichiara l’impossibilità per il fumetto di cui si occupa di essere sfiorato dal mondo reale: Dylan è un personaggio che fa le domande. Le risposte non gli competono e non gli devono competere) che se ne è costruito sui due assi cartesiani (a cui in fondo lo riduce) quelli di testo e linguaggio.

A mio modo di vedere un passo indietro che contribuirà a mantenere il fumetto popolare italiano quel luogo dove tutti gli uomini si chiamano Dylan e tutti i cani si chiamano Dog.

Che poi, per inciso, me ne fregasse un cazzo.

13 commenti
  1. RRobe ha detto:

    Forse. Ma magari, ha più senso parlarne tra due anni, no. Alla luce di una dozzina di storie volute da me, pubblicate e, magari, lette. Ah, no. Non te ne frega un cazzo.

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    • mon cher
      due anni sono un’eternità. Magari, vista la velocità con cui chiudono, non ci saranno nemmeno più edicole. dove le comprerò le nuove storie di DD? Ma non è questo il punto. Non è una critica preventiva la mia. Non ho messo in discussione il valore estetico di storia alcuna. Ho fatto una disamina, confrontando i dati che ho in mano (e di roba tua, per sapere chi sei cosa fai e cosa pensi nell’ambito dell’immaginario nostro, ne ho letta assai – qualcosa mi è persino piaciuto e l’ho detto) dello stato dell’unione. Non è un problema di chi supervisiona cosa. E’ un problema (de)strutturale che riguarda tutto il fumetto popolare italiano (di cui DD forse è il sintomo più acuto). Se non decidete di affrontare questo problema, cioè l’autoreferenzialità e il testualismo estremo – non ho voglia di parlarne qui e adesso ma che cazzo di strafottuta occasione ha mancato, per esempio, con LongWei il tuo amico Diegozilla?- che essa comporta non c’è sbocco alcuno.
      Poi può darsi che, come spesso, mi sbagli.

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  2. anonimo ha detto:

    mi perdoni @borisbattaglia io sono un lettore casuale di DD, purtroppo non ho il tempo ne l’assiduità per leggerlo con regolarità, però, avendo letto sia albi di sclavi che di altri autori, mi sono reso conto dell’abisso di qualità che intercorre fra essi. forse per mio gusto, dal momento che, come mi ricorda bene lei per mezzo delle parole di cartesio, anche l’esistenza stessa della realtà va dimostrata, ma penso che tutto il suo discorso vada bene per fumetti che sostanzialmente sono figli di nessuno e con questa affermazione non voglio dire che siano nati spontaneamente, ma che semplicemente sono diventati indipendenti dal loro autore e hanno, se vogliamo, perso la loro identità. perchè vede DD, come ha detto lei prima, non è altro che tizino sclavi e le sue ossessioni e cercare di farlo “aprire al mondo” è come chiedere a delle forbici di asciugare i capelli. non so se sono riuscito a far capire uno dei tanti punti in cui non concordo con la sua analisi, ma la mia riserba sta nel fatto che ogni opera letteraria non nasce per essere, mi passi il termine, la puttana del lettore, ma per denunciare un bisogno del letterato, il quale poi utilizza questa sua opera per trasmettere un messaggio ai più che può essere più o meno comune. certo c’è sempre bisogno di una svolta purchè questa non distrugga il messaggio originale e quello di DD non è svagarsi ma leggere un qualcosa che intrattenga, appassionando, ma allo stesso tempo faccia riflettere su se stessi e le proprie paure, questo, se vogliamo, DD l’ha ereditato proprio da cartesio. vede noi tutti siamo dylan e nessuno lo è davvero, proprio perchè le paure di Dylan sono quelle che ognuno ha o potrebbe aver e l’indigatore dell’incubo è quella voglia di affrontarle o forse di viverle senza scappare o nascondersi che tutti gli uomini hanno. vede questo rende DD diverso e impossibilitato ad “aprirsi” rispetto ad un tex o un diabolik, proprio perchè, mentre i codesti appena citati sono simboli di un tempo che fu, Dylan Dog è simbolo della paura e della lotta che l’uomo intrapende con essa una lotta che è eterna

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    • non è che hai letto un po’ troppo superficialmente e senza contestualizzarlo INTERPRETAZIONE E SOVRINTERPRETAZIONE di Eco e Rorty?

