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Archivio mensile:settembre 2013

bookcover.phpNon ricordo quando, né dove, ma qualcuno mi ha raccontato questa specie di leggenda su Bakunin.
Ci troviamo probabilmente nel 1870, settembre. La Francia di Napoleone III è stata pesantemente sconfitta dalla Prussia. La crisi è gravissima. Bakunin sta attraversando in treno, diretto a Lione (dove spera di accendere la rivoluzione), la campagna francese. Dal treno vede un gruppo di contadini che agitando in aria forconi e altre armi improvvisate si dirigono da una qualche parte con aria evidentemente inferocita.
Intendiamoci. In quei giorni di motivi per essere incazzati ce ne erano, eccome.
Senza pensarci due volte, Bakunin salta giù dal treno alla prima stazione e raggiunge il gruppo di contadini. Si mette in marcia con loro, mettendo a loro totale disposizione la sua esperienza (notevole) in fatto di rivolte e insurrezioni. Solo a strada ben inoltrata gli balenò l’idea di chiedere perché e contro cosa protestavano.
In fondo la cosa più importante è ribellarsi.

Siamo in trattoria. A Roma, durante la tre giorni di Critical Comics. Serve ai tavoli una ragazza che sembra la Gloria Guida di Avere Vent’anni. Mi perdo nell’amatriciana che mi ha appena portato, avrebbe potuto servirmi qualunque cosa e l’avrei trovata ottima; e tu mi trascini dalle necessarie considerazioni sulla bellezza ontologica di un sugo come l’amatriciana a una discussione sul significato del dirsi anarchici.

tumblr_mjkj2cMwQK1qm954lo1_500Allora facciamo a capirci.
Il problema è che per te è difficile liberarti dal pregiudizio della retorica democratica e, se appartieni alla parte migliore di quell’umanità che accetta il giochino parlamentare, quella parte con cui val la pena discutere, ti è difficile liberarti anche dal pregiudizio della retorica socialista. Un pregiudizio piantatoci (sì ne sono vittima anch’io e più spesso di quanto dia a vedere) in testa prima dai genitori, poi dai maestri, poi dai professori e dai tanti intellettuali (a compenso) che scrivono, leggono, pensano eccetera eccetera.
La democrazia ha il problema, affascinante anche, di un continuo irrisolto compromesso fra i principi (quella cosa che i tuoi maestri amano chiamare VALORI) e la contingenza della loro esperienza. Questo compromesso ha sempre, in relazione ai principi (i tuoi, che in questa gara democratica –non ho mai capito perché hanno sempre la meglio i principi degli altri), un saldo negativo.
Il socialismo e il comunismo (teoricamente) antepongono invece, forti della loro origine di classe, i propri principi alla contingenza; tranne poi, quando si trovano davanti al problema della realizzazione politica dei propri principi, cadere – spesso – nella trappola parlamentare.
Puoi raccontartela come ti pare, separando artatamente tempo storico e tempo rivoluzionario: per cui non essendoci le condizioni storiche, non si può fare una rivoluzione vittoriosa, ed è meglio optare per la soluzione rappresentativa, riducendosi a cercare la conquista del potere (primo tragico errore) attraverso le elezioni (secondo tragico errore che per di più inficia completamente il primo).  Il punto è che, così facendo, i principi che ci escono in saldo attivo da questa soluzione rappresentativa sono sempre e comunque quelli delle banche e delle finanziarie. In fondo quel tipo lì di democrazia l’hanno inventata loro.
In quest’ottica, quella dell’opposizione tra democrazia finanziaria (chiamala anche liberale se preferisci) e socialismo, risulta ovvio – essendo in essa democrazia indipendenti, come ci ha chiarito Norberto Bobbio, se non addirittura contrapposti, i principi di uguaglianza e libertà – chiedersi ogni volta che ci si trovi davanti a una ribellione (di qualsiasi natura essa sia, da quella dei vandeani contro i Giacobini a quella dei 4 generali contro la Repubblica Spagnola) dove voglia condurre e con quali mezzi. Perché se uso questi occhiali, quelli del pregiudizio democratico, per interpretare i fatti, mi trovo davanti a due opzioni legittime: da una parte la libertà senza uguaglianza (quella dei cosidetti liberali) quindi libertà dei pochissimi, contro l’uguaglianza senza libertà (quella dei bolscevichi) che è, al fondo delle cose, come ci ha insegnato (decisamente meno noiso di Bobbio) Orwell uguaglianza di alcuni più di altri.
C’è però una terza (via?) posizione.
Una cosa con un nome che fa paura: ANARCHIA.

No. Non preoccuparti. Non è che adesso te la racconto tutta la menata dell’origine greca del termine Anarchia e del peso che ha quell’alfa privativa che ti porta alla memoria urticanti ricordi liceali.

1962-anarchism-george-woodcock1No. Se la cosa ti interessa, sotto l’aspetto storico, rivolgiti – che non sbagli- a George Woodcock e al suo bellissimo L’Anarchia. Storia delle idee e dei movimenti (che Feltrinelli non ha mai ristampato dal 1962) oppure se mastichi l’inglese a Peter Marshall e al suo fondamentale Demanding the impossible: a history of Anarchism ( Harper Collins, 1992).

