la mia solitudine

Sì, sì Orazio, lo so! Che ci sono più cose in cielo e in terra e dovunque insomma, di quante ce ne siano nella mia filosofia; ma soprattutto di quante ce ne sono nel mio portafogli. Dai non guardarmi così, Orazio… No… non preoccuparti, i soldi per pagarti questa cosa che spacci per birra, quelli ancora ce li ho. Lo so bene che è quello, e non il fatto che io beva troppo, che ti preme. E ti capisco. Altrimenti perché me ne starei qui, fuori dal tuo bar, a fumare e a parlare con te? Ci parlo mica con quelli che mi stanno sul cazzo, io. Comunque. Sono un materialista e lo so di fondare la mia filosofia sul nulla… Come? Sì dici bene, certo che l’hai sentita già questa. Non mi invento niente io… non scrivo su Corriere o Repubblica. Non scrivo romanzi. E non insegno in università. No.Tiro solo i fili delle cose che ho fatto e conosciuto; cose che hanno fatto di me quello che sono.


Un uomo solo.

Non fraintendermi adesso. Non sto parlando degli affetti. Quelli ne ho tanti. Persino troppi. Ho un brutto carattere, è vero, ma c’è chi lo sopporta.Volevo dire che sono solo come Tito, quel personaggio di Cassola… ecco, hai ragione, te l’ho già raccontato… mi sto rincoglionendo… insomma! Come cazzo faccio a spiegartelo come mi sento… Ho 45 anni, caro Orazio, due figli un cane e mi sento preso per il culo; lo sai che Italo Svevo… lo sai chi era, vero?, beh! Lui sosteneva che la senilità cominciasse verso i 30 anni. Ecco, è così che mi sento… mentre sto qui, guardo i bambini giocare là nel cortile dietro il bar, e mi scopro vecchio… chiuso fuori, irreparabilmente, da ogni prospettiva. Sai, mi monta dentro –davanti a questo vicolo cieco- una rabbia buggerona, istintiva, caotica e spietata. Non ci ho voglia di fare niente e questa passione indolente, indubbiamente negativa, mi fa sentire sempre più lontano dal traguardo della sublime altezza della rivoluzione. Ridi pure di me. Quando mi stufo del tuo ridere te lo spengo con un pugno nei denti, ma per l’intanto –finchè non me ne stufo- ridi di questo mio crederci, ancora: nella rivoluzione. Non vedo prospettiva per me, caro Orazio, ma la vedo per tanti ragazzetti. Nella loro rabbia più buggerona della mia. Perché li ho visti, anche recentemente, presi dalla rivolta istintiva, concepire distruzione vasta e appassionata. Forse hai ragione Orazio, con la violenza non si crea un mondo nuovo. Ma non lo si crea nemmeno con le buone intenzioni e con le buone maniere. Non lo so se questa loro voglia di distruzione sia, come diceva Bakunin… ti ricordi di Bakunin, vero caro Orazio?, salutare e feconda. Ma so – e qui vivo la mia assoluta impotenza – che dovremmo aiutarli a condurla in quella direzione, perché solo per mezzo di una distruzione salutare e feconda si creano nuovi mondi. Non ne sono capace… non riesco a essere, come vorrei un cattivo maestro. Non riesco a essere niente.

Per questo mi sento solo.

Lo so caro Orazio, me lo ripeti sempre, tu non sei un intellettuale, non ti interessano questi problemi; tu fai il tuo lavoro, lo fai bene… onestamente, non pensi più alla rivoluzione… né tantomeno a cavare dal tuo ambito conoscitivo proposte di carattere generale. Sempre e solo di questa cosa che spacci per birra, riesci a parlarmi. Con le tue buone maniere. Che un tempo ti invidiavo.

Comincio a crederci Orazio, alle tue buone maniere, alle buone maniere di tutte le persone ragionevoli. Solo che ho cominciato anche ad annoiarmi.
Allora me ne vado.
Quanto ti devo?

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