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      • anonimo ha detto:

        mi scusi ma quello che ha letto era solo una piccola e alquanto blanda serie di ragioni messe li. purtroppo non avevo tempo per esporle tutti i miei dubbi e le mie perplessità (avevo un appuntamento). il libro che lei cita non sapevo neanche che esistesse. vorrei poi chiarire un punto di questo suo pezzo che mi interessa molto, ma allo stesso tempo mi fa vedere il tutto come un grande raggiro sofista della situazione. il punto è il seguente: lei basa tutto sul concetto di decostruzione che è il metodo con cui si analizzano i testi per risalire alle radici portanti di un opera ma anche di un pensiero o di un idea filosofica. Mi dica se ho inteso bene quello che lei intende. ora se fosse vera la mia interpretazione, allora la sua critica si rifà a questo utilizzo sconsiderato in cui il testo viene sezionato come fosse un cadavere e, sempre se la mia interpretazione è giusta, allora il problema è che ad oggi questa visione è vecchia e antiquata e il nuovo vuole altro. il punto sta qui, il vero nodo di tutta la questione è la continua indagine della paura, che secondo lei, è quella dell’autore e non più del lettore e in questo sono d’accordo. c’è solo una nota stonata nel tutto e cioè che nessun autore quando scrive, scrive del mondo, ma scrive sempre soggettivamente e il mondo se esiste, questo però lo deve dire lei perchè io non ho tutta questa sicurezza della sua esistenza, esiste in funzione del soggetto e, se mi permette, l’unica cosa, quindi, che possiamo dir vera è la società. è vero che è la società a fare l’individuo, ma è altrettanto vero che solo quelli che si oppongono allo status quo riescono ad esprimere testi di qualità non “manieristica”(mi passi il termine anche se inappropiato), proprio perchè essi sono gli unici che non partono dagli umori comuni ma solo dai moti tumultuosi personali. quindi ritornando al punto chiedere a DD di non essere autoreferenziale porta solo il personaggio a perdere se stesso, ecco perchè il lavoro di recchioni va tenuto d’occhio, ma non in maniera prevenuta, proprio perchè lui è stato forse uno dei pochi autori a metterci le sue paure dentro al fumetto anche se in maniera molto “oculata”.

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  3. RedAlert ha detto:

    trovo assolutamente condivisibile tutto quello che dici e mi spiace che siamo in pochi a pensarla così. Lo dico da una vita che Dylan è finito e Recchioni è quello che scriverà l’epitaffio sulla sua tomba. Con la frase “Dylan è un personaggio che fa le domande. Le risposte non gli competono e non gli devono competere”, si capisce che Recchioni non sa proprio chi sia Dylan Dog: i dubbi del personaggio, erano certezze mascherate, erano la risposta ad un mondo (quello degli anni 80) conformista, che ormai è perito sotto una miriade di antieroi, noiosi e pieni di clichè
    Recchioni è puro marketing è una mossa strategica, lui cita, cita, ma è tutta cultura pop, nerd, roba che non lascia nulla. Dylan Dog venderà di più ? Questo è certo e alla fine va anche bene così

    p.s.
    però non dire: “Che poi, per inciso, me ne fregasse un cazzo.” é una cazzata da snob.

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  4. RRobe ha detto:

    Mi piace questa storia che “cito”. Perché è come quella della rockstar del fumetto. La dice tre volte e diventa vera.
    Falsa la prima come la seconda, del resto.
    Ma bisogna invecchiare. E aspettare una critica lontana. Magari anche dura, eh? Ma senza questi luoghi comuni ripetuti a pappagallo.
    E comunque, per la cronaca, Boris: se ci sono due autori più distanti in quasi tutto (tecnica, approccio, filosofia, anche qualità, dirà qualcuno) di me e Tiziano, ti do dei soldi.
    Tiziano è stato un modello enorme per me, questo è evidente. Ma non ho mai nemmeno provato a somigliargli perché siamo proprio due umanità antitetiche.

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    • RRobe, vediamo se riesco a farti a capire che intendo con un paragone. Se Tiziano Sclavi fosse Alain Robbe-Grillet tu dovresti essere Frederic Beigbeder

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  5. RRobe ha detto:

    p.s.
    sono marketing. Vent’anni di marketing. Se fosse vero, sarebbe un complimento della madonna.