61RW8BlUSeLNo. Io ti dirò semplicemente come la vedo. E ovviamente e purtroppo parlerò di donne uomini e libri

Per me essere anarchico significa (un po’ pragmaticamente alla Paul Goodman) misurarsi continuamente con nuove situazioni di crisi e vigilare continuamente che, a causa di queste crisi, la libertà fino ad ora guadagnata non vada perduta, ma possa -anzi- essere aumentata. In questo senso l’anarchia è continua insorgenza, continua insurrezione: necessita lo stare in piedi. Un movimento anarchico è, di conseguenza, pragmaticamente insurrezionale e sincretico (unisce cioè in se aspirazione di libertà e uguaglianza) o non è.

Senza dogmi: lo stesso Bakunin pur definendosi come fanatico amante della libertà, sosteneva che essa senza uguaglianza non esiste, che la povertà è schiavitù. ( M. Bakunin, Libertà, uguaglianza rivoluzione, Antistato, 1976). Attenzione però: non è che con il termine “insurrezione” io intenda qualcosa di simile al barricaderismo ottocentesco. Mi trovo semmai nella scia di Bookchin (Anarchism: past and present in Reinventing Anarchy, again, AK press, 1996) e di Purkis e Bewen (Changing anarchism: anarchist theory and practice in a global age, Manchester University Press, 2004) e mi piace considerare l’insurrezione come un processo perpetuo di lotta che si esprime in reti complesse di individui interessati all’espressione delle proprie differenze e delle proprie immediate libertà, piuttosto che a una impossibile risoluzione finale. In questa rete di espressioni vanno incluse anche, ci piacciano o meno, quelle forme esplosive di rabbia che ogni tanto mandano in frantumi un bancomat o saccheggiano un supermercato.

(continua)

mah… ho sempre pensato che il migliore dei Bertolucci fosse quello che faceva il poeta. Comunque di sodomia narrativa già avevo riflettuto. a prescindere da Tanghi e bagatelle, fossero anche gli ultimi.

Sì, sì Orazio, lo so! Che ci sono più cose in cielo e in terra e dovunque insomma, di quante ce ne siano nella mia filosofia; ma soprattutto di quante ce ne sono nel mio portafogli. Dai non guardarmi così, Orazio… No… non preoccuparti, i soldi per pagarti questa cosa che spacci per birra, quelli ancora ce li ho. Lo so bene che è quello, e non il fatto che io beva troppo, che ti preme. E ti capisco. Altrimenti perché me ne starei qui, fuori dal tuo bar, a fumare e a parlare con te? Ci parlo mica con quelli che mi stanno sul cazzo, io. Comunque. Sono un materialista e lo so di fondare la mia filosofia sul nulla… Come? Sì dici bene, certo che l’hai sentita già questa. Non mi invento niente io… non scrivo su Corriere o Repubblica. Non scrivo romanzi. E non insegno in università. No.Tiro solo i fili delle cose che ho fatto e conosciuto; cose che hanno fatto di me quello che sono.


Un uomo solo.

Non fraintendermi adesso. Non sto parlando degli affetti. Quelli ne ho tanti. Persino troppi. Ho un brutto carattere, è vero, ma c’è chi lo sopporta.Volevo dire che sono solo come Tito, quel personaggio di Cassola… ecco, hai ragione, te l’ho già raccontato… mi sto rincoglionendo… insomma! Come cazzo faccio a spiegartelo come mi sento… Ho 45 anni, caro Orazio, due figli un cane e mi sento preso per il culo; lo sai che Italo Svevo… lo sai chi era, vero?, beh! Lui sosteneva che la senilità cominciasse verso i 30 anni. Ecco, è così che mi sento… mentre sto qui, guardo i bambini giocare là nel cortile dietro il bar, e mi scopro vecchio… chiuso fuori, irreparabilmente, da ogni prospettiva. Sai, mi monta dentro –davanti a questo vicolo cieco- una rabbia buggerona, istintiva, caotica e spietata. Non ci ho voglia di fare niente e questa passione indolente, indubbiamente negativa, mi fa sentire sempre più lontano dal traguardo della sublime altezza della rivoluzione. Ridi pure di me. Quando mi stufo del tuo ridere te lo spengo con un pugno nei denti, ma per l’intanto –finchè non me ne stufo- ridi di questo mio crederci, ancora: nella rivoluzione. Non vedo prospettiva per me, caro Orazio, ma la vedo per tanti ragazzetti. Nella loro rabbia più buggerona della mia. Perché li ho visti, anche recentemente, presi dalla rivolta istintiva, concepire distruzione vasta e appassionata. Forse hai ragione Orazio, con la violenza non si crea un mondo nuovo. Ma non lo si crea nemmeno con le buone intenzioni e con le buone maniere. Non lo so se questa loro voglia di distruzione sia, come diceva Bakunin… ti ricordi di Bakunin, vero caro Orazio?, salutare e feconda. Ma so – e qui vivo la mia assoluta impotenza – che dovremmo aiutarli a condurla in quella direzione, perché solo per mezzo di una distruzione salutare e feconda si creano nuovi mondi. Non ne sono capace… non riesco a essere, come vorrei un cattivo maestro. Non riesco a essere niente.

