tutte le forme di Morgana (2 di 4)

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la forma n.1

Il problema degli accademici umanistici è che le loro idee sono spesso già rancide prima di essere consegnate, in forma di saggio, al tipografo. Prendi uno come Fresnault-Deruelle  (le sue idee le conosci perché Daniele Barbieri ne ha fatto la sinossi nel suo I linguaggi del fumetto, Bompiani,1991), le sue teorie erano già dimostrate fregnacce quando Sellerio nel 1977 fa l’edizione italiana del suo primo noiosissimo libro ( Il linguaggio dei fumetti). Così. Nel 1988 quando Sclavi e Stano pubblicano MORGANA, quasi, facendo finta che no, lo sfanculano.

Scriveva il noioso professore che “la prima vignetta di un racconto non può che essere di natura descrittiva, aspettuale”. Una cazzata, ne converrai. Eppure Morgana si apre proprio così: ci troviamo davanti a una vignetta che ci mostra un funerale, da un’ottica che non potremmo che dire oggettiva. Ci troviamo su un binario che porta dal lettore all’opera, e che è il più classico (la stronzata della fresnaulte-teoria è che non è l’unico) dei rapporti che si possono stabilire tra un’opera narrativa e i suoi fruitori.

-primo piccolo inciso: farò un sacco di riferimenti testuali. Non metterò scansioni delle tavole e delle vignette di cui ti parlerò, vorrei mica turbare i sonni degli ultras del diritto d’autore (e non ho voglia di fare fatica, soprattutto); quindi vatti a prendere dallo scaffale dove lo conservi quel cazzo di numero 25 di Dylan Dog e poi seguimi, oppure credimi sulla parola, oppure lasciamoci qui che fa lo stesso-

Già nella terza vignetta di tavola 5 un vago sospetto che il Fresnault dicesse fregnacce, Sclavi ce la instilla: la scrittura perde ogni neutralità, venandosi di forte irrelatà, fino a divenire (tavola 6 – vignetta 2)  in modo dichiarato lo sguardo in soggettiva dell’eroina eponima che viene seppellita e che assiste da una finestrella sulla bara alla propria inumazione.

-secondo piccolo inciso in cui ti spiego perché Sclavi, a differenza dei suoi attuali emuli e nonostante il suo testualismo spinto, funzionava: perché benché queste prime sei tavole ricalchino quasi pedissequamente la sequenza iniziale del Vampyr di Dreyer, lo fanno rimandando a una tavola di fumetti cui lo stesso Dreyer si rifaceva: la tavola domenicale del 2 febbraio 1905 del Dream of  the Rarebit Fiend di Winsor McCay: ricollocando quindi il fumetto originale nella sua precipua necessità narrativa.

Dream_of_the_Rarebit_Fiend_1905-02-25

Insomma: il gioco citazionista serve a Sclavi per rendere ineludibile (sempre mandando affanculo Fresnault-Deruelle) dal lettore la tensione tra l’antagonismo oggettivo/soggettivo della sua stessa lettura;  poi però gli disarma lo sguardo (con la vignetta 6 di tavola 6) in favore di quella marca neutra dell’inquadratura iniziale. L’equilibrio a favore della neutralità oggettiva della narrazione sembra ristabilito, finché a tavola 10 scopriamo che è stato tutto un sogno. Morgana si risveglia su un treno in un vagone letto.

Vaffanculo, allora! Mi stai prendendo in giro? Chi cazzo la sta raccontando a chi questa storia? Calma. Il sogno, secondo gli stregoni di quella religione fondata da Sigmund Freud, è uno spettacolo privato a cui assiste il sognante. Tutta questa prima parte di Morgana non è altro che un fumetto (mentale) guardato da Morgana stessa. Tutto il gioco di alternanze tra oggettivo/soggettivo che ci avevamo ravvisato prima è neutralizzato. Da questo momento sappiamo che Morgana è, per tutta la durata delle dieci tavole che abbiamo appena letto, oggetto (colei che fa e che vede il sogno) e contemporaneamente  oggetto (colei che è e vede nel sogno). Vede e si vede vedere nello stesso frattempo.

Roba che farebbe sborrare coriandoli a Roland Barthes.

Tutta la seguente lunga sequenza dei morti-viventi che scorazzano per la brughiera pavese (nonostante il treno sia diretto a Londra) è una soggettiva di Morgana. Dunque io lettore medio sono un po’ spiazzato. Cazzo. Avevo cominciato a leggere un fumetto di quelli da treno (appunto… dove si sveglia Morgana?) impostato sul classico movimento della narrativa popolare che si sposta dal soggetto (il lettore) all’oggetto (l’opera) e mi trovo in meno di una ventina di tavole almeno due ribaltamenti.  Adesso però sono tranquillo. Il treno di Morgana arriva a Pavia… no scusa, a Londra e il tradizionale rapporto lettore-opera sembra ristabilito permettendomi di lasciarmi scorrere addosso, come mi piace che sono un lettore un po’ pigro, la fabulazione.

Da questo momento, e per un po’, Sclavi azzera ogni marca enunciazionale. Il percorso narrativo di Morgana si alterna parallelamente a quello di Dylan Dog. Entrambi si muovono in stato di difetto; sono entrambi alla ricerca di qualcosa.

Ora. Lo sai anche tu che secondo la narratologia classica una storia prende sempre il suo avvio da una mancanza il cui rimedio costituisce poi il motivo attorno a cui ruota tutta la vicenda. C’è gente che ci ha fatto fortuna spingendo allo stremo le teorie di Campbell e di Vogler (Sclavi è uno di quelli, sì). In questo specifico giornaletto quella di Morgana è la mancanza che ha dato l’abbrivio alla narrazione.

Morgana è un personaggio instabile e contradditorio, si muove per Pavia… scusa, per Londra apparentemente senza meta. Il suo vagare per la città serve, furbescamente, a Sclavi per denunciare la doppia valenza del fumetto come strumento d’evasione e contemporaneamente come testimone del reale: tutta la vicenda vissuta da Morgana sul taxi (tav. 26-29) per esempio lo fa con estrema forza. Quando il tassista, sullo sfondo della città degradata e abitata da zombi, afferma “beh, questa è Londra!”, è l’aperta dichiarazione che quello che si sta mostrando è il mondo. Il problema è che quello non è il mondo: è l’idea spaventata che  del mondo ha l’autore di Dylan Dog. Infatti il tassista sparerà a uno zombi che si era avvicinato e poi affermerà che “si salvano solo poche oasi fortificate, i cui abitanti si drogano per dimenticare”.

Niente da dire. Potrebbe essere semplicemente l’idea del mondo di uno spaventato dalla globalizzazione, dai cambiamenti, dall’immigrazione. Raccontata con maestria. Ma non è così. Il mondo di cui Sclavi racconta non è quello reale che semplicemente non gli piace o gli fa paura.Il mondo di Sclavi sono solo i fumetti.

Se torni domani ti dico perchè.

(una cosa. le foto sono quelle di una pornoattrice- ha smesso da un po’ per darsi, con risultati a mio avviso inferiori ale sue pornoperformance, alla musica pop- che mi aveva onanisticamente interessato: il nome poi ficcantissimo, Clara Morgane).

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