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  6. RedAlert ha detto:

    e lo è, lo è eccome. Tu sei un grande a vendere. Stavo vedendo il tuo sito ad esempio, hai fatto una t-shirt da una cazzata (in senso buono), sono cose che vanno fatte e tu le fai. Mi spiace pure criticarti perché uno che sta ai tuoi livelli merita solo rispetto e a mio modo ti rispetto, però Dylan Dog è un’altra cosa, ha rappresentato troppo per molti e io sono anni che lo vedo deturpato, snaturato, scimmiottato (vedi anche quegli stupidi fan movie che girano sul tubo) e ne avrei abbastanza. C’è solo un modo per non ridicolizzarlo, ma non lo farà mai nessuno.
    Per finire però, nonostante tutto, credo che di tutti quelli che ce l’hanno avuto in mano tu puoi essere quello migliore, perché conosci i trend, e ti lasci alle spalle il vecchiume (già ad esempio aver svecchiato Stano con qualche puntino è una genialata), ma resta il fatto che Dylan è morto perché Sclavi è morto dentro e perché tutti sono assetati di realismo, vogliono sapere da dove viene, perché Bloch non va in pensione, perché Groucho è Groucho ecc..
    Il difetto di un fumetto seriale è che non finisce mai, è tutto un compromesso e chi scende a compromessi, appunto, scende.

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    • te invece che sfanculi solo RRobe, non è che sei lo stesso Anonimo lassopra che ha leggicchiato Searle? anche se gli ip non corrispondono argomenti dannatamente allo stesso modo.

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  7. @anonimo caruccia la tua interpretazione-parodia eristica del mio pezzo.non riesco a capire se stai sfanculando me, Recchioni o tutti e due. La faccenda della maniera oculata mi desta sospetti sulla tua identità. Tant’è. Il resto son cazzate. La società non è un ogegtto naturale, quello che argomenti non sta insieme nemmeno con lo sputo.

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  8. anonimo ha detto:

    io rispondo nella stessa maniera con cui pone la questione, anche perchè mi auguro che non stia veramente affermando che DD sia l’esempio migliore e più indicato a cui rivolgere la sua critica. insomma a me sembra che lei abbia colto al balzo l’opera di “rinnovamento”( la metto tra virgolette perchè per ora è ancora solo un insieme di parole vuote) della testata per attaccare un certo ambiente a cui lei è ostile o forse è il contrario e ci propini questo grande sproloquio solo per dire in sostanza il nulla, se non che dovevano far diversamente e aprirsi al “mondo”, solo che lei non spiega cosa intende, spiega solo che i tempi son cambiati, ma cambiati in che modo e in che maniera? Senza contare che non le perdono il modo con cui ha ammassato due decadi, così vicine cronologicamente, ma così lontane sia per costruzione sociale, che per costruzione letterario-fumettistica. insomma lei per primo costruisce un analisi incollando con lo sputo e nascondendo le crepe con citazioni di libri filosofici econ parole più forbite della media dei pezzi scritti su blog e forum. un piccola precisazione,perdoni il termine inesatto, quando mai avrei affermato che la società è un oggetto naturale? io ho solo detto che, non avendo la certezza che l’oggetto, che è al di fuori di me, possa effettivamente esistere, è pericoloso affermare che si debba per forza credere nell’esistenza dell’oggetto e che la società essendo un insieme di soggetti è la cosa più vicina alla verità. è anche vero che non è detto che la società esista e che invece sia frutto della mia mente ma anche così essa è più vera di tutto il resto. questo era il mio appunto, visto che lei è stato il primo a citare cartesio mi sono permesso anch’io di farlo mettendo indubbio la realtà in quello che potremmo chiamare “dubbio iperbolico dell’ignorante”. poi faccia lei e veda per una volta di rispondere in maniera semplice, così che anche recchioni possa effettivamente risponderle a quello che lei afferma, perchè è vero recchioni è bravo a far spettacolo, ma è anche altrettanto bravo a sbranare chi lo critica e io sono uno che si vuole godere il dibattito.

    ps. un ultima cosa, basta con sta storia dell’identità, per una volta che c’è un po di gente che si scotra con dialoghi accesi e lei pensa subito che ci sia un complotto la prego sono qui solo per dialogare non per essere accusato visto che lei si sente circondato

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