Per questo mi sento solo.

Lo so caro Orazio, me lo ripeti sempre, tu non sei un intellettuale, non ti interessano questi problemi; tu fai il tuo lavoro, lo fai bene… onestamente, non pensi più alla rivoluzione… né tantomeno a cavare dal tuo ambito conoscitivo proposte di carattere generale. Sempre e solo di questa cosa che spacci per birra, riesci a parlarmi. Con le tue buone maniere. Che un tempo ti invidiavo.

Comincio a crederci Orazio, alle tue buone maniere, alle buone maniere di tutte le persone ragionevoli. Solo che ho cominciato anche ad annoiarmi.
Allora me ne vado.
Quanto ti devo?

A Roma, sabato che viene, dico la mia – insieme ad altra gente in gamba che dirà la sua- su questa cosa strana che è la critica di fumetti in Italia in un convegno organizzato da Laura Scarpa.

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questo il mio intervento, spero di avere almeno due ore a disposizione:

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vienici.

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La nostra è un’epoca di compromessi, di mezze misure, di male minore. I visionari vengon derisi o disprezzati e “gli uomini pratici” governano la nostra vita. Non cerchiamo più soluzioni radicali ai mali della società, ma miglioramenti; non cerchiamo più di abolire la guerra, ma di evitarla per un periodo di qualche anno; non cerchiamo di abolire il crimine, ma ci accontentiamo di riforme penali; non tentiamo di abolire la fame, ma fondiamo organizzazioni mondiali di carità. In un’epoca in cui l’uomo è tanto attirato da ciò che è realizzabile e suscettibile di immediata realizzazione, potrebbe essere salutare esercizio rivolgerci agli uomini che han sognato Utopie, che hanno respinto tutto ciò che non corrispondeva al loro ideale di perfezione.

 

Spesso ci sentiamo umili quando leggiamo di questi Stati e i di queste città ideali, perché comprendiamo la modestia delle nostre rivendicazioni e la limitatezza della nostra fantasia. Zenone predicava l’internazionalismo, Platone riconosceva l’uguaglianza tra uomini e donne, Tommaso Moro percepiva chiaramente il rapporto tra povertà e crimine che viene negato persino ai giorni nostri. All’inizio del XVII secolo, Campanella auspicava la giornata lavorativa di quattro ore e il predicatore tedesco Andreä parlava di lavoro gradevole e proponeva un sistema di educazione che potrebbe servire da modello ancora oggi.

 

Troveremo la condanna della proprietà privata, il denaro ed il salario considerati immorali o irrazionali, la solidarietà umana accettata come cosa ovvia. Tutte queste idee che potrebbero essere ritenute temerarie oggi, vennero avanzate allora con una sicurezza che dimostra come, nonostante non venissero in genere accettate, nondimeno fossero immediatamente comprese. Alla fine del XVII e nel XVIII secolo, ritroviamo idee ancor più sorprendenti e audaci riguardo alla religione, ai rapporti sessuali, alla natura del governo e della legge. Siamo talmente abituati a pensare che i movimenti progressisti abbiano avuto inizio col XIX secolo, che ci stupiamo di vedere che la degenerazione del pensiero utopico comincia proprio allora. Le utopie, in genere, diventano timorose; la proprietà privata e il denaro vengono spesso giudicati necessari; gli uomini devono considerarsi felici a lavorare otto ore al giorno e non c’è nemmeno da pensare alla possibilità che il loro lavoro sia attraente. Le donne son sottoposte alla tutela dei loro mariti e i figli a quella del padre. Ma prima che le utopie venissero contaminate dallo spirito “realista” del nostro tempo, esse fiorirono con una varietà ed una ricchezza che ci fanno dubitare nella validità della nostra pretesa di aver ottenuto qualche avanzamento nel progresso sociale.

 

Ciò non significa che tutte le utopie siano state rivoluzionarie e progressiste: la maggior parte di esse hanno avuto queste due qualità, ma poche sono state completamente rivoluzionarie. Gli scrittori utopistici furono rivoluzionari quando auspicavano una comunità di beni al tempo in cui la proprietà privata era ritenuta sacra, il diritto per ogni individuo di sfamarsi quando i mendicanti venivano impiccati, la parità delle donne quando queste erano considerate poco più che schiave, la dignità del lavoro manuale quando esso veniva ritenuto ed era reso un’occupazione degradante, il diritto di ogni bambino ad una infanzia felice e ad una buona istruzione quando questo era riservato ai figli dei nobili e dei ricchi. Tutto ciò ha contribuito a rendere la parola “Utopia” sinonimo di una forma felice e desiderabile di società. Utopia, a questo riguardo, rappresenta il bisogno degli uomini alla felicità, il loro segreto desiderio dell’Età dell’Oro, o, come altri l’immaginavano, del Paradiso perduto.”

 

Tratto da: Maria Luisa Berneri, Viaggio attraverso Utopia, Pistoia, 1981

 

 

 

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